«Spetsnaz», il volto feroce della Russia

 

Members of Russia's special forces stand guard during an operation on suspected militants in MakhachkalaQuando, nel 2009, alcuni ex agenti speciali russi confessarono al Sunday Times le atrocità commesse durante la guerra di Cecenia, in tanti dovettero costatare che le abbondanti testimonianze sugli abusi commessi da Mosca non erano un’invenzione. Torture, esecuzioni, sterminî di massa sono solo alcune delle efferatezze compiute nel tentativo di mantenere agganciati gli Stati satelliti durante l’Unione Sovietica e nel «ripulire» la polveriera del Caucaso. In Georgia, Daghestan, Cecenia e altri scenari di guerra, sono stati gli specnaz, le forze speciali russe, ad agire come avanguardia esecutiva del totalitarismo sovietico prima e dell’autoritarismo di Vladimir Putin poi. Uno spietato braccio armato del Cremlino che ha seminato panico e terrore in ogn’intervento.

Anche per questo non sarà stato facile per i tatari osservare le forze speciali russe prendere possesso del territorio che, prima della colonizzazione e della deportazione di Stalin, aveva dato origine alla propria etnia fin dall’XI secolo e visto sorgere il Canato di Crimea dal 1441 fino al 1783. Un ruolo che, in quest’ultima crisi, sembra esser confermato dal recente arresto d’un agente degli specnaz nella provincia ucraina di Donec’k e dalle inquietanti intercettazioni pubblicate dal servizio di sicurezza ucraino.

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È proprio nell’Ucraina orientale, ai confini con la Federazione Russa, che le forze speciali, «agitatori» inviati dal Cremlino, starebbero organizzando le rivolte della minoranza russòfona coll’obiettivo di destabilizzare il nuovo governo. Secondo gli Stati Uniti, i russi vorrebbero ripetere nella parte orientale del Paese lo stesso copione della Crimea: preparare con agenti infiltrati il terreno a una nuova annessione. Una missione affidata proprio agli specnaz, autentici professionisti dei «lavori sporchi».

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Diventa cosí di particolare interesse puntare i riflettori su questi corpi speciali, sulla loro storia e sulle loro caratteristiche. È agli anni Trenta e alla seconda guerra mondiale che si possono far risalire i primi esperimenti di corpi speciali sovietici, anche se è nella fase iniziale della guerra fredda che comincia la vera genesi. Nel 1950 è, infatti, il maresciallo Georgij Konstantinovič Žukov, colpito dalle teorie di Сharčenko sulla possibilità d’annientare tramite sabotaggi gli arsenali nucleari nemici, a ordinare la costituzione delle prime 46 compagnie di forze speciali, coniando per la prima volta il nome specnaz.

Tale termine è l’acronimo di special’nogo naznačenija («cómpiti speciali»), e índica le unità dei corpi speciali delle forze armate russe, sotto il comando del servizio segreto militare (GRU), dei servizi segreti civili (KGB, poi FSB) e del Ministero degl’Interni.

Nel continuo della guerra fredda, unità specnaz furono addestrate e usate per compiti sempre piú impegnativi e internazionali, come operazioni coperte fuori dal territorio sovietico, l’assassinio d’importanti personalità straniere e la conduzione di gruppi insurrezionali comunisti per l’organizzazione di colpi di stato nei Paesi in via di sviluppo.

Per citare alcuni esempi, nel 1968 unità specnaz furono impiegate durante la repressione della primavera di Praga, quando un commando in abiti civili prese possesso delle strutture chiave della città. Numerosi furono in séguito gl’interventi di squadre speciali russe nel corso dell’intervento in Afganistan, dall’invasione del dicembre 1979 fino al brutale assassinio del presidente Hafizullah Amin e dei suoi collaboratori.

L’invasione dell’Afganistan — che si tradusse poi in un clamoroso insuccesso anche grazie alla strategia del presidente americano Reagan, che riforní militarmente i ribelli — segnò un importante spartiacque: da allora, la presenza degli specnaz divenne una costante in tutte le operazioni di Mosca. Un passaggio segnato anche dalla costituzione, nel 1974, su decisione dell’allora direttore del KGB Jurij Andropov, del famigerato Gruppo Alfa, un reparto con compiti antiterrorismo.

