Prezzo del petrolio: un mondo d’equilibri in un barile

 

Booming oil graphLa caduta del prezzo del petrolio ha conquistato la prima pagina dei quotidiani, e il perseverare di quotazioni decisamente inferiori a quelle cui gli ultimi anni ci avevano abituati continua a far clamore. Tra febbraio 2011 e agosto 2014, il prezzo al barile non è mai sceso sotto i 90$, con picchi oltre i 125. Poi, il crollo. Lo scorso 1º luglio, la quotazione è stata di 105$, seguita da una discesa costante che ha portato ai 70$ del 1º dicembre e ai 46$ del 28 gennaio.

La causa di tale andamento è stata variamente ricondotta alla comparsa sul mercato del tight oil statunitense e alle conseguenti mosse dell’Arabia Saudita per mettere in difficoltà il rivale americano. Tutto qui? Decisamente no. La composizione del prezzo del petrolio è un’equazione complessa ma riconducibile a tre parametri di base: domanda–offerta, speculazioni e fattori geopolitici.

Domanda–offerta

Ciò cui stiamo assistendo sono le ripercussioni di un calo di domanda riconducibile a più cause: la crisi economica; il crescente ricorso ad altre fonti d’energia, in particolare a quelle «pulite»; un aumento di domanda nei Paesi in via di sviluppo meno importante di quanto ci si aspettasse. In generale, la domanda di petrolio è in crescita, ma non ai livelli che si erano previsti. Quel che ne consegue è un’eccedenza d’offerta e, quindi, una diminuzione del prezzo.

Normalmente, la cura adottata è un taglio della produzione, così da adeguare l’offerta alla domanda, ma, quando ci si riferisce al petrolio, non sempre la mossa è così scontata. C’è chi non può e chi non vuole diminuire la produzione. Gli USA, per esempio, appartengono alla prima categoria. Gli impianti d’estrazione di tight oil, una volta all’opera, devono continuare a lavorare fino all’esaurimento della riserva. Dall’altra parte troviamo l’Arabia Saudita, che essendo in grado di «sopravvivere» anche con quotazioni molto basse e possedendo petrolio tradizionale, la cui estrazione può essere regolata, ha capito che vendere petrolio «sottoprezzato» ai nuovi acquirenti asiatici è più conveniente che tagliare la produzione e mantenere il prezzo alto ma non avere nessuno cui vendere il proprio prodotto. Strategia ben calcolata, nella consapevolezza che, se le quotazioni rimarranno basse, non si faranno investimenti, non ci saranno nuovi pozzi da cui attingere, e quindi si tornerà a una situazione di scarsità d’offerta. A quel punto, la regina dei «petrostati» si troverebbe in una posizione di vantaggio senza essere ricorsa a un taglio di produzione. La chiave è riuscire a superare il periodo di burrasca, ma, avendo le redini dell’OPEC e la soglia limite di guadagno più bassa di tutti, l’Arabia ce la farà.

Quale destino per gli altri Paesi produttori? Considerando l’aspetto prettamente di mercato, esso dipende dai costi di produzione caratteristici di ciascun’area. I costi di produzione più bassi sono possibili in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale, dove si aggirano intorno ai 20$ al barile. Riferendosi al petrolio tradizionale in altre aree essi sono compresi tra i 20 e i 70$; nell’Artico, tra i 40 e i 100. I costi più alti sono quelli relativi al tight oil, tra i 50 e i 100$. Si capisce quindi come i petrostati del Golfo possano dormire sonni più o meno tranquilli anche con prezzo al barile a 48$, pur non avendo grandi margini di guadagno per gli investimenti, mentre gli USA, fieri della loro nuova natura di Paese produttore e presto autosufficiente d’energia, siano in un mare di guai. Numerose compagnie sono già in difficoltà, non in grado d’onorare i prestiti ricevuti per avviare le attività e impossibilitate a chiedere credito per modernizzare gli impianti. La situazione americana è quindi quanto mai complessa: da una parte, gli Stati produttori sono in crisi; dall’altra, quelli che acquistano petrolio sono avvantaggiati dal prezzo contenuto. In difficoltà sono anche i Paesi le cui entrate statali derivano in maggioranza dalle rendite petrolifere. L’Iran, ad esempio: nella Repubblica Islamica, nel 2009 il settore petrolifero ha contribuito al 60% delle entrate statali e all’80% del valore totale dei guadagni derivanti dall’export e dagli investimenti stranieri. Tuttavia, il piano economico relativo agli anni fiscali 2014/2015 e 2015/2016 prevede un aumento del 13% delle entrate statali totali, in particolare ricorrendo ad aumento delle tasse. Quali le possibili conseguenze politiche e sociali di tale misura, da sommare a quelle straordinarie già adottate per fare fronte alle sanzioni economiche? Questa domanda c’indirizza alla seconda componente fondamentale nella decretazione del pezzo del petrolio: i fattori geopolitici.

