Neoliberismo, il tic della politica dei surrogati

di Gian Pietro Simonetti

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pic11Neoliberismo è una parola grassa che con gli anni s’è gonfiata a dismisura, fino a diventare il contenitore generale d’ogni manomissione di significati. Focalizzare un vasto e confuso sentimento di rifiuto nei confronti del libero mercato, riconducendone le dinamiche a una sola parola, significa molte cose: esorcizzare i mille rivoli individuali della diaspora comunista post-1989 attraverso un uso magico e unificante di quella parola; sentirsi parte di una moltitudine che ti riconosce proprio attraverso l’impronta simbolica evocata da quel termine; emendarsi, in modo paraculo ma nobilitato, dall’esigenza di fronteggiare le forze del mercato attraverso una critica di sostanza fondata su un sistema strutturato di pensiero; aderire, con poco sforzo e poco costrutto, a una contestazione nominale del presente che fa moda, non impegna e si adatta benissimo al lessico strozzato e concitato dei social.

Questa terminologia unidimensionale – che sembra antagonista quando in realtà è frivola e rassicurante – è figlia del 1989, quando la fine del comunismo alimentò, a sinistra, una diaspora che non fu solo politica ed esistenziale, ma anche culturale: un intero apparato di pensiero venne liquidato come una rimanenza monolitica e sostituito da una ricerca, a volte anche demenziale, di nuove suggestioni e nuovi pantheon. Come spesso accade quando la storia combina dramma e liberazione, la liquidazione della cultura marxista avvenne con lo spirito brutale di un taglio lineare, di una mietitura senza distinzioni, perché distinguere significa ricordare e ricordare impone di non cancellare un’intricata vicenda tirando una comodissima linea di demarcazione. Nulla a che vedere, per intenderci, con la preziosa azione di conservazione dell’eredità classica di cui si fece carico la cristianità occidentale dopo la fine del potere millenario di Roma. L’effetto prodotto dalla caduta del Muro di Berlino fu d’eliminare tout court il tentativo di Gramsci d’innestare il marxismo nella tradizione del liberalismo italiano, di spazzare via la brillante esperienza critica della Scuola di Francoforte, d’archiviare la tradizione riformista della socialdemocrazia tedesca, le riflessioni sul rapporto tra marxismo e speranza di Ernst Bloch, l’esistenzialismo di Sartre, la reinvenzione strutturalista di Marx veicolata da Althusser o il grande affresco della storiografia marxista italiana che prese forma nella monumentale Storia d’Italia dell’Einaudi.

Rinunciare a un’eredità tanto corposa – per quanto difficile e ingombrante – ha cancellato non solo una cultura ma anche un linguaggio e messo a nudo un antagonismo ridotto a tic, a disputa lessicale, perché senza una cultura capace d’ancorarle a una rocciosa struttura di pensiero le parole tendono a innalzarsi e a perdersi come palloncini riempiti d’elio. In questo quadro il termine neoliberismo ha svolto perfettamente la sua funzione di palloncino: quando non possiedi categorie sufficienti e parole adeguate per interpretare la realtà, subito scatta la surroga e ci si accontenta “compensativamente” di nominarle, perché nel farlo si ruba un po’ di fuoco biblico, appropriandosi di quel potere divino di dare un nome alle cose che il Creatore affidò a Adamo.

Per un curioso contrappasso l’uso che si fa oggi del termine neoliberismo è una replica di quel che si fece a destra, a partire dalla metà degli anni Novanta, quando Berlusconi – vero anticipatore del pensiero a 140 caratteri – cominciò a usare la parola comunismo come sintesi terminologica di tutto ciò che era esterno ed estraneo alla sua presa e alla sua seduzione. Anche in quel caso la brutale «riduzione di complessità» – come avrebbe potuto definirla il sociologo Franco Crespi – avvenne attraverso l’uso della leva terminologica come surrogato della rapida consunzione culturale di un progetto liberale che aveva consentito a Berlusconi d’aggregare i moderati orfani della Democrazia Cristiana e del pentapartito. Proseguendo in quello che sembra davvero un contrappasso per analogia, è interessante notare che la reazione della sinistra all’uso berlusconiano del termine comunismo e quella dei liberali di fronte al ricorso ossessivo all’accusa di neoliberismo è sostanzialmente la stessa: un misto di superiorità e sarcasmo, autocompiacimento e disprezzo. È una reazione comprensibile, perché mettere le brache alla complessità del mondo costringendolo nello spazio angusto di una sola parola non può che suscitare un compatimento ironico, ma sarebbe sbagliato accontentarsi di leggere in questo la prova del superiore livello delle proprie ragioni. I liberali, tanto per dire, dopo aver sorriso di un neoliberismo che va dalle scie chimiche alla coltivazione della patata passando per la delocalizzazione dell’industria automobilistica, dovrebbero rispondere a una domanda, e cioè quanto possano avvantaggiarsi la cultura liberale e il libero mercato del confronto con anti-capitalisti senza cultura che coltivano uno statalismo tentacolare ma senza visione e senza respiro. Usando una metafora calcistica, è un po’ come se un centravanti fosse considerato valido solo perché segna tanti gol senza trovarsi mai a contatto con una difesa motivata e arcigna.

Una cultura cresce e incrementa il proprio spessore quando agisce in regime di concorrenza con un pensiero antagonista che la costringe a raffinarsi e a migliorare, generando un’osmosi positiva e un rafforzamento complessivo del sistema. Diversamente si ricade nel monopolio culturale, che può dare soddisfazioni intellettuali a breve termine, ma alla lunga tende a cristallizzarsi e a perder energia. È anche per questo che spesso i liberali difettano d’appeal. La loro lettura dei processi economici – solitamente puntuale e fondata – tende a infrangersi in una ragion pratica che talvolta sconfina nel tecnicismo e fa del liberalismo una corrente di pensiero che fatica a uscire dal circuito delle élite e a diventare un’idea capace d’appassionare le classi popolari e d’aggregare un consenso diffuso e capace d’egemonia. Ciò accade perché il liberalismo è costretto, dall’implosione di un marxismo inteso nella sua forma critica e nella sua declinazione socialdemocratica, a confrontarsi con uno statalismo straccione che abbassa il livello della dialettica e si fa forte di una parola d’ordine, neoliberismo, che sembra riemergere dal più banale e rozzo armamentario della Terza Internazionale.

Lo sbando culturale e ideologico della socialdemocrazia europea è innanzitutto un problema dei socialisti, ma anche una questione che chiama in causa le potenzialità e la qualità del pensiero liberale. Quando morì Berlinguer, un anticomunista liberale come Montanelli sintetizzò magistralmente l’effetto di sistema che ne sarebbe derivato intitolando un suo articolo di commiato «Carissimo nemico». Il liberalismo e il socialismo potranno ritrovare il posto che compete loro nello scenario politico e ideale dell’Europa e dell’Occidente solo quando capiranno che i loro destini sono incrociati e torneranno a pensarsi come «carissimi nemici» capaci d’elaborare un pensiero critico e reciprocamente antagonista, per andare oltre la sintesi brutale di una parola da usare come clava. Il paradosso europeo è che il liberalismo senza la sferza di un socialismo rigenerato e serio degrada a razionalità tecnica, e il socialismo senza un recupero riformista della lezione marxista condanna sé stesso alla sparizione, diminuendo anche la qualità culturale e ideale del suo naturale e fondamentale contendente.

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