Igiaba Scego ci racconta la sua «Adua»

 

IMG_6178È apparso poco più di un mese fa in libreria, eppure siamo già alla seconda ristampa: un romanzo forte e coraggioso come la vita, così potente e duro da non lasciare scampo al lettore. Stiamo parlando di Adua, l’ultimo lavoro d’Igiaba Scego, uscito per Giunti lo scorso settembre. La Scego riesce, con occhio lucido e attento, a raccontarci quella parte di Storia che rispecchia tanto la nostra attualità. Facendo magistralmente volteggiare ben tre momenti storici diversi — il colonialismo italiano, la Somalia degli anni Settanta, e la nostra attualità che vede il Mediterraneo triste tomba a cielo aperto per i migranti — la Scego ci narra la storia d’Adua e di suo padre Zoppe, una storia che è anche sogno di libertà e di riscatto. Abbiamo parlato d’Adua con l’autrice stessa in quest’intervista.

 

Igiaba, sei tornata in libreria con un romanzo molto forte, intenso e duro. Adua non è solo una storia, ma molto di più. È il racconto accorato di chi ce la fa ad arrivare in Italia dall’Africa, ma poi è costretto a subirne le conseguenze: parliamo di razzismo. Da dove nasce l’esigenza di scrivere un libro come questo, ora?

È da tempo che studio le radici del razzismo e la diffusione degli stereotipi. Sono partita con la “conquista” dell’America (non è stata una scoperta, ma una conquista) e sono approdata al neocolonialismo moderno, quello dei giorni nostri, dove l’Africa è sfruttata per le sue materie prime e dove gli africani sono privati dei diritti elementari. Ragiono molto su questi temi. Il libro nasce da questo mio sguardo “post-coloniale”. Uno sguardo che cerca nel suo piccolo di combattere contro le ingiustizie e le disuguaglianze. Adua nasce da questo. E c’era in me l’esigenza di far capire ai lettori che il presente è legato al passato. Se oggi arrivano i migranti in fuga da guerre alimentate anche dall’Occidente con la vendita delle armi e lo sfruttamento del suolo (penso, per esempio, al mio Paese d’origine usato dalle multinazionali come pattumiera per i rifiuti tossici) significa semplicemente che il colonialismo del passato ha posto le basi per il disastro odierno. L’Africa purtroppo non si è mai emancipata dal colonialismo. Questo è continuato sotto altre forme. Le cicatrici di ieri che Zoppe porta addosso sono passate alla figlia, che vivrà un altro tipo di sfruttamento. Entrambi cercano la libertà, ma si scontrano con una società che vuole solo schiacciarli.

Zoppe e Adua, padre e figlia, sono due volti diversi della stessa urgenza di libertà. Che cosa accomuna questi due esseri umani e che cosa, al contempo, li allontana terribilmente?

Li accomuna il sogno. Zoppe e Adua sognano un futuro migliore per loro stessi. Solo che entrambi lo cercano nel posto sbagliato e nel modo sbagliato. Vogliono prendere delle scorciatoie, bruciare ogni regola. I due personaggi sono simili nella sconfitta e nel rimpianto. Ma Adua è diversa dal padre perché ha più energia. Certo, viene umiliata, ma ha l’umiltà di riconoscere non solo i suoi errori, ma anche i suoi punti di forza. Adua si appoggia agli altri. Chiede aiuto. Lo chiede a Lul e soprattutto a Titanic. Sa che una battaglia non si può vincere fronteggiando un esercito senza armi o alleati. I suoi alleati sono Lul e Titanic, la sua arma è l’elefante che l’ascolta. Solo ripercorrendo la sua storia, senza barare, potrà finalmente riprendere la propria vita in mano.

Adua è un romanzo che contiene anche le storie più visionarie di quella magica terra che è l’Africa. In Somalia Zoppe lascia un padre, Hagi Safar, che non solo ha queste visioni, ma possiede qualcosa che al figlio manca: la cosiddetta seconda anima, «quella che ti permette d’entrare in empatia col tempo». Zoppe, tuttavia, nei momenti romani più bui, riesce proprio a salvarsi grazie al suo ricco mondo interiore, fatto di queste immagini quasi metafisiche che si materializzano dinanzi ai suoi occhi. Eppure manca qualcosa a questo personaggio così forte e così fragile al tempo stesso. Che cosa?

Manca la sincerità con sé stesso. Mancano le storie. Lui non si racconta a nessuno. Adua lo fa. Si spoglia davanti all’elefante e si rende libera. Invece Zoppe bara con la sua storia. Non racconta il suo passato a nessuno. Nemmeno ad Asha la Temeraria, che ama più di sé stesso. Il silenzio lo uccide. La seconda anima è fatta di storie. Hagi Safar sa che suo figlio non ha il coraggio del racconto. Non servono le visioni, se non hai le storie, soprattutto se non hai la tua storia da condividere con qualcuno.

Adua vive con Titanic, il giovane marito sbarcato a Lampedusa, scampato al degrado proprio grazie a lei. Affronti un tema importante all’interno di queste pagine, che parte proprio dal rapporto tra questi due personaggi: «Mi piaceva, da buona schiavista, vederlo prostrarsi ai miei piedi e chiedermi in cambio solo poche briciole d’amore. Da padrona magnanima gli gettavo quel po’ che gli bastava per adorarmi». È palese il riferimento a una certa presa di distanza che nasce proprio in seno alla medesima comunità d’appartenenza, una sorta di “razzismo interno”, se mi passi il termine. Come commenteresti questo passo?

