«Acqua bene comune»: stangata sulle bollette

 

«Don Gonzalo, ingolfato fin sopra i capelli nelle faccende della guerra, fece ciò che il lettore s’immagina certamente: nominò una giunta, alla quale conferí l’autorità di stabilire al pane un prezzo che potesse correre; una cosa da poterci campar tanto una parte che l’altra. I deputati si radunarono, o come qui si diceva spagnolescamente nel gergo segretariesco d’allora, si giuntarono; e dopo mille riverenze, complimenti, preamboli, sospiri, sospensioni, proposizioni in aria, tergiversazioni, strascinati tutti verso una deliberazione da una necessità sentita da tutti, sapendo bene che giocavano una gran carta, ma convinti che non c’era da far altro, conclusero di rincarare il pane. I fornai respirarono; ma il popolo imbestialí.»

— Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XII

 

acqua-bollette-aumentoL’economizzazione dell’ambiente che ci circonda è una pratica cruciale per l’attore economico, perché attraverso di essa egli seleziona nella sua mente tutti quei beni che possono esser utili a soddisfare i suoi desiderî. Sebbene essi si possano dividere in beni di consumo e fattori di produzione, nella mente dell’individuo essi ricopriranno un ruolo specifico in base alle caratteristiche osservate e ponderate. Infatti, i primi possono esser consumati all’istante senza ulteriori trasformazioni, mentre i secondi, uniti al lavoro umano, generano altri beni di consumo o beni di capitale, i quali potranno esser usati per specializzare ulteriormente i beni di consumo prodotti. È un meccanismo, il seguente, vivo nell’essere umano sin dacché ha fatto la sua comparsa su questa terra. È insito nella sua indole, e migliorare la propria condizione è possibile grazie alla vittoria che ha conseguito sulla natura selvaggia: sopravvivere.

L’aria è un bene economizzabile, ma l’individuo non se ne preoccuperà, poiché ce n’è in abbondanza. Nessuno si sognerebbe mai di farla pagare. L’utilità marginale che gl’individui ne traggono è talmente bassa, rispetto ad altri desiderî, che sarebbe una pazzia imbarcarsi in un’avventura imprenditoriale con lo scopo di portare, ad esempio, «aria pulita» nelle case. Be’, a meno che non viviate sottacqua. Lí le cose sarebbero un tantino diverse. Pensate all’acqua. Qualcuno vi farebbe pagare il vostro abbeveraggio da un fiume? Da un lago? A meno che non si tratti d’una truffa, potete star certi che nessuno vi farà pagare per aver sorseggiato l’acqua che si trova in natura o che sgorga gelida dalle fonti. Be’, a meno che non ci ritrovassimo a vivere nel deserto.

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Aria, acqua, cibo sono tutti beni economici che sono tendenzialmente essenziali per l’uomo. Sono disponibili in natura sotto forma di beni di consumo pronti da consumare, e nessuno vi dirà nulla se respirate, v’abbeverate da una fonte o mangiate delle bacche nel bosco. Ma siamo progrediti dall’èra in cui la sussistenza era il nostro primo problema, sepolto sotto i secoli di progresso umano e miglioramento degli standard di vita. Abbiamo aperto la porta a tutta una serie di desiderî che hanno spronato costantemente un innalzamento del nostro benessere. Ciò significa che, attraverso la trasformazione dei fattori di produzione naturali e il lavoro, l’essere umano è in grado d’adempiere un ventaglio variegato di desiderî che possono spuntare da un momento all’altro sul mercato, facendo prosperare dapprima chi ne intuisce l’importanza e cerca modi di soddisfarli, e poi il resto dell’umanità attraverso la produzione di massa. Tutto ciò ci ha portato ad avere il fornaio sotto casa, il giornalaio sotto casa, il riscaldamento dentro casa e, soprattutto, l’acqua dentro casa.

Infatti, gl’individui possono ottimizzare il loro tempo e dedicarsi ad altro sapendo che, in qualsiasi momento, ogniqualvolta aprono un rubinetto, esce acqua potabile da bere o acqua calda con cui lavarsi. Qualcuno, infatti, ha creato un bene di capitale (per es. tubature) affinché esso potesse sopperire alle esigenze degl’individui. Ha intravisto un’opportunità di migliorare la vita delle persone attraverso la quale avrebbe migliorato dapprima la sua commercializzando tale idea. I panettieri, in fin dei conti, fanno lo stesso. Eppure nessuno si lamenta del prezzo del pane. Nessuno si lamenta del fatto che i panettieri sono privati. Nessuno si lamenta del fatto che lucrare s’un bene economico quale il cibo possa rappresentare un atteggiamento eticamente criticabile.

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Intraprendere una simile scelta imprenditoriale, però, comporta rischi. Comporta costi. Comporta affidarsi a un sistema di prezzi in modo da adeguare gl’investimenti da portare avanti. Che cosa succede se questo coordinamento viene alterato da un’entità terza che presume di sapere meglio dove andrà il mercato domani? Succede quel che sta accadendo nel settore idrico italiano, in cui la propaganda statalista, abbindolando le menti degl’individui, s’erge a istituzione legittimata a manipolare il sistema dei prezzi in nome del «bene comune». Sono certamente belle parole, ma tali rimangono quando il lassismo dei pianificatori centrali si scontra infine con la realtà. Nel caso italiano, ad esempio, la decisione sulle tariffe idriche è stata affidata ai burocrati (sindaci, presidenti di Province, presidenti di Regioni, &c) con la cosiddetta AATO (Autorità d’Àmbito Territoriale Ottimale). Queste figure istituzionali hanno ignorato il mercato e hanno deciso di mantenere le tariffe basse (le piú basse in tutta Europa) per sfornare privilegi clientelari e assicurarsi, di conseguenza, una comoda rielezione. Allorché gli acquedotti s’indebitavano allegramente, i debiti venivano tamponati coi soldi delle tasse (e non con quelli delle bollette). Ciò significa che chi s’è sacrificato per consumare meno acqua e non sprecarla ha pagato, con le tasse, i consumi di chi invece ha sperperato l’acqua.

