Per combattere la corruzione, ci vuole meno Stato

 

700_dettaglio2_Giorgio-Orsoni-ImagoeconomicaI recenti scandali riguardanti l’Expo in Lombardia e il MOSE a Venezia hanno dato vita a un’accesa discussione sulla corruzione. Il tema non è originale: se ne parla da anni, anche diversi organismi internazionali lo denunciano come uno dei principali per un’economia florida, e non è peregrino ritenere ch’essa sia una delle cause del crollo degl’investimenti esteri in Italia. In séguito a queste vicende, il governo ha deciso d’accelerare l’iter del DDL anticorruzione e di nominare il magistrato Raffaele Cantone, già presidente dell’Autorità anticorruzione, commissario dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici. In ogni caso, non si sprecano le veementi reazioni verbali: da Renzi, che ha lanciato un anatema contro i politici indagati, rivelando una sorprendente e sgradita facciata «giustizialista», a Confindustria, che, nelle veci del segretario Squinzi, s’è spinta a richiedere la radiazione dai contratti pubblici delle imprese coinvolte in tangenti. Per non parlare degli appelli provenienti soprattutto da sinistra, tanto altezzosi quanto fumosi, per un ritorno alla legalità.

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Il presupposto di tutte queste prese di posizione è un fenomeno innegabile e diffuso. Il problema è che tali analisi si rivelano alquanto parziali, poiché mettono in luce un problema senz’analizzare la questione a 360 gradi, coll’unico risultato d’aumentare la confusione e portare a credere a ricette fantasiose e irrealistiche. In particolare, quando si denuncia la corruzione, ci si dimentica spesso di criticare l’estrema inefficienza e opacità delle procedure amministrative, l’inadeguatezza del codice dei contratti pubblici, l’infinita serie di regolamenti che occorre rispettare e che finiscono per scoraggiare molti volenterosi investitori. Questa poca trasparenza consegna nelle mani di chi redige gli appalti e di chi poi materialmente ne decide le sorti un potere discrezionale immenso, che dovrebbe essere considerato con maggiore preoccupazione. Soprattutto perché, stando cosí le cose, è facile che imprenditori smaliziati tentino di «catturare il regolatore», anche tramite mazzette, stringendo cosí legami pericolosi con la pubblica amministrazione. Di conseguenza, è inutile indignarsi e richiedere maggior moralità — cosí come risulta solamente foriero d’ulteriori guai il prospettare una specie di via giudiziaria, a furia d’arresti, spesso anche in spregio dei piú elementari diritti di difesa. Occorre, invece, comprendere che nei meandri della politica e della burocrazia non esistono né angioletti né individui immuni da interessi personali, e che talvolta a certe pressioni, anche da parte dello stesso partito, è impossibile resistere.

Il primo intervento, quindi, andrebbe effettuato sul piano normativo. Come rilevato dal Procuratore di Venezia Carlo Nordio, anziché introdurre nuove discipline, si dovrebbe operare in un’altra direzione, riducendo il numero delle norme e rendendole piú chiare e trasparenti. Invece, avvilentemente, le forze politiche — a fronte di regolazioni invadenti e spesso inefficienti — non sanno far altro che invocare ancor piú leggi e poteri pubblici, in un circolo d’«inflazione legislativa» che peggiora la situazione e rinforza l’ingiustificata credenza secondo cui solo dentro le istituzioni pubbliche può essere trovata la soluzione a questi problemi.

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Tuttavia, l’obiettivo ultimo non può essere un mero «efficientamento» della macchina pubblica. Recentemente abbiamo messo in luce i danni provocati dal settore pubblico nel finanziare questo genere d’opere, pagate da tutti i contribuenti per avvantaggiare solo quelle persone direttamente interessate dall’evento. Entro quest’orizzonte è facile comprendere che, al di là dei problemi contingenti, si deve richiedere un netto ridimensionamento del settore pubblico. In altre parole: anziché ingegnarsi per escogitare norme anticorruzione, si tolga la possibilità ai politici di gestire — con esiti purtroppo noti — le risorse pubbliche. Sarebbe sicuramente l’incentivo migliore, nonché il rimedio piú efficace: il fatto che la spesa pubblica italiana «intermedi» piú della metà del reddito nazionale sta in diretta correlazione col fatto che certi operatori economici si sforzino coi piú svariati mezzi, anche sfruttando le entrature concesse da politici e funzionari pubblici, di vivere «alle spalle degli altri». Il tema, dunque, rientra nell’ampio spettro d’àmbiti dove non conta tanto che lo Stato operi «meglio», quanto che faccia di meno, ponendo fine alle distorsioni e ai trasferimenti coercitivi di ricchezza.

È quasi divertente sentire i politici denunciare le distorsioni alla concorrenza apportate dalla corruzione. Se fossero coerenti, essi si batterebbero contro tutte le perturbazioni del sistema concorrenziale, spesso con effetti ben piú dannosi delle tangenti — dalle regolamentazioni invadenti alle misure protezionistiche, passando per sussidi e finanziamenti a imprese vicine al mondo politico. In ogni caso, spesso chi attacca la corruzione spera, tramite aggiustamenti o radicali riforme, di riuscire a creare un autentico mercato all’interno del settore pubblico. Questa convinzione, tuttavia, ignora la differenza sostanziale che intercorre tra la scelta individuale e quella collettiva. Un conto sono i piani predisposti dalla burocrazia, anche nel caso d’un ipotetico «appalto perfetto» progettato in buonafede dalle migliori menti; un conto sono le scelte individuali delle persone. Quest’ultime, nei limiti dell’imperfezione umana, vengono prese in vista d’una miglior soddisfazione, mentre le altre sono effettuate seguendo criteri tanto astratti quanto fumosi del benessere comune e dell’interesse generale, i quali ignorano — né potrebbe esser altrimenti, essendo impossibile entrare nella testa degli altri — le preferenze personali e le specifiche circostanze di tempo e di luogo che le giustificano. In mancanza di tutto ciò, ogni tentativo di scimmiottare il mercato, approntando meccanismi concorrenziali all’interno della PA, non può che rivelarsi fallimentare. Cosí inquadrata la questione, si staglia un profondo e insanabile contrasto: fra chi è immerso nel positivismo giuridico e s’accontenta del «rispetto della legge» come valore assoluto, e chi invece ragiona sul piano sostanziale della legittimità, preoccupandosi anzitutto del contenuto della legge e delle conseguenze — dannose — dell’intervento pubblico.

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