Dire NO alla riforma (senza citare il presidente del Consiglio)

 

no-thanksChissà, alla fine dei giochi, quale campagna risulterà la più brutta della storia: se quella per le elezioni presidenziali americane o quella per il referendum costituzionale italiano. Certo è che, col passare delle stagioni politiche, rimanere a galla nel fiume della demagogia diventa sempre più arduo. I sostenitori del no, anziché spiegare le tante criticità della riforma, hanno basato la propria comunicazione su argomenti extra-costituzionali: il rischio dittatura, la necessità di mandare a casa Renzi, i poteri forti; tant’è che ormai l’agenda viene dettata dal populismo. Chiudiamola e apriamone un’altra: quella della razionalità al servizio di una critica basata sui contenuti. Smontiamo, dunque, senza la bava alla bocca e senza toni da guerra civile, qualche velina propagandistica del fronte del sì.

«Bisogna spezzare il tabù della Costituzione irriformabile e intoccabile.» Argomentazione ambigua e mistificatoria della realtà. La Costituzione è già stata cambiata numerose volte: fra tutte, è opportuno ricordare la riforma costituzionale del 2001, particolarmente ampia e rilevante, che riscrisse il Titolo V. In quell’occasione, per sostenere la bontà della revisione vennero usate le medesime frasi fatte di questo periodo: fra tutte, la pregevole e scientifica argomentazione “Meglio questo che nulla”. Venne così partorita e approvata con relativo referendum una delle peggiori riforme mai scritte nella storia della repubblica italiana, i cui danni stiamo tuttora pagando. A quanto pare, la lezione non è bastata. Occorre puntualizzare che il vero nucleo illiberale della costituzione che sarebbe necessario cambiare – i princìpi fondamentali, la parte relativa ai rapporti economici – continuerà a godere d’intoccabilità. In sostanza, si rifà il cortile perché non si ha coraggio di cambiare la casa: questo è il vero tabù che nessuno vuole infrangere.

«Finalmente le Regioni perderanno i loro poteri.» Ristabiliamo un po’ di relazioni causa-effetto. La riforma del Titolo V del 2001 non ha di certo risolto i problemi del fallimentare regionalismo italiano. Va però ricordato che la successiva giurisprudenza della Corte costituzionale ha già riportato, di fatto, in capo allo Stato numerose competenze regionali. La Consulta è stata costretta non solo a interpretare il ruolo d’arbitro, ma anche di supplente, per cercare di chiarire definitivamente gli aspetti più lacunosi e controversi. Pertanto, la riforma attuale non è affatto una rivoluzione, bensì la mera costituzionalizzazione di una situazione già in essere da anni, ossia di un percorso di neo-centralizzazione che ha investito non solo l’aspetto legislativo, ma anche quello tributario. Quest’ultimo, infatti, inaugurato dal governo Monti, ha trasformato le regioni in semplici agenti riscotitori del centro, che detta l’agenda degli aumenti fiscali, lasciando agli enti locali il lavoro sporco. Non c’è da sorprendersi che la pressione fiscale sia aumentata del 22% tra il 2011 e il 2014, e che la quasi totalità di questo denaro sia finita nelle casse dello Stato. Con la codifica in costituzione dell’accentramento tributario, viene messa una pietra tombale su qualsiasi ipotesi reale di responsabilizzazione finanziaria degli enti locali: preparatevi a staccare assegni per il debito di Roma ancora per tanti, lunghi anni.

«Con la riforma diminuiranno i contenziosi, la spesa pubblica e la burocrazia.» L’eccessivo ampliamento della sfera d’azione statale, nonché le scelte lessicali infelici e troppo simili a quelle attuali, replicheranno i medesimi problemi interpretativi già visti dopo il 2001. L’eliminazione delle materie concorrenti non ha portato chiarezza, ma solo ulteriore confusione, poiché con la riforma vi saranno materie statali che richiederanno comunque un’integrazione legislativa regionale, facendo pericolosamente oscillare il confine delle potestà competenziale. E chi deciderà? La Corte costituzionale, ovviamente. Che il centralismo esasperato sia la panacea per i mali del regionalismo e che produca un effetto benefico su spesa pubblica e burocrazia fa sorridere: lo Stato, che non è mai stato in grado di responsabilizzare sé stesso e che per anni ha distribuito a piene mani denaro pubblico agli enti locali in barba a qualsiasi principio di responsabilità, ora si pone come grande moralizzatore. D’altronde, basta vedere le previsioni del DEF per il 2017, che prevede nel prossimo biennio un incremento della spesa per la Pubblica Amministrazione di ben 19 miliardi d’euro. Il riformato Titolo V andrà a penalizzare anche le regioni virtuose: l’effetto combinato della nuova clausola di supremazia con la totale assenza d’autonomia finanziaria porterà a un’omologazione verso il basso delle diverse esperienze regionali, che lo Stato disciplinerà e organizzerà in maniera uniforme, replicando ciò che è già accaduto molti decenni fa. Complessivamente, infatti, il nuovo Titolo V è quasi una fotocopia di quello degli anni Settanta: un passo innovativo e sicuramente vincente verso la modernizzazione del Paese.

