Aziende municipalizzate, clientelismo e sprechi

 

atacÈ di pochi giorni fa il severo monito con cui la Corte dei conti ha affrontato il dossier «municipalizzate». Infatti, s’è espresso con una dura reprimenda il procuratore generale Salvatore Nottola, commentando il rendiconto ufficiale dello Stato per il 2013. In particolare, i giudici contabili hanno rilevato che queste imprese hanno un rilevante impatto sulle tasche dei cittadini — poiché, per coprire le perdite, gli enti pubblici aumentano le tasse e le tariffe — e, al contempo, non brillano né per efficienza né per trasparenza. Dunque, la Corte ha invitato caldamente a intraprendere misure in grado di rendere meno costoso l’operato delle municipalizzate, impegnandosi al contempo nel predisporre strumenti per poter effettuare un controllo profondo e continuo sul loro operato, per far luce su quelli che sono stati definiti «oscuri aspetti contabili». Particolare enfasi è stata posta sulla necessità di predisporre «un disegno di ristrutturazione organico e complessivo» e dotarsi di «regole chiare e cogenti».

Perché il comune di Napoli dev’essere lasciato fallire

Le cosiddette municipalizzate, in realtà, non sono che una parte del mare magno delle partecipate pubbliche. Per l’esattezza, ne sono state censite 7.472, di cui piú di 5.000 in mano agli enti locali, 50 che fanno capo direttamente allo Stato e circa 2.000 che hanno natura diversa e mutevole (consorzi, fondazioni, &c). Un terzo di loro risulta in perdita; sono costate nel 2013 25,9 miliardi, e impiegano 300.000 dipendenti, di cui circa 12.000 amministratori e 3.000 dirigenti — un numero insolitamente alto e sospetto. Esse sono in qualche modo il forziere (non tanto) nascosto degli enti locali, che spesso e volentieri ne approfittano per piazzare amici e parenti e per «sforare» regole contabili. (Ad esempio, quelle che impongono che la spesa per il personale debba mantenersi sotto una certa percentuale dell’intero bilancio.) I recenti disastri di bilancio che hanno coinvolto Roma e Napoli, e che sono costati o rischiano di costare miliardi ai contribuenti di tutt’Italia, originano anche da una gestione a dir poco disinvolta e spregiudicata di queste aziende, senza che peraltro la qualità del servizio sia migliorata.

Riguardo alla trasparenza, è sintomatico che l’enfasi posta su di essa nel dibattito pubblico coinvolga di solito solo la politica in senso stretto. Sono pressoché giornalieri, infatti, gli appelli vòlti a ridurre il numero e gli emolumenti delle cariche politiche in Italia. Tuttavia, per quanto non sbagliata, si tratta d’una spinta alla trasparenza dai connotati statalisti, poiché volta unicamente a denunciare privilegi della classe politica, spesso insopportabili ma praticamente insignificanti sotto l’aspetto della contabilità pubblica. Ci si guarda bene, invece, dal metter in discussione l’intero — ben piú consistente e numeroso — apparato pubblico burocratico e, soprattutto, dal ridiscuterne l’àmbito d’intervento.