Fattori geopolitici

Come noto, il burattinaio del gioco petrolifero globale è l’Arabia Saudita. Secondo Paese con le maggiori riserve, pur non essendo fisicamente il numero uno, il petrostato per eccellenza ha il potere d’imporre politiche tali da avere ripercussioni importanti a livello globale. Il Paese ha deciso di giocare su due fronti: contro il nemico per eccellenza, l’Iran, e in maniera ambigua con gli Stati Uniti.

Per quanto riguarda il primo fronte, la volontà ormai palese è di mettere in difficoltà se non soffocare silenziosamente il Paese rivale nel ricoprire il ruolo egemonico nella regione mediorientale. L’Iran possiede il 10% delle riserve mondiali di petrolio. Si tratta di un potenziale concorrente che potrebbe, in presenza di una congiuntura favorevole, acquistare un grande potere non solo economico, ma anche politico. Tra i due Stati non è mai corso buon sangue, e le motivazioni sono sempre le stesse. Il copione s’è già visto nel 1977, quando il rifiuto saudita d’alzare i prezzi del greggio portò al collasso del nemico e alla successiva Rivoluzione. «Siamo rovinati. Abbiamo dilapidato ogni singolo centesimo in nostro possesso per farci mettere in scacco dall’Arabia con una sola mossa. Siamo ora in un disastroso pericolo economico e dobbiamo tirare la cinghia se vogliamo sopravvivere» le parole dello scià a un fidato collaboratore. Distruggere la base economica dell’Iran vorrebbe dire rendere plausibili disordini e un indebolimento del governo, con una conseguente perdita di status in Medio Oriente e un minore sostegno a gruppi terroristici sciiti, Hamas e Hezbollah compresi.

Anche in quella che sembra una partita tutta mediorientale, gli USA sono comunque coinvolti. C’è chi ipotizza che a convincere l’Arabia a ricorrere a misure così drastiche per tenere a bada il promettente vicino sia stato il recente riavvicinamento tra quest’ultimo e gli USA stessi.

Stati Uniti e Arabia — il matrimonio di convenienza più in vista dell’ultimo secolo — sono entrati in crisi. La volontà americana d’accattivarsi il nascente petrostato si manifesta già nel 1942: «Lo sviluppo delle risorse petrolifere saudite dovrebbe esser visto nell’ottica dell’interesse nazionale generale»; al contempo, l’Arabia pensa alla nascente superpotenza come sostegno che le garantirebbe di liberarsi dell’ingombrante Gran Bretagna e, grazie a nuovi contratti petroliferi, di rafforzare il proprio potere. Il contratto matrimoniale si suggella nel 1945 sulla nave Quincy. La promessa, «oil for security». Un accordo ambiguo fin dall’inizio: sei anni per formalizzarne i termini, nessun trattato formale, ma nel complesso il petrolio s’imbarca verso gli Stati Uniti, da cui vengono invece forniti addestramento per le forze armate, armi, accordi commerciali, prestiti, vera e propria protezione militare. I sauditi continueranno a rimproverare agli USA d’aver approfittato — sempreché acquistar petrolio e versare fior di dollari nelle loro casse si possa considerare sfruttamento — della loro ricchezza petrolifera ma di non aver equamente contribuito in quanto a tutto ciò che potesse ricadere nella categoria «security». Gli USA hanno voluto differenziare il proprio paniere energetico, iniziando a importare petrolio anche da altri Paesi; non hanno visto il patto come una promessa di monogamia. La situazione è sfuggita di mano dagli anni Ottanta. L’Arabia, sentendosi indifesa e attaccata su due fronti, dalla Rivoluzione iraniana e dall’invasione russa dell’Afganistan, entrambe nel 1979, decise di finanziare i mujahidin afgani per combattere la minaccia sovietica, che, seppur agonizzante, non rinunciava al sogno d’ottenere uno sbocco sul golfo Persico.