«L’abolizione del bicameralismo paritario è un grande risultato. Basta “navette”.» Senza dubbio, l’eventuale abolizione del bicameralismo sarebbe opportuna, ma solo se accompagnata a un’idea di riforma istituzionale non contraddittoria e lineare. Se un paziente necessita di un trapianto e questo viene effettuato, la buona riuscita complessiva dell’operazione richiede tuttavia che non vi sia rigetto nella fase post-operatoria. Il rigetto, da parte del sistema istituzionale, è esattamente ciò che avverrà, poiché non sono chiare le modalità d’elezione, la composizione e la natura politica del nuovo Senato, la cui incisività decisionale è paradossalmente più concreta nelle questioni europee e internazionali che in quelle locali. Ma in che modo dei consiglieri regionali, che dovrebbero essere portatori delle istanze territoriali, saranno in grado di decidere in maniera pertinente su complesse questioni relative, ad esempio, ai trattati internazionali? Per ciò che concerne le famose “navette” fra Camera e Senato, giova ricordare che i dati elaborati dal Centro Studi del Senato mostrano come solo cinque disegni di legge, fra il 2008 e il 2013, siano stati oggetto d’approvazione con quattro o più letture. I fan della riforma ignorano, volutamente o no, che i tempi d’approvazione di una legge sono influenzati da molteplici fattori (tra i quali la doppia lettura è solo uno e non il più rilevante) legati di volta in volta alla norma considerata: l’intensità del confronto fra i partiti, la volontà politica di giungere all’approvazione, la complessità tecnica della materia, l’individuazione di una copertura finanziaria. Far passare l’idea che grazie alla riforma le leggi verranno approvate con uno schiocco di dita è surreale.

«Il nuovo Senato rappresenterà gli enti locali, come in Germania.» Pensare anche solo lontanamente di fare copia-incolla del Bundesrat tedesco nell’ordinamento italiano significa non avere la minima idea di ciò di cui si sta parlando. Affermare che il Senato disegnato dalla riforma sia anche solo simile a quello tedesco significa mentire sapendo di mentire. Non è alla Germania che hanno guardato i redattori della riforma, il cui infelice punto di riferimento è invece il Bundesrat austriaco, che condivide assai poco in termini di funzioni e d’importanza con quello teutonico. Di fatto, il nuovo Senato ne replica la scarsa coerenza nel circuito istituzionale, nonché la sperequazione nella distribuzione numerica dei seggi. Come i futuri senatori italiani, anche i membri del Bundesrat austriaco sono eletti con metodo proporzionale, sulla base di liste di partito, dalle rispettive assemblee legislative regionali, i Landtage (di cui non sono però obbligati a far parte), e senza vincolo di mandato. Ne risulta un’organizzazione del Bundesrat su base partitica, che riflette anche in quest’organo le medesime logiche politiche della prima Camera, il Nationalrat. Se a ciò si aggiunge la scarsa capacità d’incidere sulla produzione legislativa (tantoché nel corso degli anni la prassi ha fatto emergere altre sedi informali per rappresentare gli interessi locali, come la Conferenza dei Presidenti dei Länder), non sorprende che la seconda Camera sia stata progressivamente marginalizzata, tanto da rasentare l’inutilità. La questione è tuttora insoluta, con la dottrina che si limita a evidenziare come quello austriaco sia ormai un federalismo di facciata, col Bundesrat ridotto a soprammobile. Perché copiare un sistema istituzionale estero già profondamente in crisi? A chi sostiene che le tante incognite e i vulnus del nuovo Senato saranno facilmente sanati con la riscrittura dei regolamenti parlamentari, sarebbe opportuno ricordare che sì, l’ottimismo è ammirevole ed è il profumo della vita, ma nel mondo reale tale riscrittura è bloccata da anni, poiché richiederebbe accordi fra la maggioranza e l’opposizione.

