Una Reaganomics per l’Italia?

 

image9Illustrando lo stato dell’economia italiana mediante l’analisi dell’andamento del PIL in questi anni di crisi, poco tempo fa, chiudemmo l’articolo ipotizzando che «l’unica via per il rilancio […] è un vero shock fiscale, una riduzione del prelievo su imprese e lavoro per rilanciare il settore produttivo, accompagnato da un programma serio di riduzione della spesa». Una conclusione che sembrerebbe banale, in effetti, ma che índica la strada opposta a quella percorsa negli ultimi anni da ogni esecutivo. Non ultimo quello di Matteo Renzi, che sembra concentrarsi su abili operazioni di facciata, come il gioco delle tre carte degli «80 euro» o la riforma delle Province, o su autentiche manovre da Prima Repubblica, come quella ipotizzata con la ministra Marianna Madía per la mobilità territoriale dei dipendenti pubblici unita a un programma di prepensionamenti finanziati col solito aumento delle imposte, dalle accise su tabacchi e carburanti a un ventilato aumento del «bollo auto». Senza dimenticare il caos TASI e l’incognita TARI, che — con la rivalutazione degli estimi catastali — preparano l’ennesimo attacco al patrimonio degl’italiani. Dall’insediamento del fallimentare governo Monti a oggi, sembra quasi che non vi sia piú alcun ritegno nel «mettere le mani nelle tasche degl’italiani». Anche se, osservando le serie storiche, fin dal 1980 s’è assistito a una continua ascesa della pressione fiscale — senza che questa si trasformasse in un miglioramento dei servizi o in nuovi investimenti pubblici.

pressione fiscale in Italia

A voler ben vedere, il trend s’era invertito nel 1998–2005 e nel 2010–2011, per poi subire un’accelerata coi governi Monti e Letta. In ogni caso, dal grafico qui di séguito è facilmente osservabile come l’andamento del tasso di crescita del Paese — soprattutto negli ultimi anni, quando la pressione fiscale s’è attestata sopra il tasso psicologico del 40% del PIL — sia strettamente correlato inversamente all’incremento delle aliquote di prelievo, che fungono da autentici stimoli alla crescita, in caso di riduzione, o alla stagnazione e alla recessione, in caso contrario.

Tassi di crescita PIL Italia 1970-2012

Ciò nonostante, il livello del PIL italiano non è ancora stato intaccato in modo irreversibile: esso è ancora elevato e inseribile a pieno titolo nelle prime dieci posizioni a livello mondiale. La crescita in termini reali c’è stata negli ultimi anni, e la battuta d’arresto subíta con la Seconda Repubblica ha permesso di consolidare determinate posizioni e «pulire» il sistema dalle aziende non competitive. Situazione che, in prospettiva, potrebbe essere il punto di ripartenza per la crescita, se supportata da riforme, soprattutto in campo economico e amministrativo. Se s’osservano i prossimi due grafici, relativi all’evoluzione del PIL sia in termini assoluti sia in termini pro capite, questa forte base del sistema italiano potrebbe essere ancor piú chiara.

Evoluzione PIL Italia 1970-2012

Evoluzione PIL pro capite Italia 1970-2012

Nei ventidue anni considerati, il PIL è cresciuto sensibilmente, ma ha avuto una battuta d’arresto, invertendo il trend, con la crisi finanziaria scoppiata col fallimento di Lehman Brothers, per poi ricominciare con una buona ripresa nel 2010 e ricominciare a scendere sensibilmente nel 2011. Non è un caso che queste date coincidano con le manovre economiche piú penalizzanti, volte a «far cassa» senz’alcuna compensazione per il sistema produttivo. Inoltre, l’unico precedente storico di decrescita cosí repentina e traumatica s’ebbe con la finanziaria «lacrime e sangue» del governo Amato nel 1992.

