Riforma fiscale: ecco come dovrebbe essere

 

riforma-fiscaleDa quand’è nata questa testata, abbiamo parlato spesso d’imposte e di sistemi impositivi. La questione fiscale, infatti, è la base su cui si struttura il rapporto tra un cittadino e il suo Stato, il metodo di contribuzione alla gestione della cosa pubblica, che col tempo s’è però trasformato da un «fastidio necessario» in una vera e propria vessazione.

Già due anni fa, su queste pagine, provammo a tracciare una riforma strutturale del fisco, un’idea che potesse essere sostenibile nel lungo periodo e che potesse dare maggior equità e trasparenza al sistema. Sicuramente non si trattava d’una proposta del «rigore, crescita, equità» di montiana memoria né d’un’elegia alle tasse sul modello di Padoa-Schioppa, bensí d’una rimodulazione del prelievo volta a far coincidere i centri di spesa con quelli impositivi, impostazione che permetterebbe di raggiungere un equilibrio di massima utilità responsabilizzando le amministrazioni pubbliche e permettendo ai cittadini di controllare, almeno idealmente, come vengano spesi i soldi delle loro tasse.

Si tratta, di fatto, del ribaltamento della «piramide» impositiva italiana, che porterebbe a una soluzione di first best; questo seguendo la teoria della tassazione ottimale (sempreché ne possa esistere una al di fuori dei manuali di scienza delle finanze).

Le ipotesi fondanti del modello, che qui aggiorneremo, non sono cambiate, anzi sono addirittura peggiorate. Posta a 100 la valutazione ISTAT del PIL, la pressione fiscale rilevata è del 44% circa, con una tendenza al 45%. Ma, siccome il sommerso è valutato in maniera «spannometrica» al 17,5% del PIL italiano, quel 44% andrebbe rapportato a un valore pari all’82,5% del PIL. Coloro che pagano le tasse, quindi, secondo una semplice proporzione, versano mediamente il ~53,3% dei propri redditi all’erario.

Resta evidente che la situazione è a un livello insopportabile nel lungo periodo, e che buona parte della crisi della Penisola è dovuta a questo livello di pressione fiscale, che non ha mai avuto pari nemmeno nei Paesi oltrecortina.

Non è possibile che, nonostante la caduta del PIL, il gettito fiscale sia, in termini assoluti, continuamente cresciuto anche se si sono verificate delle perdite in taluni settori, come nel gettito IVA (nonostante l’aumento di due punti percentuali in pochi anni) e a livello d’accise sui carburanti, sintomo della riduzione dei consumi e d’uno stato di crisi perdurante.

Lo Stato incassa oltre 650 miliardi d’euro l’anno, dei quali solo un 30% scarso deriva dall’imposizione sui redditi. Una riduzione shock della pressione fiscale sui redditi costerebbe solo il 3% scarso del monte fiscale, cioè ~18 miliardi, e avrebbe ben piú ritorno d’un qualsiasi sussidio erogato nella forma degli «80 pezzi di qualcosa», tipica del governo Renzi.

Una vera riforma fiscale, ovviamente, dev’essere strutturata s’un percorso pluriennale per esser sostenibile, ma il modello che qui si vuol indicare potrebbe essere il punto d’arrivo d’un percorso coraggioso vòlto a ridare slancio e competitività al Paese.

I primi due interventi dovrebbero essere di natura costituzionale e regolamentare.

Al posto del bistrattato e mai seguito Statuto del Contribuente, si dovrebbe modificare l’art. 53 della Costituzione, inserendo un ultimo capoverso che reciti: «Il prelievo fiscale non può in alcun modo superare il 35% del reddito annuo». Ciò permetterebbe di mantenere una sostenibilità dell’esborso per ogni contribuente e obbligherebbe lo Stato a fare i conti con un limite insormontabile nella sua azione predatoria a sostegno di spesa spesso inutile e clientelare.

Il secondo intervento è costituito, obbligatoriamente, dall’abolizione del sostituto d’imposta per i lavoratori dipendenti, permettendo cosí a questi ultimi di godere già dall’anno di competenza dei beneficî derivati dagli sgravi dovuti a detrazioni e deduzioni maturate nell’anno di competenza, nonché di poter impiegare proficuamente le somme lorde degli emolumenti maturati tra il pagamento d’una rata d’imposta e l’altra, e soprattutto di rendersi consapevoli di quanto costi veramente lo Stato, mostrando che non v’è nulla di gratuito, tantomeno i servizi erogati dal settore pubblico.

La strutturazione del processo di riforma, poi, dovrebbe muoversi in uno sfoltimento delle imposte e in una loro rimodulazione laddove non fosse possibile un’eliminazione complessiva.

La prima fase sarà costituita dall’eliminazione d’ogni tipo d’imposta patrimoniale: poiché qualsiasi patrimonio, contrariamente a quanto sostiene una certa vulgata, è già stato tassato in fase d’accumulo, una doppia imposizione è ingiusta e, nel tempo, dannosa.

S’è già visto quanto IMU, TASI, TARI, addizionali IRPEF, imposte di registro e di successione abbiano falcidiato il mercato immobiliare e ridotto i redditi d’anziani e di molte famiglie ree solo d’aver creduto che il mattone fosse un investimento sicuro. A questo aggiungiamo le imposte sui conti correnti e sui depositi titoli (0,2%) nonché le imposte sul capital gain, la stupida Tobin tax e le assurde IVAFE e IVIE sui valori mobiliari e immobiliari detenuti all’estero, su cui lo scrivente non può che manifestare piú d’un dubbio di legittimità. Per quanto odiosa, può essere concepita un’imposta sui guadagni finanziari, quelle «rendite pure» (a detta di Renzi) che altro non sono che qualsiasi tipo d’investimento. Quindi, tagliato ogni tipo di prelievo sui patrimoni, sarebbe da armonizzare nuovamente l’imposta sul capital gain riportando la par condicio tra titoli di Stato e titoli privati al 12,5%, e da eliminare ogni forma d’imposta sul capital gain per i fondi pensione (oggi portata dall’11% al 20% dal governo).

La seconda fase sarebbe quella d’eliminare ogn’imposta regressiva (cioè che incide maggiormente sui redditi medio-bassi, anziché su quelli piú elevati), come il cosiddetto canone RAI, le imposte di bollo, l’imposta sul possesso d’autoveicoli, che sarebbero sostituite da tariffe ad hoc. Il canone dovrebbe essere sostituito da un abbonamento volontario al servizio pubblico, dopo aver privatizzato e ceduto la RAI sul mercato e aver assegnato con gara d’appalto il servizio pubblico a un operatore non necessariamente pubblico; e le imposte di bollo sostituite con tariffe trasparenti e pubbliche per usufruire dei servizi cui si riferirebbero.

La terza fase, quella finale, dovrebbe portare al ribaltamento del modello impositivo odierno, dopo una seria riforma istituzionale volta alla delocalizzazione dei centri di prelievo e di spesa e alla concessione d’una maggior autonomia a ogni ente locale, indipendentemente dalle politiche governative. Si diceva, in un articolo di qualche settimana fa, che la soluzione piú efficiente per l’Italia sarebbe stata quella dell’abolizione delle Regioni, delle Prefetture e di tutti gli enti di secondo livello per ricostituire le Province come ente autonomo di governo del territorio, realizzando cosí un sistema realmente di stampo federale composto di 110 cantoni/Province autonome, sufficientemente grandi da avere un peso politico ed economico ma abbastanza contenute da poter operare direttamente sul territorio di competenza senza grossi sprechi, poiché il cittadino/contribuente avrebbe la diretta percezione di come vengano spese le risorse provenienti dalle sue tasse.

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Raggiunto questo modello, si potrebbe applicare un regime di flat tax per finanziare lo Stato centrale con aliquota al 10% dei redditi e un sistema di moltiplicatori che le autonomie locali potranno fissare nei limiti consentiti, da 0,1 a 1 per le Province e da 0,1 a 0,5 per i Comuni, che porterebbero il prelievo massimo al 25% dei redditi per tutti. Volendo, la cosa potrebbe esser fatta senza modificare l’art. 53 della Costituzione, che prevede la progressività dell’imposizione, pensando a una no tax area fino a 12.000 euro e un contributo di solidarietà dell’1% sopra i 60.000 euro che finanzi un fondo indisponibile se non in caso di calamità naturale.

A questo punto si potrebbe intervenire anche sui carburanti, dove si potrebbe applicare un’imposizione IVA, con aliquota del 10%, solo al prezzo di produzione, e un’accisa unica, proporzionale al prezzo industriale del carburante, pari al 20% dello stesso ma frenata da un tax cap prefissato a 0,5 euro per litro. Un discorso simile dev’esser applicato all’energia, elettrica e gas, per contenere la bolletta italiana, che è, ingiustamente e solo per via fiscale, la piú cara in tutta Europa, e che deprime, oltre ai consumi domestici, molti investimenti industriali. Resta evidente che il taglio dell’imposizione sull’energia va accompagnato all’eliminazione totale di qualsiasi contributo alle energie rinnovabili, seguendo il principio che, se una cosa convenisse, non avrebbe bisogno d’incentivi.

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Questo progetto ideale, sicuramente, è criticabile, soprattutto dal lato delle coperture. Ma non è possibile pensare una riforma strutturale del fisco mantenendo lo status quo istituzionale e a costo zero iniziale. Uno shock fiscale di questa portata rilancerebbe investimenti privati ed esteri, spingendo il PIL verso l’alto e facendo riguadagnare competitività al sistema-Paese, eliminando diversi centri di spesa e d’intermediazione dello Stato e lasciandone solo tre, in perfetta autonomia finanziaria e col divieto di trasferimento da una all’altra. Si responsabilizzerebbero le amministrazioni, spingendole a comportamenti piú virtuosi e minore propensione alla spesa inutile, clientelare, in quanto direttamente sorvegliate dal cittadino/elettore. In proiezione, ci potrebbe essere sí una riduzione di risorse alla macchina statale, nell’ordine d’un 15–20% rispetto a quanto introitato oggi a parità d’imponibile, ma essa sarebbe compensata da una maggior efficienza nella spesa e dalla crescita del PIL, che porterebbe nuove risorse.

Diciamo che questo progetto è piú una sfida che un programma di governo, anche se piú attuabile e sostenibile dell’adozione d’una mera flat tax generale e gestita ancora secondo un criterio d’accentramento del prelievo. Qualcuno vuole raccogliere il guanto lanciato?

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