Le tariffe vengono ancora stabilite secondo il Decreto Ministeriale 1/08/96, in cui esiste un tetto massimo (ma non uno minimo) e il margine di ritocco è ampiamente arbitrario. Inoltre, c’è la questione della manutenzione degl’impianti e degli ampliamenti. Chi paga? Non si capisce, poiché i finanziamenti si pescano dai contributi fiscali, rendendo ancor piú intricata la situazione. Cosí si perde d’occhio anche un altro fattore: come detto, chi è meno abbiente e si sforza di sprecare meno paga molto, mentre chi è piú abbiente e spreca acqua paga relativamente poco. Ossia, se le tariffe sono artificialmente basse, ma trasportare l’acqua nelle case ha un costo nettamente superiore, a quest’ultimo si sopperirà attingendo a piene mani dalla fiscalità generale. C’è quindi poco incentivo a non sprecare l’acqua, perché il costo d’ogni metro cubo d’acqua che viene usato è sopportato in gran parte da altri (inconsapevolmente) che lo pagano tramite le tasse.

La manipolazione dei prezzi, come quella delle tariffe dell’acqua, crea distorsioni all’interno dell’ambiente di mercato tali da dare origine a sovrabbondanze e carenze. Sebbene all’inizio della manipolazione si creda d’avere un accesso pressoché illimitato al prodotto manipolato, col passar del tempo entrano in gioco le forze di mercato che, per riportare la situazione in accordo con le volontà del mercato, aprono le porte a carenze artificiali destinate a far terminare la manipolazione. Infatti, quando le scorte d’acqua si riducono, è impossibile che lo Stato faccia fronte a tali problemi seguendo una via imprenditoriale, cioè alzando i prezzi per «equilibrare» il mercato. Ignora una simile strategia; o perlomeno può farlo finché l’insostenibilità della situazione non raggiunge il punto di rottura. Persevera a far rimanere basso il prezzo, ma impone limitazioni all’uso che si fa del bene manipolato (nel nostro caso, l’acqua). Cosí, ognuno è esortato al sacrificio, con la differenza che le priorità dei sacrifici sono escogitate e imposte da burocrati per affrontare una crisi che essi stessi hanno generato. Ma infine, in un modo o nell’altro, con o senza una razionalizzazione dei beni, i prezzi devono esser alzati per ripianare gli sbagli del passato. Ed è quel che sta accadendo oggi. Il dolore economico di bollette con numeri stratosferici non è che il prezzo da pagare per le sconsideratezze passate d’una gestione imprenditoriale basata su fallacie economiche.

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Che cosa fa la maggior parte della popolazione nel frattempo? S’affida a slogan vuoti dettati da una fede incrollabile, anacronistica e insensata nello Stato, il quale ha dimostrato piú e piú volte di non saper gestire attività in accordo con le forze di mercato. Manca degli strumenti indispensabili per portare a termine un simile compito. Non è in grado d’operare un sano calcolo economico. Ciò significa che ripianare gli errori del passato avrà costi esorbitanti, e in un libero mercato ciò avrebbe significato il fallimento dell’azienda che fino a quel momento aveva avuto in mano la gestione del bene manipolato. Lo Stato, invece, non lascerà fallire quelle entità sotto il suo controllo le quali gli procurano un vasto ambiente clientelare da sfruttare per sopravvivere. Salverà quelle entità che hanno agito sconsideratamente. Qual è la garanzia collaterale a difesa di questa pratica? I contribuenti. Preparatevi a un dolore economico crescente, perché lo Stato ha reso ben chiaro che non ha alcuna intenzione di fare passi indietro. Ma, ahimè, là fuori ci sono ancora cori a difesa dello scempio perpetrato finora dal settore pubblico. Ho una frase da dedicare a questi credenti nelle favole: se non v’occupate dell’economia, sarà l’economia a occuparsi di voi.

Ad aggravare questa situazione c’è anche la fatiscenza delle infrastrutture idriche in Italia. Ogni anno, circa 2,6 miliardi di metri cubi d’acqua vanno persi a causa di tubature colabrodo. Che cos’è stato fatto negli ultimi tre anni? Nulla. Eppure le bollette dell’acqua sono aumentate di circa il 9%. Mantenere l’acqua, come un qualsiasi altro bene, fuori dal sistema dei prezzi impedisce una valutazione economica precisa, soprattutto la valutazione dell’efficacia del capitale investito, e di far pagare il giusto a chi usa l’acqua in altri modi o la spreca (per es. lavare il cane, innaffiare i fiori, innaffiare l’orto, &c). Il sistema dei prezzi è uno strumento fondamentale per verificare gli effetti e le conseguenze d’ogni scelta economica, a maggior ragione quando si tratta di beni come l’acqua. Sarebbe folle, data la sua estrema importanza, continuare a tenerla fuori mercato e lasciarla in mano a delle figure istituzionali sconsiderate e irresponsabili.

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