Il Parlamento UE rifiuta lo status d’economia di mercato alla Cina

 

topSono stati ben 546 i deputati europei che, durante la sessione plenaria di Strasburgo, hanno votato «No» al provvedimento per garantire lo status d’economia di mercato (MES) alla Repubblica Popolare Cinese. Il voto s’inserisce in un contesto più ampio, una vera e propria guerra commerciale che coinvolge l’Unione europea e la Cina. Uno scontro che si fa sempre più acceso con la crescita di Pechino e il suo ingresso nel WTO e che riguarda numerosi campi. Dal settore dell’acciaio a quello chimico, dal tessile a quello automobilistico, dai pannelli fotovoltaici ai vini, sono pochi i prodotti per cui una delle due parti non ha accusato l’altra di dumping. E garantire alla Cina il MES significherebbe renderle molto più agevole difendersi quand’è accusata di pratiche commerciali scorrette.

Il voto del Parlamento va contro l’opinione generale della Commissione e del Consiglio, che sarebbero favorevoli al riconoscimento. Unica nazione a dirsi contraria in sede europea è stata proprio l’Italia, colpita più duramente d’altri dalla concorrenza sleale del manifatturiero cinese e che soffrirebbe più di chiunque altro del cambio di status. Favorevole invece l’Olanda, ora nel semestre di presidenza, che vedrebbe incrementato il flusso di merci nel porto di Rotterdam. Anche in questo caso, come in molti altri pacchetti legislativi legati al commercio internazionale, salta all’occhio la frattura tra i Paesi del Sud Europa, la cui economia si fonda prevalentemente sul settore produttivo e sulle piccole e medie imprese, e quelli del Nord, orientati sui servizi e sul commercio.

Il «No» degli eurodeputati, tuttavia, non è solo legato a questioni strategiche, ma è, almeno per molti, anche una questione di principio. Come si può attribuire lo status d’economia di mercato a un sistema produttivo falsato dal doping di Stato, da ciclopici finanziamenti governativi e da corruzione diffusa? Come si può parlare d’economia di mercato, quando uno dei suoi presupposti dovrebbe essere la libertà, che in Cina viene quotidianamente repressa da un partito unico con sistemi dittatoriali che censura la libertà d’espressione? Questioni che sembrano interessare solo agli unici membri eletti direttamente nell’architettura europea.

Cina e Unione europea sono strettamente legate l’una all’altra. Il vecchio continente è il primo partner commerciale per Pechino, mentre la Repubblica Popolare è al secondo posto nelle preferenze degli esportatori europei. Un tale volume di scambi non può essere messo da parte nella discussione sulle relazioni commerciali tra i due Paesi. Tuttavia occorre una riflessione attenta, che metta dei paletti per non sacrificare sull’altare del libero commercio un settore produttivo che non s’è ancora del tutto ripreso da anni di crisi economica.

La Cina, dal canto suo, sostiene d’essersi fortemente autolimitata nella propria produzione per non essere troppo competitiva. L’ambasciatore a Bruxelles, Yang Yanyi, usa una sanguinosa metafora: le riforme sarebbero state fatte con «la determinazione di un guerriero che si taglia il polso ferito per salvarsi la vita». Pechino dichiara anche che, in nome del suo accesso al WTO nel 2001, dovrebbe vedersi automaticamente assegnato lo status d’economia di mercato dopo 15 anni. Peccato che in questi 15 anni, a parte fare lobbying sui partner commerciali per vedersi riconosciuto il MES, non si sia fatto nulla per meritarselo veramente, a partire dal diminuire l’ingerenza dello Stato nell’economia.

Ora occorre vedere se il voto dei deputati europei sarà determinante, o se la Commissione e il Consiglio riusciranno a trovare qualche stratagemma per dribblarlo. Rimane tuttavia una questione aperta sull’importanza del voto della plenaria: raramente i deputati europei trovano una maggioranza così ampia su questioni così complesse e divisive. Inoltre, sebbene i media abbiano preferito focalizzare l’attenzione sulle bozze rubate da Greenpeace dei negoziati del TTIP, molti membri del Parlamento europeo si sono dati da fare per sensibilizzare il pubblico sul MES della Cina. Ad esempio lanciando una consultazione online, «MES China Why Not», promossa dai socialisti Édouard Martin ed Emmanuel Maurel e dal grillino “atipico” David Borrelli, che sorprende per equilibrio e visione politica se paragonato ai colleghi che filmano i propri trolley in mezzo alla strada all’indomani degli attentati.

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