Il fondamentalismo non si combatte col fondamentalismo

 

970b45_10791513364d4a0e971947c85bb22acd.jpg_srz_3000_1620_85_22_0.50_1.20_0.00_jpg_srzL’Europa è attraversata dall’ennesima ondata anti-islamica e anti-occidentale. L’isterismo collettivo ha iniziato a spingere le genti a cercar nemici da odiare e antichi valori cui tornare per stare al sicuro, perché il mondo contemporaneo è troppo fluido e relativista per offrire risposte semplici. L’incontro con nuove culture e la nascita di nuovi modi di pensare sono considerati i distruttori di quel mondo antico così ordinato e sicuro dove tutti sapevano chiaramente che cosa bisognava fare nella vita e da chi tenersi lontani. Era un’Europa formalmente laica ma ancora impregnata di religiosità e tradizioni che davano una rassicurante illusione di perpetuità e perfezione. La laicità, acclamata solo nei salotti intellettuali e invocata da chi voleva darsi un tono, è rimasta un principio sostanzialmente desueto, cui molti si sono assuefatti, ma che pochi hanno sposato. La dimostrazione si ha ogni volta che un attentato terroristico scalda gli animi. La reazione dei più è quella d’arroccarsi sui bastioni della cristianità, rievocando vecchie guerre tra religioni e rinnegando tutte quelle libertà fondamentali che lentamente gli europei hanno conquistato combattendo proprio contro quella Chiesa nella quale s’identificano. Le voci della ragione e dell’umanità sulle quali si fonda l’Europa sono poche e sparse.

Al fondamentalismo islamico si risponde col fondamentalismo cristiano, col nazionalismo più ottuso e miope, con una xenofobia grossolana e a tratti ingenua. Come quando il cattolicissimo Matteo Salvini, ignorando il decimo comandamento della religione che ostenta, propone di deportare tutti gli islamici e poi di bombardare due nazioni a caso. È vero, esiste la probabilità che alcuni dei terroristi di Parigi fossero libici o siriani, ma c’è la certezza che uno di loro sia belga e altri addirittura francesi: chi bombardiamo ora? E chi decide se un cittadino europeo è islamico? È sufficiente aver in casa un Corano, dichiarare che in paradiso ci sono 72 vergini, portare un velo sul viso o il capo coperto, come molte donne cattoliche fanno ancor oggi? Appunto, è un’Europa fluida, non c’è più quella certezza d’identità culturale. Un uomo nato in Italia può essere bianco e islamico, un uomo venuto dall’Africa può essere nero e cattolico: chi dei due è più pericoloso? Forse il pericolo non risiede semplicemente in un’identità più o meno marcata, ma in un modo di pensare ben preciso.

Le comunità islamiche europee si definiscono moderate e bollano come non islamici tutti quei martiri del Profeta che s’immolano per l’unica vera fede. Eppure non si può negare che, nonostante la traduzione e l’adattamento della versione italiana del Corano, questo si mostri comunque come un libro sacro scritto per un popolo vissuto in guerra, da un Profeta che è l’esatto opposto del mite predicatore dei Vangeli. Il modo di pensare di fondo, comunque, non è diverso da quello del Dio dell’Antico Testamento: Allah è misericordioso con chi è timorato e con chi si converte, ma è duro e castigatore verso il miscredente. Il popolo d’Allah può, però, imporre una decima ai politeisti e lasciarli vivere in pace per alcuni anni, ma alla fine della tregua dovranno sterminarli tutti.

Sull’omicidio, Allah è altrettanto misericordioso e interpretabile: «Chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera». E ancora: «La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita». È indubbio che l’espressione «sparso la corruzione sulla terra» possa avere molteplici interpretazioni, in base alla propria idea di corruzione. Ed è indubbio che Maometto non parlasse della corruzione nella Pubblica Amministrazione, altrimenti in Italia avrebbe molti più sostenitori.

Ogni religioso afferma che i testi sacri vanno interpretati, contestualizzati e letti con intelligenza. Un approccio del genere è senz’altro consigliabile per ogni esperienza della vita, ma le comunità islamiche devono riconoscere che quei terroristi, definiti “non islamici”, hanno invece la piena legittimazione d’Allah. Hanno modi diversi di servire il Compassionevole, ma entrambi sono accettati nel Corano, che come ogni libro sacro dice tutto e il contrario di tutto. Il primo passo per risolvere un problema è quello d’ammetterlo: nella comunità islamica esiste un problema, ed è quello evidente a tutti del fondamentalismo. Chiaramente la risposta non è quella d’adottare comportamenti analoghi; altrimenti, più che combattere un modo di pensare arcaico e oscurantista, lo si alimenterebbe. Né si può rispondere accusando tutti gli islamici, che fino a prova contraria non hanno commesso alcun crimine, pur essendo sempre più numerosi in Europa. Finora, difatti, la più grande vittoria del fondamentalismo islamico è quella d’aver messo a nudo la debolezza dell’identità europea, in parte ancora costruita in ragione di un nemico comune e non di valori condivisi da tutti.

Si può solo sperare che le comunità religiose (non solo islamiche) riconoscano il valore del diritto di parola e del rispetto dei diritti umani che consentono a tutti i culti di coesistere. Più che pronunciare parole di condanna, bisogna insegnare la tolleranza e la pace come base della convivenza umana, come condizione essenziale per ogni comunità, e non come dettame di un dio. Bisogna partire dall’essere umano e dal suo valore intrinseco, non da scritture sacre che alimentano differenze tra credenti e miscredenti, ponendo questi ultimi in una posizione d’inferiorità. Finché una religione insegnerà che l’umanità si divide in base al modo di pregare, non possono esistere le basi di una convivenza pienamente civile.

Costruire l’identità europea sull’anti-islamismo e sul riconoscimento del cristianesimo come religione dominante significa escludere da quest’identità non solo gli islamici, ma anche minoranze come atei, agnostici, buddisti e tante altre che non hanno mai minacciato nessuno. Ciò che può unificare davvero tutti è il rispetto per un nucleo di princìpi che permettono la coesione sociale e la coesistenza pacifica di diversi modi di pensare. Quando abbandoneremo quest’idea, non saremo che l’ennesimo branco di fondamentalisti arrabbiati e orgogliosi, pronti a colpire non solo chi ci minaccia, ma anche chi semplicemente è diverso.

Nel suo Trattato sulla tolleranza, Voltaire scriveva: «E se voi diceste che è un delitto non credere alla religione dominante, voi stessi accusereste i primi cristiani vostri padri e giustifichereste coloro che accusate d’averli mandati al supplizio». Credo sia un ottimo spunto di riflessione per ripensare quale vogliamo che sia la nostra identità: l’ennesima ideologia totalitaria costruita intorno a un nemico comune e incapace d’evolversi senza traumi, o un condiviso rispetto per l’Umanità, nato dagli umani e pensato per gli umani. Per convivere, non per obbedire a un libro.

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