Agli studenti in sciopero di Moncalieri si regali Thoreau

di Giuseppe Portonera

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Foto Belen Sivori/LaPresse 17/06/2015 Torino, Italia Cronaca Inizio esame di maturità 2015 Nella foto: studenti nel Liceo scientifico Gobetti Segrè Photo Belen Sivori/LaPresse 17/06/2015 Turin, Italy News School exam 2015 In the pic: students at the school Gobetti

L’occasione può fare l’uomo ladro o lo può fare imprenditore. Tutto dipende dalla pasta di cui è fatto: se disonesto e poco ingegnoso, l’uomo potrebbe optare per la prima carriera; se invece sarà dotato dell’adeguata alertness (per usare le categorie della scuola austriaca d’economia), potrebbe intraprendere il secondo cammino. Nel caso d’Antonio, studente dell’ITIS di Moncalieri, c’è stata l’occasione: all’interno del suo istituto, un monopolio nella loro vendita aveva spinto il prezzo di snack e merendine verso livelli insostenibili. In Antonio c’è stata anche la dose giusta d’alertness: ha capito che c’erano i margini per l’organizzazione di un mercato alternativo a quello “ufficiale” e, con una chat su WhatsApp, uno zaino capiente e una visita al supermercato prima d’entrare in classe, è riuscito a soddisfare le richieste di centinaia di suoi compagni, finalmente liberi di scegliere che cosa mangiare (e a che prezzo farlo). La sua è stata una bella storia d’intraprendenza personale, come magari ce ne sono tante, sconosciute, in giro per l’Italia. Ma in un Paese come il nostro, a vocazione maggioritaria “posto fisso”, complice una sanzione imposta dal dirigente scolastico dell’istituto, Antonio è diventato quasi un eroe randiano, il John Galt di Moncalieri.

Chiariamoci. È stata un’esagerazione, nutrita dal gusto della sana provocazione. I quattro coraggiosi gatti liberisti italiani ne hanno approfittato per richiamare l’attenzione sulla diffusione dei valori della libera impresa, e i quattro coraggiosi imprenditori liberi italiani hanno colto l’occasione per farsi un po’ di gratuita pubblicità offrendo al giovane Antonio un posto di lavoro. Si è trattato di un premio al merito e di un’opportunità per tenere alta l’attenzione su un tema centrale come la necessità di fare impresa, portatrice sana di ricchezza diffusa e dinamismo sociale. La storia avrebbe potuto pure chiudersi lì. La stessa sanzione comminata dall’istituto ad Antonio (un periodo di lavori socialmente utili; ma “farsi” imprenditore non è già un lavoro socialmente utile?) poteva pure essere “giustificata” nell’ottica di un’autorità che ha bisogno di tenere sotto rigido controllo tutto ciò che avviene negli spazi di propria competenza e responsabilità, per motivi d’ordine e sicurezza. E invece no: la storia non si è affatto conclusa. Nei giorni scorsi, infatti, la Fondazione Luigi Einaudi – volendo onorare la memoria dell’uomo cui è intitolata, che tante meravigliose pagine ha scritto sullo spirito anarchico dell’imprenditore – ha deciso di conferire una borsa di studio ad Antonio. Apriti cielo. I compagni d’Antonio – gli stessi che sono stati suoi clienti e senza i quali questa storia non sarebbe mai nata – si sono rifiutati d’entrare in classe e hanno esposto cartelli e striscioni dai toni inequivocabili: “Cervelli in fuga, venditori di snack abusivi da Nobel”, “Solo in Italia si premia l’illegalità e la furberia”.

Ci sia concesso il beneficio del dubbio circa la sincerità e spontaneità di queste manifestazioni. Siamo stati tutti studenti, e ogni occasione è sempre stata buona per “scioperare”, per il freddo d’inverno e per il caldo d’estate. Ma uno sciopero contro un altro studente non è cosa che si vede ogni giorno: dietro lo stato d’agitazione si può intravedere una spinta interessata, promossa da chi ha visto in un ragazzo commerciante di merendine una minaccia a un ordine costituito (che si regge, come scritto su Strade da Andrea e Mauro Gilli, grazie a «una società che non solo favorisce ma anche premia la superficialità diffusa, la cultura della sopravvivenza, la mediocrità»). Del resto, immediato è arrivato il comunicato di sostegno allo sciopero da parte dell’assessore all’Istruzione della regione Piemonte, Gianna Pentenero, che ha definito “comprensibile” lo “sconcerto tra i compagni” d’Antonio: «Credo sia sbagliato far passare il messaggio secondo il quale non rispettare le regole viene letto come un’innovativa capacità imprenditoriale».

All’assessore – e agli altri che, occupando i posti di comando, usano il proprio potere per ostacolare in tutti modi, legali o no, la libera impresa – andrebbe ricordato che l’innovazione nasce sempre dalla deviazione da una “norma” posta. Si potrebbe anche ripetere l’aneddoto del reverendo Milton Wright, che ripeteva nei propri sermoni che «gli uomini non voleranno mai, perché il volo è riservato agli angeli», mentre i suoi figli s’ingegnavano per conquistare i cieli. Ma sarebbe tempo sprecato: è difficile guadagnare gli incumbent alla battaglia per la libertà. Si potrebbe però sperare di farlo coi più giovani. Per cui un piccolo consiglio alla Fondazione Einaudi, che ha fatto sapere di volersi confrontare con gli scioperanti: approfittando del periodo natalizio, regali a ciascuno di loro una copia di Disobbedienza civile di Henry David Thoreau (magari nell’edizione introdotta da Gianfranco Miglio). In questo modo, gli studenti avrebbero l’occasione per imparare la profonda differenza che esiste tra ciò che è solo “legale” e ciò che è anche “giusto”. I due concetti non sempre coincidono, e la storia d’Antonio serve a ricordarcelo.

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