> Previsioni errate e faciloneria sul PIL italiano

Questa lunga premessa è utile per comprendere le vere cause della crisi che l’Italia sta vivendo. L’elevato carico fiscale, giunto a livelli record mondiali, è il primo motivo per cui l’economia interna è giunta ormai a uno stato di depressione. Non è un caso che i dati sul gettito odierni siano particolarmente preoccupanti, segnalando non solo una decrescita nelle imposte sui consumi e nelle accise (che già si verificò sotto il governo Monti), ma che la diminuzione è generalizzata in ogni voce d’incasso. Già in passato abbiamo rapportato la situazione a quella descritta da Arthur Laffer nel suo celebre modello sul gettito fiscale:

Curva_di_Laffer

Come si vede, la pressione esistente sui contribuenti italiani — 44% nominale, ma oltre il 65% reale sulle PMI — sposta il livello d’efficienza del sistema erariale sul lato destro e discendente della curva, cosicché gli stessi livelli di gettito sarebbero possibili con una pressione fiscale media decisamente inferiore, anche inferiore al 30%, cosa che permetterebbe d’ampliare la base imponibile, col rientro di diversi attori sui mercati che oggi o hanno delocalizzato o ne sono usciti per la mancanza di convenienza a partecipare. Una situazione del genere, anche se non cosí drammatica, fu quella che trovò Ronald Reagan quando s’insediò alla Casa Bianca. I «fondamentali» dell’economia statunitense erano forti, ma la prestazione era penalizzata dal peso dello Stato sul sistema. Per invertire la tendenza, il governo Reagan varò un ampio programma di riforme, che prese il nome di Reaganomics.

> Gli 80 euro di Renzi e il gioco delle tre carte

Il progetto si basava su presupposti piuttosto semplici ma destinati a liberare le forze produttive dai «lacci e laccioli» che le amministrazioni precedenti avevano posto, bloccandone la capacità di crescita: 1) riduzione della crescita del debito pubblico; 2) riduzione delle tasse sul lavoro e sui redditi da capitale; 3) riduzione della regolamentazione dell’attività economica; 4) controllo dell’offerta monetaria e riduzione dell’inflazione. Sembra una banalità, giacché i punti richiamati sono quelli che hanno animato le campagne elettorali per oltre un ventennio; ma, in effetti, essi non sono mai stati realizzati, anzi spesso l’azione delle maggioranze di governo s’è orientata in segno diametralmente opposto.

Per il primo punto, l’unica via possibile passerebbe dalla riforma dalle basi della Pubblica Amministrazione, volta all’«efficientamento» della struttura e al suo snellimento. (Direzione opposta a quella che sembra voler perseguire la ministra Madía.) A ciò occorre legare una riforma strutturale degli ammortizzatori sociali, decretando la fine della Cassa Integrazione Guadagni, in ogni sua forma, per passare a un sussidio di disoccupazione universale a sostegno del reddito di chi avesse perso il lavoro per un periodo prestabilito. Cosí, la tutela si sposterebbe dal «posto di lavoro» — cosa che ha permesso di sussidiare aziende decotte, impedendo il naturale processo di distruzione creatrice degli attori di mercato — ai redditi, cosa che, oltre a gravar di meno sul sistema contributivo previdenziale, permetterebbe un ritorno al normale ciclo vitale delle aziende, obbligando quelle meno solide a sparire, e lasciando lo spazio a nuove imprese, piú innovative ed efficienti, di colmare i vuoti nel mercato conseguenti.

Il secondo punto, invece, è cruciale per richiamare gl’investimenti. Diminuire la tassazione sul lavoro, magari partendo da quell’odiosa IRAP che dovrebbe sparire, avrebbe un effetto sull’occupazione ben maggiore d’un qualsiasi Jobs Act. Il vero freno alla creazione di posti di lavoro non è la rigidità del mercato — anche se pure in questo senso si potrebbe migliorare —, bensí l’incognita del costo del lavoro, gravato da una contribuzione e imposizione fiscale che, oltreché di difficile quantificazione ex ante, è sicuramente penalizzante, portando il costo d’ogni singola risorsa umana a poco meno del doppio della remunerazione lorda pagata. L’impegno alla riduzione dei costi in questo settore fu un cavallo di battaglia dell’ex presidente del Consiglio Prodi — ma nulla è stato fatto in tal senso, salvo aumentare ulteriormente i costi indiretti per via dell’aumento del peso burocratico nella gestione delle imprese. Sui redditi da capitale, poi, è stata lanciata una crociata sia dall’attuale compagine di governo sia da certi settori dell’opposizione, indicando nella «speculazione finanziaria» una delle cause della crisi. Coerentemente, l’investimento è stato sempre piú penalizzato, partendo dall’introduzione dell’imposta patrimoniale col bollo sui depositi titoli e giungendo all’innalzamento al 26% dell’aliquota sul capital gain. (A meno che non s’investa in debito pubblico, ovviamente.) Ovvio che tutto ciò stimoli alla fuga i capitali; al contrario, sarebbe stato logico mantenere un’imposizione minimale per stimolare investimenti privati e societari nel Paese, ricordando che la finanza «nulla crea, nulla distrugge», ma rialloca le risorse verso i settori d’investimento piú stabili e redditizi. La rimodulazione del prelievo fiscale, però, non può esser fatta in modo parziale: l’Italia è un Paese che s’è modificato incredibilmente dacché nacque la Repubblica, e anche il sistema andrebbe rinnovato, forse addirittura rivoluzionato.