«Si tagliano i costi della politica.» Assomiglia molto alle soluzioni che adotta un’azienda disperata quando deve ridurre i costi: si licenziano i dipendenti. La strada più facile e spesso inefficace, perché tanto l’azienda fallisce lo stesso nella maggior parte dei casi. Se questo governo è così ansioso di tagliare i costi della politica e intraprendere una seria spending review, può sempre richiamare uno dei tre commissari che ha gentilmente accompagnato alla porta e mettere in pratica quanto previsto dai loro dossier, rimasti a prender polvere nei cassetti di Palazzo Chigi. Non serve certo una riforma della Costituzione per diventare paladini del risparmio; è sufficiente la volontà politica. A proposito, ma il piano di Cottarelli? Molto più facile nascondersi dietro il taglio di qualche decina di senatori e giocare ai grandi statisti mentre il debito pubblico prosegue la sua corsa senza freni e si regalano mance referendarie a selezionate fasce sociali per ingraziarsene il voto.

«Avremo governi più stabili.» Sono quattro i fattori che influiscono sulla stabilità e sulla governabilità. Il primo è il ruolo del capo del governo e dei suoi poteri. La riforma non incide in alcun modo sui poteri del presidente del Consiglio, lasciando intatti gli articoli dal 92 al 95 che ne regolano le prerogative e i rapporti con l’esecutivo. Il secondo fattore è la struttura del parlamento – monocamerale o bicamerale – e la conseguente chiarezza della natura e delle funzioni dell’architettura istituzionale. La riforma non abolisce il Senato e non sancisce un passaggio dal bicameralismo al monocameralismo, bensì punta a correggere l’anomalia del bicameralismo paritario trasformando struttura e competenze della seconda Camera, e limitando il rapporto di fiducia alla Camera dei Deputati. L’intenzione è corretta e condivisibile. Tuttavia, il coacervo d’incoerenze (come già detto) che vizia la natura della rappresentanza, il meccanismo d’elezione, la composizione e le funzioni del nuovo organo sono ben lungi dall’assicurare maggior efficienza e stabilità all’intero assetto istituzionale. Il terzo fattore è l’inserimento in Costituzione di strumenti di razionalizzazione della forma di governo al fine di garantire la continuità governativa e la stabilità in caso di crisi. La riforma non prevede nulla in merito, neanche la cosiddetta sfiducia costruttiva, che tanto servirebbe a un sistema parlamentare come il nostro. Il quarto e ultimo fattore non appartiene all’ambito delle norme costituzionali: si tratta del sistema elettorale. Pertanto, a questo punto si esce dal territorio della riforma e si entra in quello dell’Italicum, oggetto misterioso ancora in attesa del giudizio della Corte costituzionale. L’errore di fondo è persistere nell’affidarsi alla volatilità delle leggi elettorali per provare a influenzare in maniera decisiva la forma di governo. Il presidente della Repubblica conserva sia il potere di nomina del presidente del Consiglio sia quello di scioglimento della Camera dei Deputati: il presidente del Consiglio, in virtù dell’Italicum, potrà forse sentirsi più legittimato a chiedere tale scioglimento, ma l’ultima parola spetterà – esattamente come ora – comunque al presidente della Repubblica, che potrà accoglierla o respingerla, valutando anche la ricerca di un’altra maggioranza. Il presidente del Consiglio, pertanto, anche con l’Italicum, non sarà insostituibile, sebbene si voglia far credere il contrario: la forma di governo rimane parlamentare, coi difetti di sempre. Com’è possibile affermare che la riforma assicura maggiore stabilità e governabilità, se di fatto non incide sui quattro fattori che aiutano a raggiungere tali obiettivi, e si affida unicamente alla legge elettorale, che è una semplice legge ordinaria esterna alla modifica costituzionale e può essere cambiata in qualsiasi momento? Misteri della fede.

«Ma hai visto quali politici e/o personaggi dello spettacolo votano NO?» Alla faccia delle argomentazioni solide. Spuntano gli album delle figurine: se quello vota No, allora si deve votare Sì, e viceversa. La presunta statura intellettuale delle variegate compagnie del Sì e del No non dovrebbe neanche essere un argomento credibile di discussione o un fattore decisivo sulla scelta finale di voto.

«Questa è l’ultima occasione per cambiare.» Alla faccia delle argomentazioni solide, ancora. Siamo al terzo referendum costituzionale in 15 anni, viaggiamo alla media di un tentativo di riforma della Costituzione ogni cinque anni: perché mai dovrebbe essere l’ultima occasione? E il cambiamento, in questo caso, è ben lungi dall’esser tale. Il cambiamento, se è tale, si governa; altrimenti, è solo gattopardismo costituzionale. E allora si risponde con educazione: NO, grazie.

Per approfondire:

Guida rapida e razionale contro la riforma costituzionale

Roma brucia, preparate i portafogli

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