Per combattere la corruzione, ci vuole meno Stato

Confindustria ha calcolato che un deciso ridimensionamento delle municipalizzate potrebbe portare a risparmi quantificabili in 12,8 miliardi — tanto per farci un’idea, quasi due terzi dell’IRAP pagata dalle imprese private. Ciò che appare piú sorprendente, tuttavia, è la stima della Corte dei conti secondo la quale la grandissima parte di questi enti, circa l’80%, non offre servizi ritenuti indispensabili. Per esempio, esistono imprese in mano a Comuni e Regioni che gestiscono sale da gioco, farmacie, assicurazioni, impianti termali e addirittura la produzione di prosciutto. Per quanto riguarda i servizi ritenuti essenziali, l’opposizione alla loro privatizzazione è correlata a interpretazioni profondamente errate di questioni economiche quali il monopolio o la bontà della spesa pubblica — errori che affondano le proprie radici in una narrazione a senso unico negli ultimi decenni, fatta d’una difesa a prescindere dell’intervento pubblico. Invece, per gli ultimi tipi d’interventi non esistono scuse: sono clientelismo allo stato puro e, quel ch’è peggio, rappresentano il tratto tipico dello «Stato imprenditore», che provoca incommensurabili danni sia sotto il profilo delle risorse drenate dal settore privato sia sotto il profilo della concorrenza «sleale» ai danni delle imprese che operano nello stesso settore. Anche in queste attività, inoltre, gli enti pubblici riescono nell’impresa di guadagnarci pochissimo o nulla, confermando ancor una volta la premonizione di Luigi Sturzo, secondo il quale lo Stato non è in grado di gestire neppure una bottega di ciabattino. Ecco perché sarebbe ragionevole aspettarsi una decisa presa di posizione da parte di chi — partendo da posizioni piú moderate dello scrivente, e quindi a favore d’un certo ruolo dello Stato nell’economia — non vuole però annichilire del tutto l’iniziativa privata. Queste persone dovrebbero alzar la voce contro tali evidenti «invasioni di campo», pretendendo all’istante la liquidazione di queste migliaia d’aziende. L’assordante silenzio sul tema è sintomo del fatto che la difesa di rendite e poltrone è ancor piú diffusa e capillare di quanto già si creda.

Roma: tutte le strade portano al default

Ma ciò che piú preoccupa è la direzione intrapresa da chi si propone (perlomeno a parole) d’affrontare il problema delle municipalizzate e dei loro costi. Dal piano Cottarelli alle intenzioni del governo Renzi, passando per le proposte della Corte dei conti, il ritornello sembra lo stesso: ridurre il numero di queste imprese, razionalizzarne la struttura e, probabilmente, diminuire il numero degli amministratori, cercando soluzioni per selezionarli piú accuratamente. Questi tentativi, tuttavia, nella migliore delle ipotesi comporteranno risparmi modesti; nella peggiore, e piú probabile, non cambieranno d’una virgola la situazione, evitando ancor una volta il nòcciolo della questione: è impossibile affrontare questi problemi con un approccio dall’alto (top-down). In primo luogo, è un tentativo destinato a fallire. Sono in gioco interessi economici troppo numerosi e troppo influenti elettoralmente perché sia possibile ridimensionare queste imprese. E, anche quando si riesca ad approvare una legge, essa viene smontata pezzo per pezzo successivamente, vanificandone qualsiasi effetto. (È il caso delle norme che prevedevano il licenziamento della dirigenza dopo due anni di fila in rosso, o di quelle che imponevano la privatizzazione delle aziende in mano ai Comuni con meno di 50.000 abitanti e delle imprese strumentali.) Ma, oltre a essere fallimentare, questo tentativo parte da un assunto sbagliato, che ignora colpevolmente la questione federale. In fondo, il modo piú semplice per alleviare il peso morto di queste aziende è farne subire i costi agli abitanti delle zone dove esse operano. Si dia ai Comuni e alle Regioni la possibilità d’imporre tributi e tasse per coprire integralmente i buchi di queste aziende, senza che lo Stato centrale possa intervenire in alcun modo con finanziamenti e salvataggi. E si vedrà che saranno gli stessi cittadini, presumibilmente sottoposti all’ennesimo prelievo fiscale, a richiederne la vendita o un cambio di gestione. Finora è stato facile, per gli enti locali in difficoltà, richiedere l’intervento salvifico dello Stato rectius, degli altri contribuenti —, e ciò ha contribuito a innescare un circolo vizioso fatto di sprechi e gestioni clientelari. Se ciò non fosse piú possibile, senz’eccezioni né cedimenti, buona parte del potere che la politica esercita sui cittadini sarebbe ridimensionata o, comunque, portata a livelli meno invadenti. Come per molte altre questioni, non è l’«uomo giusto alla plancia di comando» la risposta ai problemi, bensí un deciso e radicale decentramento di poteri che sposti a un livello locale la questione fiscale, permettendo cosí un aumento degli spazi di libertà per i cittadini.

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