Il peccato originale del clientelismo

di Francesco Improta

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Le ultime elezioni amministrative hanno mostrato un’Italia disposta a porre fiducia nei cosiddetti movimenti definiti «populistici», partiti o associazioni sui quali spicca su tutti il Movimento 5 Stelle ritenuto, assieme alla Lega Nord, portatore di politiche basate sull’emotività, sul «trascinare la folla», piuttosto che fondate su una visione pragmatica e razionale della politica. C’è da dire che appare scontata la propensione della gente verso tale tipo di politica, data la completa assenza di alternative credibili o percepibili. La destra, sebbene abbia avuto il merito di ridiscutere il concetto di stato onnipotente, intoccabile, paternalistico, molto radicato nella Prima Repubblica e fortemente presente anche adesso nella concezione comune, non ha saputo dar seguito alle richieste di maggiore libertà nell’economia e nella società, preferendo seguire una linea di compromesso ispirata al colbertismo più che al liberalismo, non impedendo l’interventismo statale nell’economia, mancando la promessa fatta verso chi voleva rinnovare il paese, e mantenendo intatti i gruppi di potere formatisi all’ombra dello stato leviatano. Di contro abbiamo una sinistra che ancora oggi, nell’accusare altri partiti di parlare «alla pancia della gente», mostra tutta l’arroganza di chi rifiuta il confronto con la realtà credendosene al di sopra, imponendo le proprie politiche anche di fronte all’evidenza della loro inadeguatezza, e credendo ancora di poter continuare con il connubio di tasse, spesa pubblica, indebitamento, ed eccesso di regolamentazione. Inoltre i cosiddetti partiti tradizionali sono falcidiati in continuazione da scandali che ne minano la già scarsa credibilità e pertanto sono ritenuti sempre di più un ostacolo da abbattere da parte dell’elettore medio, il quale è sempre più propenso a ritenerli causa di tutti i mali della società, e sembra davvero opinione comune che tali mali siano sanabili attraverso un mero rimpiazzo con una classe politica ritenuta più capace, o per essere più precisi, più «onesta».

Tuttavia questa visione, e questa millantata voglia di rinnovamento pecca di ipocrisia, poiché non esiste alcuna opposizione tra politica e società civile essendo la prima specchio della seconda. La gente ha goduto per molto tempo di tutti i benefici che una cattiva politica ha procurato, svolgendo il ruolo di clientela e accettando favori in cambio di voti e di sostegno. Adesso si sta pagando nient’altro che il conto di tutti gli sprechi, e di tutto l’eccesso di spesa pubblica finalizzati a far vivere intere generazioni ben al di sopra delle proprie possibilità. Non si può biasimare un ladro senza contestualmente accusare il ricettatore, e tutti sono stati felici di godere dei frutti della corruzione, in particolar modo sottoforma di assunzioni ingiustificate nel settore pubblico. Non si vuole realmente un vero cambiamento, che nel nostro paese dovrebbe partire dal mettere in discussione il potere dello Stato nel regolare in ogni modo la vita delle persone, ma si cerca semplicemente qualcuno da accusare come si faceva con gli untori credendoli causa della peste. Occorre fare autocritica e ammettere che attraverso il settore pubblico e all’incessante lotta che esso ha fatto contro la libertà dei cittadini e contro l’iniziativa privata non si è cercato altro di vivere a spese degli altri e, cosa più importante, ci si è sentiti in diritto di farlo. Invece si crede ancora di poter continuare sulla via della regolamentazione e della progressività fiscale, percorso che porta al sacrificio di ciò che resta della ricchezza del Paese sull’altare dell’uguaglianza e della giustizia sociale.

Uno dei difetti maggiori del sistema democratico è nella scarsa responsabilità dell’elettore medio nei confronti del proprio voto e nei confronti delle scelte politiche. Non c’è mai stata vera opposizione alle politiche rapaci di tassazione, e molti amministratori, che hanno saccheggiato la ricchezza creata a fatica dai ceti produttivi, sono considerati esempi di buon governo; questo perché non tutti sono chiamati in egual modo a contribuire alle spese delle amministrazioni ma è possibile che siano scaricate su una piccola percentuale della popolazione che è chiamata a sopportare integralmente la cattiva politica decisa in egual modo tra clienti e patroni. Dietro la progressività fiscale, la tassazione patrimoniale, e la millantata caccia all’evasione non c’è altro che una forma subdola di tirannide, anche se per mezzi democratici, che vede la sottomissione degli ceti produttivi e laboriosi in favore delle rendite parassitarie che a seconda dell’ambito e del contesto prendono l’aspetto di assunzioni pubbliche, sussidi e forme simili di interventismo statale. Scaricare integralmente le colpe dei mali della società sulla politica, che non è stata altro che portavoce dei peggiori impulsi della popolazione, mal cela la voglia che hanno tutti di tornare ai tempi delle assunzioni facili, e della finanza allegra; ma quelle politiche non solo devono cessare definitivamente, ma non sarebbero mai dovute essere praticate. Non esiste il diritto a saccheggiare impunemente la ricchezza prodotta dal settore privato, nemmeno per mezzo dello Stato o della democrazia stessa, e occorre riaffermare con forza tutti quei diritti individuali, soppiantati dalla cultura statalistica, che sono invece alla base di qualunque società solida e progredita. Se si vuole davvero andare avanti bisogna smetterla di cercare a tutti i costi un nemico da abbattere per poi accusarlo di tutte le inefficienze del sistema perché il vero colpevole lo si trova semplicemente guardandosi allo specchio.

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