Più armi significa più morti? Un’analisi razionale

 

guns-wallpaper_095232826_213«Se più armi significa più morti, e meno armi significa meno morti, dovrebbe seguire che: 1) le aree geografiche con un livello più alto di possessori d’armi dovrebbero avere più omicidi di quelle con meno possessori d’armi; 2) i gruppi demografici con più possessori d’armi dovrebbero essere più inclini all’omicidio di quelli con meno possessori d’armi; 3) i periodi storici nei quali sono aumentati i possessori d’armi dovrebbero avere un numero più alto d’omicidi rispetto a quelli in cui le armi erano di meno o si sono diffuse di meno.» [1] Così argomenta Don Kates nel suo studio sulla relazione tra il possesso d’armi da fuoco e il tasso d’omicidi. Se, infatti, si accetta il mantra «more guns equal more death» come legge sociologica, bisogna poter trovare simile correlazione in ogni Paese o area geografica del mondo, o almeno nella maggior parte di essi, nello stesso modo in cui la legge di gravitazione universale può applicarsi a tutti i corpi celesti e non solo a quelli che ci fanno più comodo.

Un grafico, tratto dal medesimo studio di Kates, mette a confronto diversi Paesi europei per osservare la correlazione esistente fra tasso d’omicidi e tasso di possessori d’armi (i valori sono da intendersi su 100.000 abitanti):

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La Russia sorprende con un tasso d’omicidi elevatissimo a fronte di una quota di possessori d’armi davvero bassa. L’Ungheria ha un tasso d’omicidi di 2,22 nonostante i pochissimi possessori d’armi, ma la Finlandia, che ha un numero di possessori d’armi quasi nove volte superiore all’Ungheria, presenta un tasso d’omicidi più basso. Le stesse contraddizioni si manifestano anche tra altri Paesi e smentiscono l’assunto in base al quale una maggiore diffusione d’armi porterebbe a un tasso d’omicidi più alto.

Addirittura, osservano successivamente D. B. Kates e G. Mauser, il tasso d’omicidi sembra essere più elevato proprio in quei Paesi in cui le armi sono bandite o comunque il possesso ha fortissime restrizioni. Anche stavolta, una tabella mostra chiaramente diversi Paesi europei a confronto:

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Le tre fasce della tabella mostrano i tre Paesi europei con tasso d’omicidi maggiore confrontati coi Paesi immediatamente vicini. La Russia, col suo tasso d’omicidi decisamente imbarazzante per un Paese che si definisce civile, si ritrova con due vicini, Finlandia e Norvegia, con tassi di soli 1,98 e 0,81, alquanto bassi considerando l’assenza di restrizioni sul possesso d’armi. Si potrebbe persino desumere che il divieto sul possesso d’armi sia la causa del tasso d’omicidi elevato, e lo faremmo se seguissimo la logica dei proibizionisti; invece, è più probabile che le ragioni di questa correlazione siano semplicemente politiche: i Paesi con più violenza tendono a reagire con una legislazione anti-armi, fallendo. Difatti, sebbene i dati della Russia risalgano al 2002, e sebbene nel frattempo la violenza sembri essere diminuita, l’attuale tasso d’omicidi si attesta ancora sui livelli più alti d’Europa, a ben 9,2 nel 2012 [2], mentre nello stesso anno gli Stati Uniti registravano un 5,31 che nel 2014 è sceso a 4.92 [3].

Kates e Mauser arrivano persino a notare che, negli stessi Stati Uniti, «gli Stati che hanno il più alto tasso di crimini violenti sono i medesimi che hanno controlli più severi sulle armi» [4].

