Ordine dei giornalisti & Co., i figli dello statalismo

 

b827274c-ef62-49e3-ab52-c855f14737c0L’Italia si conferma un Paese geneticamente avverso alle naturali dinamiche del mercato e della libertà economica. Nel Paese — a detta di tanti luminari — distrutto dal liberismo selvaggio, succede che il Parlamento risulti zelante e puntuale nel soddisfare le richieste delle piú disparate corporazioni, le quali continuano a costituire da un lato un prezioso bacino di consenso elettorale da preservare, dall’altro un anacronistico ma incrollabile ostacolo s’un possibile percorso riformistico. Non è un caso che il tema della liberalizzazione delle professioni sia rimasto un autentico tabú per ogni governo alternatosi a Palazzo Chigi: mancano il coraggio e la volontà politica d’intaccare storiche rendite di posizione, a scapito del consenso immediato ma a tutto vantaggio delle nuove generazioni. In sostanza, si continua a tutelare il passato anziché aggiornare il presente per costruire il futuro; si preferisce la spettacolarizzazione della politica a una politica che sappia interpretare le esigenze dei nostri tempi.

Chiusura dell’Unità? È il mercato, bellezza

Anche Matteo Renzi, il novello salvatore della patria, ad esempio sul tema della scuola ha agito nella piú classica maniera machiavellica e demagogica: ha preferito ossequiare le migliori strategie comunicative inaugurando il governo con una visita a una scuola elementare tra lustrini e riverenti canti di bambini (da far invidia all’Istituto Luce) anziché metter mano súbito a un’indispensabile riforma che preveda l’abolizione del valore legale del titolo di studio. I risultati degli ultimi test INVALSI sono lí, a suggellare ciò ch’è già ampiamente noto: il divario tra Nord e Sud permane, e i nostri studenti ricevono perlopiú una preparazione inadeguata rispetto al mercato globale nel quale dovranno competere. È la contrapposizione tra l’immobilismo della propaganda e l’amara — e dinamica — realtà dei fatti.

Uber e il neoluddismo d’un Paese in fuga dalla realtà

Intanto, dicevamo, il Parlamento è sempre pronto a timbrare il cartellino al servizio di qualche corporazione. La piú recente marchetta è stavolta in favore d’uno degli Ordini professionali piú inutili: quello dei giornalisti. Con sommo gaudio, la Federazione Nazionale Stampa Italianaha comunicato l’approvazione da parte del Senato d’un inasprimento delle sanzioni previste dall’articolo 348 del codice penale, che prevedeva il carcere fino a sei mesi o, in alternativa, una multa dai 103 ai 516 euro. Il nuovo testo dell’articolo approvato dal Senato recita: «Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a 2 anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca delle attrezzature e degli strumenti utilizzati». Una norma che diviene quasi intimidatoria, e giú applausi dall’Ordine: l’Italia è ora un Paese piú civile, moderno e sicuro. Il reo si becca una multa e pure la galera; al rogo computer e macchine per scrivere abusivi. In pratica, si va in una direzione completamente agli antipodi rispetto a un’ipotetica liberalizzazione, anzi si rafforzano — ed estremizzano, ben oltre i limiti del buonsenso e del ridicolo — i famosi lacci e laccioli che ingessano il Paese.

Costituzione, Stato e crisi – Eresie di libertà per un paese di sudditi

Qual è il filo rosso che unisce questo provvedimento, l’aumento dell’«equo compenso» per la SIAE e le proteste feroci dei tassisti di qualche settimana fa a Milano contro Uber? Entità — Ordini professionali, corporazioni, categorie lavorative protette dalla politica — che sono figlie dello statalismo selvaggio che domina il Paese da decenni, e che ora si sentono seriamente minacciate dal progresso tecnologico e dalla naturale evoluzione del mercato, ergono le ultime barricate in difesa del proprio status quo; e il Parlamento è condiscendente e compiacente. Inutile, poi, meravigliarsi e lamentarsi, quando vediamo calare i consumi o aumentare la disoccupazione giovanile e il costo dei servizi: non è colpa dell’euro, della Merkel, delle scie chimiche o del massone della porta accanto. È colpa d’una politica che — ben lungi dal «cambiare verso» — persegue una sistematica distruzione della libertà economica e individuale, scegliendo scientemente di far vivacchiare un Paese che s’avvia a diventare la periferia d’Europa. Gli ultimi dati sulla produzione industriale sono inequivocabili: a maggio è stato registrato un calo dell’1,2%, dato negativo al di là delle previsioni e peggiore risultato dal novembre del 2012. E non saranno hashtag accattivanti e statalismo legislativo a salvar l’Italia.

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