Giugno e scadenze fiscali: lo Stato ha fame

 

o-TAX-RETURN-facebookCome ogni anno, l’arrivo di giugno rappresenta un periodo particolare per gli italiani. Con l’estate arrivano i prelievi più importanti e pesanti per i cittadini/sudditi, uniti spesso ai rincari su autostrade, mezzi di trasporto e carburanti, come se lo Stato volesse sfruttare il clima di spensieratezza tipico dell’estate per fare cassa. Questa potrebbe sembrare una malignità gratuita; purtroppo l’evidenza mostra una situazione differente. Il 16 giugno, infatti, è scaduto il termine per il pagamento della prima rata d’IMU e TASI, dell’acconto IRPEF per le persone fisiche, unito alle addizionali regionali e comunali. La stessa data coincide con la scadenza per IRAP, IMU, TASI e IVA per le aziende e per la TARI laddove i comuni ne avessero già stabilito le aliquote. Solo la mole di tributi in scadenza fa pensare alla cifra che lo Stato dovrebbe incassare, che si potrebbe quantificare in 56 miliardi d’euro, poco meno del 10% del monte fiscale annuo.

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Ovvio che le imposte vadano pagate, lo dice la legge, ma la coincidenza delle scadenze, concentrate in un’unica data, e l’incidenza del prelievo sul reddito nazionale dovrebbero far riflettere. Sono anni che in questa sede denunciamo e analizziamo la macchina vessatoria dello Stato italiano, che preleva ben oltre la metà dei redditi di persone e imprese, in media, cui si deve aggiungere la continua emissione di debito per alimentare la spesa pubblica. Quest’ultima, inoltre, rappresenta meramente una posticipazione di future imposte a pagamento dei titoli emessi. Ciò detto, perché non ricordare che cosa si paga in questo giorno di metà anno?

Il focus principale, al di là delle imposte sui redditi per le persone fisiche, su cui torneremo tra poco, e dell’IRAP (l’«Imposta RAPina», come definita da Tremonti, che però ben si è guardato dal progettarne l’abolizione), sarebbe da porsi su quelle imposte patrimoniali che lo Stato italiano nasconde dietro una falsa veste di tasse di servizio, TASI e TARI, che insieme comporrebbero la IUC, quell’Imposta Unica Comunale che tanto unica non è.

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Ricorderete quando si parlò d’IMU, un articolo dove s’ipotizzava anche l’introduzione di una buona imposta fondiaria per sgravare redditi e consumi. Bene, lo sgravio mai ci fu, anzi ci fu un aggravio, poiché molte amministrazioni aumentarono al massimo le aliquote delle addizionali di loro competenza, innalzando il prelievo sui redditi, e il governo innalzò continuamente le accise sui carburanti e le aliquote IVA. L’IMU, odiata, sulla prima casa, però, fu abolita dall’effimero governo Letta per assicurarsi l’appoggio della compagine berlusconiana e, quindi, prontamente sostituita da una nuova imposta, la TASI (Tassa sui Servizi Indivisibili), che guarda caso ha la stessa base imponibile dell’IMU, la stessa aliquota massima, ma non è prevista alcuna detrazione, cosa che ha portato in molti casi ad avere un’imposta sulla prima casa ben superiore a quella abolita.

Una presa in giro? Sicuramente, ma la pantomima si aggrava se si pensa alle seconde case. L’IMU aveva un’aliquota massima pari a 1,06%. In questo caso l’imposta fondiaria si duplica, e alla predetta IMU si somma la TASI. Il sovrano, bontà sua, ha stabilito un tetto massimo impositivo per le due gabelle dell’1,14%, come dire: «Hai investito nel mattone, perché asset sicuro? Bene, allora te lo tasso ancor di più». A questo occorre aggiungere quella TARI che dovrebbe essere l’erede di TARSU/TIA, poi divenuta TARES, la tassa sullo smaltimento rifiuti che, anche in questo caso, finisce per essere una mera imposta patrimoniale, basandosi principalmente sulla metratura degli immobili e sulla loro destinazione d’uso. Esaurita la riscossione delle imposte patrimoniali, si potrebbe parlare di quelle reddituali e sui consumi, ma, poiché l’argomento è stato già sviscerato, sarebbe meglio focalizzarsi su quanto queste incidano sui conti pubblici.

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Analizzando il bilancio dello Stato 2014 (fonte MEF), lo Stato incassa annualmente circa 416 miliardi d’euro per via fiscale. Di questi, circa 213 miliardi derivano dal monte IRE/IRES, mentre circa 93 miliardi derivano dal gettito IVA, e 4,6 miliardi dall’IRAP. Recentemente, un neonato gruppo politico ha proposto d’introdurre una flat tax al 20% sugli incassi erariali relativi alle imposte sul reddito e di ridurre istantaneamente l’IVA al 15%, cancellando contestualmente l’IRAP. Considerando che il PIL italiano nel 2014 ha raggiunto la cifra di 1.370 miliardi d’euro scarsi, l’aliquota media reddituale è di circa il 23%, quindi un intervento così pensato varrebbe circa 93 miliardi d’euro a entrate correnti, di cui 24 derivanti dalla modifica delle aliquote reddituali, 4,6 dall’abolizione dell’IRAP, e circa 65 dall’abbattimento dell’aliquota massima IVA al 15%.

Totale sul bilancio dello Stato? Una riduzione degli introiti fiscali di circa il 22%. Sicuri che possa sposarsi con l’obiettivo della riduzione del 5% della pressione fiscale in cinque anni, pur ammettendo un rilancio complessivo del Paese e una crescita di consumi e PIL che possa compensare almeno in parte la forte riduzione di prelievo fiscale proposta? Di più: come pensare che si possa intervenire in maniera così decisa sulle aliquote ipotizzando un taglio di solo il 5% della spesa pubblica, sempre in cinque anni?

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Un’incongruenza così marcata tra le cifre reali e quelle teoriche prospettate lascia una certa perplessità. Possibile che, a fronte di un’imposizione vessatoria, si propongano interventi basati su cifre reboanti e contraddittorie? Non sarebbe il caso di presentarsi con un’idea di riforma complessiva del fisco? A ogni scadenza, queste sono le domande che assalgono diversi italiani, accompagnate spesso da annunci d’interventi di riduzione che, nel corso degli anni, si sono rivelati mere promesse elettorali puntualmente fraintese.

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Intanto, giusto prima delle vacanze, i conti correnti degli italiani saranno taglieggiati dall’ennesimo prelievo massiccio, che guarda caso si ripeterà a dicembre, pochi giorni prima di Natale…

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