Finanziamenti che peraltro arrivarono, senza troppi segreti, anche da parte statunitense. Quando però nacque al-Qaida, e soprattutto quando venne alla ribalta mondiale con gli attacchi dell’11 settembre, il capro espiatorio fu l’Arabia, accusata di non aver fatto abbastanza per controllare le derive estremiste finanziate dai suoi cittadini. Politiche estere (e non solo) sempre più divergenti non hanno compromesso il fatto che l’Arabia continua a essere il secondo maggior esportatore di greggio negli USA. Quantità in diminuzione, visto il boom del tight oil nazionale, ma comunque di tutto rispetto. Richiamando alla memoria quanto detto circa i costi di produzione, e aggiungendo che gli impianti di raffinazione americani sono stati progettati per raffinare petrolio simile a quello saudita, si capisce perché sia conveniente continuare ad acquistare dal consueto rifornitore piuttosto che imbarcarsi in una produzione nazionale che richiederebbe davvero troppo.

USA e Arabia sono caratterizzati da un equilibrio instabile ma, almeno per il momento, necessario. Se davvero gli USA decideranno d’aprirsi all’Iran e di concedergli una possibilità, l’Arabia potrà considerare quel passo come la fatidica goccia che fa traboccare il vaso. Ma, a quel punto, sarà davvero in grado di fare a meno dell’ex (?) coniuge?

Speculazioni

Il mercato più redditizio del mondo non poteva esserne esente. Cicli speculativi, con diminuzioni e aumenti di prezzo programmati, sono noti a chi è nel settore. Un esempio è la creazione di domanda virtuale per far aumentare i prezzi, come accaduto alcuni anni fa, quando si prospettò un’impennata della domanda cinese che non arrivò mai. Gli aumenti di prezzo, normalmente, sono appoggiati dalle compagnie che hanno bisogno di liquidità per gli investimenti. Si tratta dello scenario che s’è verificato fino all’estate scorsa. Compagnie stremate per essersi lanciate in progetti troppo ambiziosi e spesso inconcludenti avevano assoluto bisogno di una boccata d’aria fresca, che effettivamente s’è palesata, anche se non è stata sufficiente a rimettere in sesto i conti delle «Big oil».

L’aspetto più curioso delle speculazioni si ritrova quando fatti storici rilevanti vengono usati come capro espiatorio per coprire quelli che in realtà sono giochi di mercato. Che cosa pensereste se vi si dicesse che l’embargo petrolifero del 1973 fu una mossa appoggiata dagli USA per rilanciare la produzione nazionale? C’è chi sostiene che quello che viene ricordato come il primo shock petrolifero, conseguenza della guerra del Kippur, fu in realtà un accordo diretto tra compagnie e Paesi OPEC. La tesi sembra iperbolica, ma una visione più ammorbidita e meno complottista potrebbe reggere. I Paesi OPEC diminuiscono le esportazioni e fanno impennare i prezzi, mostrandosi fieri difensori delle prerogative mediorientali ostili a Israele e ponendo le basi di un rilancio economico. Tra il 1969 e il 1974, le rendite saudite schizzano da 96 milioni a 22 miliardi annui. Gli USA, che dal 1971 avevano cercato d’incoraggiare la produzione nazionale, hanno pane per i loro denti. Aumento del prezzo, nessun’importazione, gli americani devono comprare petrolio nazionale, andando a stimolare la produzione interna e tutto ciò che ne dipende. Come ogni tacito accordo, anche questo previde una solida propaganda che si mobilitò per accusare l’OPEC di comportarsi come un cartello e di ricoprire il ruolo del cattivo.

In un mondo tanto integrato economicamente quanto rivale su innumerevoli fronti, i cambiamenti che si verificano nel deserto più sperduto o negli studi dei più potenti influiscono sul prezzo dell’oro nero. Cercare di far quadrare ciò che vi è dietro è tanto difficile quanto affascinante, e spesso le vere ragioni di crisi e impennate diventano chiare dopo decenni. Spetta a chi verrà dopo di noi fare chiarezza circa il crollo dei giorni nostri.

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