Province, DDL Delrio: la vera riforma?

 

delrio_riusciremo_ad_abolire_province_cappellacci_si_segua_esempio_sardegn-0-0-380798È stata approvata in via definitiva, alla Camera, la prima riforma del pacchetto Renzi: quella che prende il nome dal suo estensore Delrio e che riguarda la struttura stessa dello Stato, abolendo le Province — come promisero durante l’ultima campagna elettorale questo e quel partito indistintamente. Il provvedimento dovrebbe permettere d’ottenere cospicui risparmi dal venir meno d’un istituto considerato inutile e foriero solo di consorterie e ricche prebende per politici professionisti. Ma è davvero cosí? Formalmente, la Provincia è stata abolita: non esiste piú come entità di governo territoriale. Ma, in pratica, essa continuerà a esistere come «ente territoriale di secondo livello» — una struttura pubblica che manterrà le competenze della vecchia istituzione senz’averne, però, le caratteristiche di struttura politica.

Mi spiego meglio. La Provincia è un ente locale avente una competenza s’un gruppo di Comuni, non necessariamente contigui, che ha competenze e funzioni determinate dalle leggi d’attuazione dell’articolo 114 della Costituzione, che descrive l’architettura dello Stato italiano. Il provvedimento approvato non modifica, però, l’assetto costituzionale, bensí la struttura della Provincia, che di fatto rimane come ente non elettivo dove il vecchio consiglio provinciale sarà composto dai sindaci dei Comuni raggruppati sotto la sua struttura, con a capo il sindaco del Comune capoluogo. La riforma sarà operativa dal 1º gennaio 2015, e sarà prorogata al 31 dicembre 2014 la decadenza di quelle giunte in scadenza in questi mesi, cosí come il commissariamento di quelle le cui giunte fossero decadute per vari motivi in passato.

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La nuova struttura, di fatto, sarà: presidente, carica assegnata al sindaco del Comune capoluogo; assemblea dei sindaci, che raggruppa tutti i primi cittadini del circondario; consiglio provinciale, formato da 10–16 membri (a seconda della popolazione) scelti tra i sindaci e i consiglieri comunali del territorio. Una cosa interessante è che per nessuna di queste cariche è prevista un’indennità, anche se sui rimborsi spese nessuno s’è espresso, e quindi anche come «centro di spesa» i futuri organi provinciali non potranno sicuramente definirsi neutri.

Altro punto della «riforma» Delrio è la modifica delle funzioni dell’ente, che cambieranno radicalmente: su trasporti, ambiente e mobilità, la Provincia manterrà solo la mera azione di pianificazione, mentre resterà di competenza esclusiva la gestione dell’edilizia scolastica, cui sarà aggiunta la possibilità d’intraprendere politiche attive in tema di pari opportunità. Tutte le altre funzioni passeranno ai Comuni, a meno che la Regione non opti per assorbirle tra le proprie, e lo stesso percorso sarà seguíto da personale e patrimonio.

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Contemporaneamente alla modifica strutturale dell’istituto provinciale viene resa operativa la Città metropolitana, istituzione già prevista dalla riforma del capitolo V della Costituzione ma mai resa operativa in questi anni. Dal 2015, saranno dieci le Città metropolitane che sostituiranno altrettante amministrazioni provinciali: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Roma (che avrà altre competenze come Capitale), Napoli e Reggio Calabria (che partirà però nel 2016).

Anche nel loro caso, gli organi saranno tre: il sindaco metropolitano, che sarà quello del Comune capoluogo, a meno che lo statuto non preveda l’elezione diretta; il consiglio metropolitano, formato da 14–24 membri (a seconda della popolazione) scelti tra i sindaci e i consiglieri comunali del territorio; la conferenza metropolitana, che raggrupperà tutti i primi cittadini del circondario.

A differenza delle nuove Province, le Città metropolitane avranno cómpiti ben piú specifici. Oltre alle competenze previste per l’ente Provincia, esse avranno delega sulla pianificazione territoriale generale, comprese le strutture di comunicazione, le reti di servizi e delle infrastrutture, e sull’organizzazione dei servizi pubblici d’interesse generale d’àmbito metropolitano, della viabilità e mobilità e dello sviluppo economico locale.

Detto ciò, dove si potrebbero trovare dei vantaggi per la popolazione? Da un primo conteggio, quest’anno spariranno 2.159 poltrone provinciali, e altre 751 tra il 2015 e il 2016. A fronte del chiaro risultato, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha annunciato trionfalmente che «tremila persone […] smetteranno d’avere un’indennità dalla politica e proveranno l’ebrezza di tornare al proprio lavoro». (Se ciò l’avessero fatto anche certi membri del suo governo, probabilmente una riforma fiscale sul costo del lavoro e sulla struttura del relativo mercato sarebbe stata la vera priorità dell’esecutivo.)

Il conto complessivo dei risparmi a breve segnerebbe 111 milioni d’euro, per indennità e gettoni, piú oltre 318 milioni, per la mancata tornata elettorale di questa primavera nei 52 enti in scadenza. Coll’ultima versione del maxiemendamento, poi, i risparmi potrebbero essere anche maggiori, perché viene imposta la gratuità alle giunte e ai consigli provinciali che sopravvivessero e ai commissari e sottocommissari chiamati a gestire gli enti dove gli «eletti» sono già decaduti per un motivo o per l’altro.

Siamo, insomma, vicini ai 500 milioni d’euro, contro il miliardo cui puntava il governo, su 12 miliardi di costo complessivo delle Province. Un risparmio, quindi, di poco piú del 4% (9% a regime), per un pro capite di meno di 9 euro per cittadino (circa 17 euro al termine dell’attuazione della riforma). Sennonché «il trasferimento di personale e funzioni delle Province ad altri Enti territoriali [: i Comuni] potrebbe comportare costi, sia in termini economici sia organizzativi, allo Stato difficilmente quantificabili», come rileva la Commissione Bilancio del Senato. