La libertà individuale non si sacrifica sull’altare della laicità

di Federico Morganti

Articoli di questo autore (7)

 

church_and_state_montage2È di questi giorni la sentenza del Tar dell’Emilia Romagna che ha accolto il ricorso del Comitato Scuola e Costituzione – sostenuto economicamente dall’UAAR, l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti – e annullato l’autorizzazione del consiglio di una scuola di Bologna a procedere con le benedizioni pasquali nello stesso istituto. Monica Fontanelli, tra gli insegnanti che hanno promosso il ricorso, ha sostenuto che grazie alla sentenza si è «affermato un principio importantissimo, non solo per la scuola di Bologna, ma per la scuola italiana. L’indicazione è estremamente chiara: la scuola è laica. A scuola si insegna a vivere insieme, si fa cultura. Le pratiche religiose restano fuori. È stato affermato un principio della Costituzione». Le cose tuttavia non sono così semplici, e l’episodio obbliga a una riflessione su ciò che intendiamo quando parliamo di laicità. Coloro che salutano con favore la sentenza fanno evidentemente riferimento a uno stato che sia libero dalla religione: in uno stato laico le pratiche religiose sarebbero cioè strettamente confinate alla sfera privata.

Un principio che sembra prima facie insindacabile. Sennonché, in un paese in cui lo stato tende a invadere ogni spazio pubblico, la sfera per l’esercizio della libertà di culto rischia di trovarsi severamente limitata. L’iniziativa della scuola bolognese era stata collocata al di fuori dell’orario delle lezioni ed era destinata a svolgersi su base strettamente volontaria. Nessuno studente era costretto a presenziare alla cerimonia. Lo svolgimento di quest’ultima, di conseguenza, non ledeva la libertà di nessuno. Secondo l’articolo 19 della Costituzione, «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume». Non è dunque dalla Costituzione che la sentenza del Tar può trarre giustificazione. Da questo punto di vista, un gruppo di persone che si riunisce per far benedire una scuola non sembra dissimile da un gruppo di persone che si riunisca per pregare in un ospedale.

Si potrebbe forse replicare che una scuola non può restare aperta oltre l’orario di lezione senza incidere sulla spesa pubblica. D’altronde – soprassedendo sull’irrisorietà del costo di una simile iniziativa – è difficile accogliere l’obiezione senza mettere perciò stesso in questione molti altri impieghi di denaro pubblico, da parte del sistema scolastico, che non sono strettamente legati all’apprendimento delle materie curricolari. Se ad esempio una scuola istituisce dei corsi pomeridiani di teatro, o delle attività di solidarietà o cultura civica, autorizza in tal modo una spesa che penalizza coloro che non sono interessati a quelle attività. Si tratta, in altre parole, di un problema di spesa pubblica, non di laicità. A ben vedere, un uso dello spazio pubblico che non imponga costi a terzi è semplicemente impensabile. Le manifestazioni di piazza rappresentano un uso altrettanto non-neutrale dello spazio pubblico. Ma è innegabile che una società che impedisca tali manifestazioni – come qualsiasi altra professione di credo personale, purché non violenta – sia una società meno libera.

L’impressione è che il persistere dei dibattiti su temi sensibili per il fronte laico rischi di creare uno spirito di antagonismo nei confronti di alcune forme di esercizio della libertà religiosa. Da parte dello stato sarebbe in effetti auspicabile l’astensione da verdetti pro o contro le benedizioni pasquali; e che siano i singoli istituti, in dialogo con genitori e studenti, a organizzarsi come ritengono più opportuno. In una società liberale, laicità dovrebbe significare non già la scomparsa della religione dal pubblico, ma la possibilità di professare la propria posizione religiosa, o irreligiosa, purché nel rispetto delle libertà altrui.

Nello scritto Sulla questione ebraica (1843), un venticinquenne Karl Marx lamentava il fatto che la libertà dell’uomo moderno, compendiata dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, fosse in realtà la libertà dell’egoismo e dell’atomismo individualistico. «L’uomo – recriminava – non venne quindi liberato dalla religione, ma ottenne la libertà di culto. Non venne liberato dalla proprietà, ma ottenne la libertà di possedere.» La sentenza del Tar va esattamente nella direzione di Marx: non già una società aperta, in cui nessuna fede è imposta e tutte sono tollerate – e in cui le decisioni su come organizzare la società stessa sono decentrate, rispetto al potere statale – ma una società che rimuove la religione dallo spazio pubblico sacrificando la libertà individuale sull’altare della laicità.

Designed by Daniele Bertoli. Developed by Pixelperfect