Adua–Titanic è un rapporto centrale in questo romanzo. È una finestra verso una complessità che i telegiornali spesso ignorano. Io volevo, attraverso questo rapporto a tratti ambiguo, a tratti tenero, creare una consapevolezza tutta nuova nel lettore. Prima di tutto mostrare al lettore che i migranti sono persone e non cifre. Persone che amano, soffrono, si odiano, litigano. Persone che mescolano in sé momenti altissimi e momenti di una bassezza inaudita. Come capita a tutti gli esseri umani nel mondo. Nessuno è perfetto, per fortuna nostra. Poi attraverso questa coppia per me era importante mostrare che nella migrazione ci sono numerose sfumature. Spesso i TG, ma anche chi cerca di racimolare voti col razzismo, ci mostrano una realtà fatta d’italiani da una parte e migranti da un’altra, come se fossero due squadre di calcio. Ma ci dovremmo fermare e chiederci: ma chi sono gli italiani? Sono i veneti? I lombardi? I pugliesi? I sardi? I siciliani? I laziali? Qual è la loro classe sociale? Quali i loro interessi? Il loro orientamento sessuale? E quale quello politico? Votano? O non votano? E che cosa mangiano? È complesso definire un italiano. Non esiste un generico italiano. Come non esiste un generico migrante. Di quale Paese? Albanese? Brasiliano? Somalo? Eritreo? Siriano? Fugge da una guerra o è venuto per lavorare? Viaggio per studio? O è venuto per amore? E quand’è venuto? Nel 1990? Prima? Dopo? Con un aereo? Con un treno? A piedi? Con un barcone? Adua e Titanic sono due migranti, ma sono diversi tra loro. Le loro differenze messe in campo dentro una cornice d’amore, scontro e complicità fanno capire molte cose sulle migrazioni. Non è tutto uniforme. Ecco perché serve lavorare nella società in modo diverso da come si sta facendo ora.

A un certo punto del romanzo c’imbattiamo in questa riflessione: «Civilizzare i selvaggi toccherebbe a noi, siamo noi che dobbiamo portare sulle spalle questo pesante fardello». Sono le parole che il conte Anselmi pronuncia quando si trova in Africa, ai tempi della colonizzazione italiana, uno dei tre periodi storici che fai magistralmente volteggiare all’interno del libro. Mi vengono in mente le parole che Luca Nannipieri ha scritto nel suo pamphlet Arte e terrorismo, sostenendo che, per tanti secoli, abbiamo ragionato come Paul Reynaud, ministro delle colonie francesi che nel 1931, inaugurando a Parigi l’Esposizione Internazionale delle Colonie, dichiarava: «La colonizzazione è un fenomeno essenziale, perché è nella natura delle cose che un popolo che ha raggiunto il nostro livello di sviluppo si volga verso quei Paesi che sono a un livello più basso per innalzarli al loro». Secondo te, in realtà è così ancora oggi? Conserviamo tuttora questa forma mentis?

Purtroppo sì. Molta parte dell’Occidente ragiona così nei confronti dell’altro. E non solo verso l’altro che viene da fuori, ma sull’altro interno: penso alla mia categoria, quella dei figli di migranti. Siamo italiani, europei, ma veniamo sempre trattati come un’anomalia, quando invece siamo la norma non da oggi, ma da parecchio tempo. Adua l’ho scritto anche per combattere contra questa forma mentis che vede, per esempio, in noi “afrodiscendenti” degli stereotipi. Basta vedere le fiction d’oggi dove l’altro, interno o esterno che sia, viene sempre ridicolizzato o ritenuto inferiore. Non ne posso più di vedere donne nere facili, spesso prostitute, nei film italiani. Servono altre storie. Un altro modo di vedere la realtà. Vorrei vedere afrodiscendenti nelle radio, a fare programmi sui libri, sull’arte, e non solo sulle migrazioni. Vorrei una società dove non sei ficcato in un cassetto o incastrato in uno stereotipo.

Adua, apprendiamo dal romanzo, è anche un’appassionata lettrice: lo testimonia il fatto che, durante la spesa al supermercato, decide di non comprare da mangiare né da bere, ma sceglie d’acquistare pagine. Parlando di libri, vorrei chiederti da dove nasce la tua passione per i libri e se, eventualmente, esiste un libro preferito che consiglieresti a tutti di leggere.

I libri mi hanno salvato la vita. Lo dico sempre. Quando a scuola, alle elementari, i miei compagni mi chiamavano Kunta Kinte, “sporca negra”, per via dello sceneggiato Radici, la mia maestra mi regalava dei libri per evadere dalla mia dura realtà. E anche mia madre mi ha comprato molti libri. I libri mi hanno insegnato a raccontarmi. Quando ti racconti sei qualcuno; se stai zitto vieni schiacciato. Quest’insegnamento l’ho dato non a caso a Adua. Quindi il passo dalla lettura alla scrittura è stato breve. Per la mia formazione sono stati fondamentali gli scrittori di lingua spagnola, soprattutto latinoamericani. In loro ho trovato i temi della mia vita: meticciato, immigrazione, critica al colonialismo. Solo dopo aver letto e viaggiato con Garcia Marquez, Galeano, Soriano, Chico Buarque, Caetano Veloso (questi ultimi sono cantautori, ma sono anche poeti; hanno avuto una grande influenza su di me) ho scoperto l’Africa, quel continente enorme fatto d’odori, Paesi e lingue differenti.

Che libro consigliare? Io consiglio sempre il Don Quijote di Cervantes. Nel Quijote c’è tutto. Però, ecco, mi piace leggere di tutto. Ultimamente sto scoprendo la von Arnim, Javier Cercas, e ho sul comò un bel po’ di saggi storici. Autori da tenere d’occhio per me sono Laurent Binet, Paolo Di Paolo, Junot Diaz, Maaza Mengiste.

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