Vaccini e autismo, tra credulità e ciarlataneria

 

«Fool me once, shame on you; fool me twice, shame on me. Prov. After being tricked once, one should be wary, so that the person cannot trick you again.»

(McGraw-Hill’s Dictionary of American Idioms and Phrasal Verbs)

 

vaccini-autismoL’Italia è un Paese curioso, per qualcuno meraviglioso, sicuramente eccezionale — nel senso che rappresenta un’eccezione, per molti aspetti. Uno di questi è la curiosa propensione della nostra magistratura a esprimere pareri su ogni aspetto dell’universo mondo, estendendo piú o meno arbitrariamente la propria competenza. L’ultimo esempio (temo solo in ordine di tempo) è fornito dalla pirotecnica Procura di Trani — già emersa dalle nebbie della periferia per le indagini sulle agenzie di rating —, che ha aperto un fascicolo per fare luce sul presunto legame tra vaccino trivalente e autismo. Da cittadino, non posso che essere rincorato dalla solerzia della giustizia nel tutelare la mia salute. Mentre, da contribuente, auspico che venga seguíta la via piú breve, facile ed economica: una telefonata o un’e-mail (certificata, per andare sul sicuro) alla redazione della rivista The Lancet — una delle piú autorevoli sedi di pubblicazione di seri e rigorosi studi in àmbito medico —, e in breve tempo, con una spesa contenuta, il coscienzioso magistrato inquirente potrà dipanare la matassa.

> Chi ha paura della scienza?

Infatti, si tratta d’una «bufala» già ampiamente risolta, anche se periodicamente essa riemerge dagli abissi della Rete. Nel 1998, viene pubblicato su The Lancet uno studio a firma del dottor Andrew Wakefield secondo il quale la somministrazione del vaccino trivalente (ossia in grado di proteggere da tre malattie: morbillo, parotite, rosolía) sarebbe una possibile causa dell’insorgere dell’autismo. Nell’arco di pochi anni, non solo studi successivi hanno completamente smentito la tesi, ma è stata anche dimostrata la malafede del dottor Wakefield. Anzi, dell’ex dottor Wakefield, giacché è stato radiato dall’ordine dei medici inglese, e gli è stato proibito d’esercitare la professione medica. Fatto rarissimo nella storia quasi bicentenaria di The Lancet, lo studio truffaldino è stato ritirato.

Perché sia chiaro: 1) lo studio è falso, basato su dati falsi, con conclusioni false; 2) l’esimio (ex) dottor Wakefield ha imbastito la storia coll’intenzione di vendere, a caro prezzo, una versione alternativa del vaccino; 3) l’irreprensibile (ex) dottor Wakefield avrebbe anche ricevuto, prima di pubblicare lo studio, una discreta somma da un gruppo d’avvocati intenzionati a intentare causa contro le case farmaceutiche produttrici del vaccino incriminato — causa in cui il lavoro del «medico» sarebbe stato usato come elemento di prova.

Sarò ancor piú esplicito; anzi, riporto le esplicite parole del prestigioso New England Journal of Medicine (NEJM) riferite al mercurio contenuto nei vaccini: «L’idea che il thimerosal sia causa d’autismo ha fatto proliferare un’industria di ciarlatani» (Paul Offit, «Thimerosal and Vaccines — A Cautionary Tale»).

In teoria, potrebbero bastare queste poche righe per chiudere la faccenda — e l’indagine. Si potrebbe aggiungere solo l’esplicita dichiarazione del Ministero della Salute; qualora abbiate perso qualunque fiducia nelle nostre istituzioni, sappiate ch’essa cita una serie di studi veri — non fasulli come quelli dell’ex dottore.

In teoria. In pratica, invece, in Italia, Paese eccezionale, già si può registrare una sentenza di senso contrario: nel 2012, il Tribunale di Rimini ha condannato il Ministero della Salute a risarcire una famiglia il cui figlio sarebbe diventato autistico per colpa dei vaccini, secondo i giudici; i medici e i ricercatori sostengono non sia vero. Se ancora in voi albergasse qualche dubbio, sappiate che, nel 2013, il Tribunale di Pésaro ha emesso una sentenza analoga, basata sullo studio di Wakefield, esattamente come la precedente. Rimini, Pesaro, e ora Trani: un ricercatore serio come il dottor Wakefield potrebbe ipotizzare un nesso tra il mar Adriatico e la propensione alla credulità.

