In difesa delle armi

 

dont_tread_on_me«Falsa idea d’utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario, o di poca conseguenza; che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia, e l’acqua perché annega; che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portar le armi sono leggi di tal natura: esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti […] Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori; non iscemano gli omicidî, ma gli accrescono, perché è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati.» — Cesare Beccaria

La polemica sulla detenzione e sul porto delle armi assume spesso toni isterici ed è costruita su luoghi comuni e paure, piuttosto che intorno a un ordinato e lucido ragionamento sul diritto e, volendo, sull’utilità. Gran parte dei politici e dei partiti italiani si schiera, a priori, nettamente a favore di norme restrittive sul possesso d’armi, seguendo d’altronde gli umori degli elettori: il 75% degli italiani ritiene che possedere armi in casa potrebbe dare luogo a episodi di violenza, e l’86% ritiene addirittura che bisognerebbe introdurre norme ancor più restrittive.

È quasi certo che, se chiedessimo a questi proibizionisti le motivazioni della loro presa di posizione, ci parlerebbero di far west — che conoscono tramite i film western, storicamente accuratissimi —, paventando l’anarchia e il caos, o ci farebbero notare che viviamo in uno Stato civilizzato dove sono le forze dell’ordine a occuparsi del lavoro sporco di difendere i cittadini e le loro proprietà.

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È curioso notare come il dibattito sul possesso delle armi si tenga sempre ben distante dal lido dei diritti naturali e, nello specifico, dei diritti alla proprietà privata e all’integrità fisica. Essere proprietari di un bene significa non solo poterne godere in modo pieno e assoluto, ma anche difendere tale diritto dalle aggressioni esterne. D’altronde, se chiunque potesse privarci impunemente delle nostre proprietà, non avrebbe senso definire «diritto» la proprietà privata. Essa è un diritto proprio perché l’ordinamento garantisce gli strumenti per difenderla. O almeno dovrebbe.

Il discorso è analogo a quello della difesa dell’integrità fisica: avere il diritto di conservare la nostra vita implica anche compiere azioni volte a prevenire un pericolo, tra le quali offendere o uccidere un eventuale aggressore. La legittima difesa nasce esattamente come strumento di tutela della vita, e nessuno l’ha mai messa in discussione (finora).

Vietare il possesso delle armi significa non solo privare i cittadini di un importante strumento di tutela della proprietà, ma anche della facoltà stessa di difendere la proprietà. Sarebbe come abolire la legittima difesa.

Gli amanti dello Stato onnipotente obietteranno che in una società civile l’uso della forza è delegato allo Stato, che tramite le forze dell’ordine si erge a difesa della vita e della proprietà dei cittadini. In verità, il discorso è puramente teorico. Perché un simile sistema sia davvero efficace, bisognerebbe letteralmente posizionare un agente armato in ogni abitazione o accanto a ogni cittadino, così da poter intervenire non solo dopo un eventuale misfatto, ma nell’immediato, per prevenirlo. Uno scenario simile, oltreché poco probabile, pare poco rassicurante.

Se dunque si ammette che la proprietà privata sia un diritto fondamentale dell’essere umano, e se lo Stato s’impegna a riconoscerlo (come fa lo Stato italiano, almeno formalmente), è incomprensibile perché lo strumento primario per la difesa della proprietà — l’arma — sia vietato.

Si obietterà ancora che il divieto serve a evitare che i criminali posseggano armi con cui derubare gli onesti. E ancora sarà solo un discorso teorico e fuori dal mondo: il proibizionismo non è mai riuscito a impedire la diffusione di un bene, tantomeno delle armi, che sono oggetto di un florido mercato nero nazionale e internazionale. Chi non ha problemi a uccidere non ne avrà, a maggior ragione, a ricorrere al mercato nero per comprare un’arma. E, qualora non ci riuscisse, nessuno gli impedirebbe d’usare strumenti letali ma disponibili liberamente sul mercato: coltelli, asce, seghe, punteruoli, mazze da baseball, picconi. Dopotutto, non è lo strumento ad avere voglia d’uccidere qualcuno, bensì l’essere umano che lo impugna. Gli oggetti non hanno volontà, gli umani sì. Gli oggetti non sono imputabili, gli umani sì.

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Uscendo dal campo dei diritti naturali, vediamo ora come alla diffusione delle armi in una società non segua necessariamente un’epica sparatoria collettiva che porrebbe fine all’ordine, al benessere, alla sicurezza, all’universo.

L’esempio classico degli statalisti è il far west, dimensione spaziotemporale inventata da Hollywood, nella quale gli esseri umani erano soliti regolare ogni faccenda sfidandosi a duello nelle strade, possibilmente all’alba o a mezzogiorno.