Come già citato, Mosca impiegò largamente tali reparti soprattutto durante i diversi conflitti che fecero séguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica nei primi anni Novanta e successivamente: la prima e la seconda guerra cecena, la guerra civile tagíca, la prima guerra in Abcasia, l’attacco alla Georgia del 2008, vari interventi d’«antiterrorismo» nei confronti dell’islamismo radicale armato come la crisi degli ostaggi nell’ospedale in Daghestan, la strage di Beslan e la crisi del teatro di Mosca. In queste ultime circostanze rendendosi spesso autori d’autentiche stragi con interventi grossolani e sconsiderati, come l’uso del gas nel blitz durante la crisi al teatro Dubrovka, causando un’ecatombe.

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Del resto, a iniziare dall’addestramento, gli specnaz non sono abituati ad andare per il sottile. La selezione per esser ammessi è infernale, e chi è accettato è addestrato a usare ogni tipo di strumento militare o civile come mezzo offensivo. Secondo la leggenda, il corso si chiuderebbe con una feroce prova finale in cui il candidato è costretto a combattere contro tre o quattro agenti esperti in uno scontro quasi all’ultimo sangue.

Il caso piú clamoroso della brutalità degli specnaz — poco conosciuto, anche se citato nel famoso romanzo di Tom Clancy Pericolo imminente — è la crisi del sequestro da parte di Hezbollah di funzionari del KGB in Libano nel 1985. I miliziani chiedevano pressioni da parte di Mosca verso il governo siriano per fermare i bombardamenti dei gruppi filo-siriani verso le posizioni musulmane rivali nella città settentrionale libanese di Tripoli.

Le forze speciali del KGB adottarono metodi d’inaudita atrocità per trattare coi rapitori. Gli agenti riuscirono a ottenere la liberazione dei tre diplomatici sovietici rapiti a Beirut seviziando e castrando il parente d’un leader radicale libanese sciita e mandando gli organi mozzati in piú riprese, fino alla testa decapitata. Ogni macabro «pacco» era accompagnato da un messaggio in cui s’intimava il rilascio degli ostaggi coll’avvertimento che, in caso contrario, avrebbero preso di mira altri parenti.

Altri episodi raccapriccianti vengono dalla guerra di Cecenia. Secondo le testimonianze d’ex agenti, vi furono casi di cadaveri fatti sparire coll’esplosivo, la pratica della tortura del «pianoforte» (con un martello si procedeva col soggetto dito dopo dito, finché non parlava), centinaia di civili massacrati come ritorsione per il rapimento di soldati, ed esecuzioni sommarie coi metodi piú brutali, compreso il passaggio sui corpi coi carrarmati. Dal 1994 fino alla fine del conflitto, furono circa 250.000 le vittime — vale a dire un quarto della popolazione originaria della Repubblica caucasica.

Ciò che piú sorprende, della realtà russa, è che sembra che il tempo non sia passato e che l’uso dei metodi del passato nelle crisi d’oggi sia la cartina di tornasole d’una mentalità espansionista che non vuole sparire. Cosí, gli specnaz sono uno dei piú pericolosi bracci esecutori d’una strategia predatoria facilmente rintracciabile anche nelle clamorose intercettazioni rilasciate probabilmente dai servizi segreti inglesi di conversazioni tra diplomatici russi a proposito del «dominio del mondo».

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Tuttavia, il Cremlino non comprende che, nonostante la brutale efficienza degli specnaz e una dotazione militare da superpotenza, in termini strategici esso prosegue, inesorabilmente, la propria ritirata. Mosca, di fatto, continua a perdere pezzi. Coll’annessione della Crimea, essa ha limitato i danni; forse conquisterà anche qualche altra provincia; ma l’elemento strategicamente piú importante è che ha «perso» l’Ucraina, e che si sta cucendo addosso un cordone di Stati che, dal Baltico al Caucaso, considereranno nel prossimo futuro la Russia come un nemico.

La Russia nello spazio post-sovietico

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