A questo punto dovrebbe essere chiaro che non esiste un’evidente correlazione tra il numero d’armi in circolazione e il tasso d’omicidi. I proibizionisti più disonesti tendono a mostrare grafici in cui il numero d’omicidi con armi da fuoco scende sensibilmente dopo l’introduzione di norme restrittive sulle armi; ma se more guns equal more death, allora dovrebbe essere il tasso d’omicidi totali a diminuire. La logica proibizionista pare voler dire che, se un fidanzato violento decide d’uccidere la propria compagna ma non ha a disposizione un’arma, desisterà; invece, a quanto pare, una tanica di benzina può fare egregiamente lo stesso triste e sporco lavoro.

Ancora un paio d’esempi pratici. Tra il 1996 e il 1997, l’Inghilterra adottò una legislazione restrittiva sulle armi. Centinaia di migliaia d’armi furono confiscate a tutti coloro che non le consegnavano spontaneamente alle autorità. Il risultato fu che «dal 2000 i crimini violenti aumentarono al punto che l’Inghilterra e il Galles ebbero il tasso di crimini violenti più alto d’Europa, persino superiore agli Stati Uniti» [5].

Un interessante grafico [6] mostra questa dinamica, calcolando omicidi, ferite d’arma da fuoco e minacce a mano armata:

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Un simile fallimento delle restrizioni sulle armi si è verificato in Australia più o meno negli stessi anni, ma mi pare superfluo appesantire la lettura con un ulteriore grafico. Basti ribadire che «more guns equal more death»

La violenza, purtroppo, ha cause ben più profonde e non è intrinsecamente contenuta in un oggetto. Fattori sociali, economici e ambientali possono condizionare gli individui e portarli ad avere comportamenti socialmente pericolosi, non necessariamente omicidi ma violenti e lesivi della pace. La ricerca, al momento, non ha trovato alcun fattore o gruppo di fattori determinante per l’incremento o la diminuzione dei crimini violenti (perché è riduttivo parlare solo d’omicidi), ma è stato ampiamente dimostrato che la diffusione d’armi da fuoco non è tra questi. O al massimo potrebbe esserlo in via secondaria o accessoria. Ci si potrebbe chiedere se le grandi sparatorie di massa cesserebbero col divieto delle armi da fuoco. Probabilmente no. Su YouTube si trovano tutorial per costruire ordigni artigianali partendo da ingredienti comunemente diffusi. Un qualunque studente di chimica potrebbe far esplodere la propria scuola, se volesse.

Queste riflessioni, comunque, partono dall’assunto che sia giusto che il governo proibisca dei beni ritenuti pericolosi. Con la medesima logica, si potrebbe asserire la necessità di proibire quei medicinali che in alte dosi possono causar la morte; o le automobili, che causano un elevatissimo numero di morti in tutto il mondo; o gli aerei, che sono ormai armi improprie per commettere attentati. Si potrà obiettare che le armi hanno una sola funzione, quella d’uccidere o ferire, mentre gli altri strumenti menzionati hanno una destinazione d’uso diversa dall’uccidere. Ebbene, si ricordi che le armi, come le medicine, possono fare sia del bene sia del male. Tutto sta in come si usano. Nessuno condannerebbe moralmente una ragazza che usasse una pistola per difendersi da un tentativo di stupro, o un gioielliere che tentasse di difendere la propria merce, o un genitore che sparasse per difendere i propri figli. Il principio di proprietà, inclusa la proprietà del proprio corpo, è connaturato nell’essere umano e implica la legittimità dell’uso della violenza per difendere tale proprietà dalle aggressioni. Le armi, purtroppo o per fortuna, sono l’unico strumento per conseguire questo scopo legittimo. La difesa della proprietà e della vita è un diritto individuale inviolabile che qualunque Paese civile non dovrebbe mai ostacolare. La via per una società più sicura passa per una decentralizzazione della forza e per la tutela individuale d’ognuno.

[1][4][5] Don B. Kates & Gary Mauser, «Would Banning Firearms Reduce Murder and Suicide? A Review of International and Some Domestic Evidence».

[2][3] http://www.gunpolicy.org.

[6] Crime Prevention Research Center, http://crimeresearch.org.

> In difesa delle armi

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