Con questi precedenti, ci si dovrebbe augurare che sulla nostra East Coast non scoprano l’altra storica bufala in tema di vaccini, non meno priva di fondamento: col consueto corredo d’aggettivi reboanti e punti esclamativi, circola sui social network una presunta intervista censurata in cui si smaschererebbe una criminale multinazionale farmaceutica colpevole d’aver contaminato uno dei propri vaccini con — testuale — «il virus del cancro».

In questo caso, il tema è reale, mentre lo svolgimento è del tutto fantasioso. Quel ch’è reale è che la multinazionale Merck scoprí che il suo vaccino antipolio prodotto tra il 1955 e il 1963 era contaminato da un virus, l’SV40, sospettato (attenzione: sospettato) di favorire l’insorgenza di tumori; il prodotto fu ritirato, e la contaminazione risolta.

Sicché: 1) la notizia non arriva da un’intervista rocambolescamente salvata dalla censura di chissà chi, bensí è stata diffusa dalla stessa azienda produttrice; 2) i fatti si riferiscono a cinquant’anni fa; 3) la relazione tra il virus SV40 e il cancro è ancor oggi oggetto d’approfondimento, mentre il valore dei vaccini è certo; 4) l’azienda produttrice, dopo aver diffuso la notizia, s’è premurata di ritirare il prodotto dal mercato e di risolvere il problema.

Una persona di buonsenso, a questo punto, capirebbe non solo che il fatto è ridimensionato rispetto all’agghiacciante annuncio, ma anche d’essere stata presa per i fondelli. Un irriducibile complottista, invece, non resisterà all’impulso di ribattere: «L’hanno fatto solo per evitare cause e risarcimenti per danni — non per buon cuore!». Si dice che a elementi del genere sia bene dar sempre ragione, e non vedo per qual motivo infrangere la regola. Anche perché l’obiezione è futile: l’importante è che la Merck risolva la contaminazione, indipendentemente dal fatto ch’essa sia mossa da buon cuore o da volgare calcolo economico.

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Di favole sui vaccini, ce ne sarebbero ancora a iosa — perlopiú varianti delle due che ho esposto —, ma proporle qui sarebbe ridondante. Mi limito a invitarvi a compiere una banale ricerca su Internet: Google vi fornirà collegamenti a fonti sia in italiano sia in inglese senza dubbio piú precise e complete di quanto mi sia possibile. Vi propongo, invece, un paio di considerazioni.

Primo: avete tutte le informazioni che volete, se le volete. (E, se non le volete, non spacciatevi per intelligenti.) A tutti càpita di sbagliare; anche i piú scaltri non sono immuni dal rischio d’esser abbindolati prima o poi. Se avete creduto alle sciocchezze sui «malèfici vaccini», o avete anche solo nutrito il dubbio che ci fosse un fondo di verità, non vergognatevene: succede a tutti. Ora, però, sapete come stanno le cose. Vi sono stati forniti dei riferimenti; avete la possibilità di verificare anche da soli. V’hanno ingannato? Vergogna a loro: considerateli dei bugiardi. Vi fate ancora ingannare? Vergogna a voi: io potrei considerare voi dei tonti.

Secondo: i vaccini salvano vite. Nella storia dell’umanità, solo una malattia — il vaiolo — è stata considerata del tutto debellata, e un’altra — la poliomelite — è quasi scomparsa in molti Paesi del mondo: questo grazie ai vaccini. Quindi, se ancora insistete, o siete in buonafede, e allora vi riconducete al punto precedente, o siete in malafede, e in questo caso siete dei criminali. I vaccini salvano vite: se li volete fermare, come altro dovrei considerarvi?

Non è una scelta difficile. Non vi pongo il dilemma tra scienza e trascendenza: solo e banalmente di scegliere tra vero e falso. Fate voi — e affrontatene le conseguenze.

 

Molte sono le fonti da cui ho attinto per la stesura di quest’articolo. Ve ne segnalo due particolarmente complete e chiare: l’articolo proposto dal Post, e il blog di Paolo Attivissimo.

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