> Redditi reali in Italia in crollo, dov’è la ripresa?

Il terzo punto è quasi all’ordine del giorno, visto l’interesse per un settore periferico come quello dei tassisti che un’app geniale ha suscitato nella vita politica. Sarebbe ora di prendere in considerazione un piano di ritiro dello Stato dall’attività economica, se non nei settori strategici o sottoposti a monopolio naturale, liberalizzando i mercati protetti (per es. quello di credito e assicurazioni), professioni e contratti di lavoro. Il tutto passando per una semplificazione normativa e amministrativa per rendere piú agevole il fare impresa.

L’ultimo punto sembrerebbe obsoleto, poiché la politica monetaria è già stata demandata a un ente indipendente, la BCE, che ha come scòpo principale il controllo dell’inflazione. È evidente che una valuta nazionale, governata secondo una politica monetaria coerente e non strumentale alla «ragione politica», unita a una banca centrale che possa fare da prestatore d’ultima istanza, permetterebbe di disinnescare ogni pressione sul debito sovrano e garantirebbe una maggiore flessibilità alle politiche di rientro di quest’ultimo. Il nodo cruciale della questione monetaria, però, è l’offerta di moneta ai mercati che passerebbe attraverso il settore del credito, il quale avrebbe bisogno d’una riforma strutturale, partendo dai modelli d’istituto e dalle loro attribuzioni (non è un caso che un liberista come Reagan non abbia mai voluto toccare il Glass–Steagall Act) per giungere alla liberalizzazione del mercato, permettendo la vera concorrenza tra gl’istituti e, nel lungo termine, una maggior efficienza del settore, che resta fondamentale e imprescindibile in un moderno sistema economico.

> Perché fare impresa per sostenere un sistema parassitario?

Qualcuno potrebbe obiettare che riforme del genere porterebbero a un nuovo effetto recessivo per la riduzione della spesa, e che l’intervento dello Stato è necessario per mantenere i livelli di benessere e per rilanciar la crescita, magari meramente «stampando moneta», senz’effettuare delle vere riforme che liberino l’azione dei mercati. Osservando l’evoluzione del PIL americano e di quello italiano negli ultimi quarant’anni, si fa fatica a dar loro ragione:

Comparazione PIL Italia-USA 1970-2012

La linea blu rappresenta la crescita americana, piú o meno continua e lineare fino al caso Lehman, per poi ripartire col medesimo trend di crescita già dal 2010. Quella verde rappresenta l’Italia, che ha seguíto un trend simile, anche se con percentuali ben piú contenute, fino all’ultimo shock fiscale del 2011. Il grafico piú indicativo è, però, quello del PIL pro capite:

Comparazione PIL pro capite Italia-USA 1970-2012

Qui la differenza è assai chiara: mentre la ricchezza pro capite americana aumenta costantemente, quella italiana cresce quando lo Stato «s’intromette di meno nella vita dei cittadini», e stagna o decresce coll’aumento della pressione fiscale e dell’interventismo. Le riforme di Reagan, come quelle della Thatcher in Gran Bretagna, non sono mai state messe in discussione neppure dai governi di segno opposto — mitigandone qualche aspetto, magari, ma senza mai scardinarne il modello. E i risultati sul sistema si vedono. Forse è il tempo di scegliere se prendere a esempio questa straordinaria esperienza o continuare sulla via del declino.

> Prima di Renzi serve una Thatcher

Designed by Daniele Bertoli. Developed by Pixelperfect