Sarebbe lunga una discussione per sfatare tutti i miti sul «selvaggio west», e per maggiori informazioni rimando a «An American Experiment in Anarcho-Capitalism: The Not So Wild, Wild West» di Terry Anderson e P. J. Hill.

Qualche dato sarà sufficiente. Tra il 1870 e il 1885, nelle città d’Abilene, Ellisworth, Wichita, Dodge City e Caldwell, furono registrati solo 45 omicidi, una media di tre l’anno. Nella sola città d’Abilene, ritenuta tra le più selvagge, non vi fu alcun omicidio né nel 1879 né l’anno successivo.

Nell’attuale Svizzera, le armi sono liberamente acquistabili. Vi sono circa 2 milioni d’armi registrati (tra cui perlopiù armi d’assalto) su una popolazione di quasi 8 milioni d’abitanti. Il tasso d’omicidî era di 0,6 ogni 100.000 abitanti, nel 2012. Nello stesso anno, l’Italia, con la sua legislazione restrittiva, contava un tasso d’omicidî di 0,9. La civilissima Australia, che dal 1996 sta tentando di disarmare tutti i suoi cittadini, nel 2012 vantava un tasso d’omicidî di 1,1, e il Regno Unito, che ha adottato una legislazione altrettanto proibizionista sulle armi, si posiziona su un 1,0. La Russia, dove vige il divieto di portare armi, ha addirittura un 9,2.

Ma stiamo cavillando. Una mappa può spiegare le cose molto meglio:

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Come si vede, tassi d’omicidî alti si ritrovano in zone dove ci sono povertà endemica e situazioni sociali instabili. Una rapida ricerca su Google mostrerà la mappa della povertà nel mondo, e le aree più povere saranno all’incirca le stesse che presentano un tasso d’omicidî altissimo.

È tuttavia pretenzioso legare certe dinamiche a un singolo fattore. Le società sono soggette a innumerevoli spinte e influenze. E, se fosse sufficiente aumentare il numero d’armi in circolazione per vedere un conseguente aumento degli omicidî, allora avremmo un problema ben più grave delle armi in sé: avremmo una società dalla morale violenta, che disprezza la vita, la proprietà e qualunque altro diritto. Una società abietta e malata, che sguazza ancora nel fango dell’ignoranza e brancola nel buio della stupidità.

Anche utilitaristicamente, dunque, il divieto di detenere e portare armi non trova giustificazione, né si dimostrerebbe una misura efficace per prevenire gli omicidî. Lo stesso Cesare Beccaria dice, infatti, a proposito delle leggi che proibiscono le armi: «Queste si chiaman leggi non prevenitrici, ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione d’alcuni fatti particolari, non dalla ragionata meditazione degl’inconvenienti e avvantaggi di un decreto universale».

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È doveroso, infine, ricordare che una società armata è più difficile da soggiogare di una società disarmata. Esistono senz’altro molti altri strumenti coi quali un governo può opprimere e schiavizzare la popolazione, ma la libertà si riacquista con uno strumento soltanto: la lotta armata contro lo Stato. Una società armata è un deterrente per ogni slancio totalitario degli Stati contemporanei, tutt’altro che immuni alle derive autoritarie.

In verità, e qui vengo incontro a chi finora ha letto con sdegno o perplessità, la possibilità che un branco di cittadini armati di fucili prevalga su un esercito moderno è pressoché nulla. Un fucile d’assalto non può nulla contro un carro armato, un aereo, o un elicottero. Una squadra di cittadini inesperti non può nulla contro una squadra di soldati addestrati. I rifornimenti di un privato non possono competere minimamente con gli immensi arsenali di cui dispone un esercito o anche una singola caserma. Immaginare ancora le guerre di secessione combattute a colpi di moschetteria significa essersi persi gli ultimi due secoli di progresso tecnologico.

È quindi puramente teorica la possibilità che un’insurrezione popolare rovesci un regime totalitario. Potrebbe, al massimo, creare uno stato di guerriglia in alcune aree particolarmente facili da difendere con la fanteria, ma non potrà mai affrontare e vincere un esercito ben armato ed equipaggiato.

Il Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che garantisce il possesso d’armi ai cittadini, va contestualizzato nel periodo storico in cui fu scritto e in cui si rese necessario. Oggigiorno viene citato come la massima espressione di libertà di una nazione. Probabilmente lo fu.

Ai nostri giorni, tuttavia, è più che altro un monito: non lasciatevi calpestare; non dimenticate che la libertà si mantiene con la giustizia, ma si conquista con le armi.

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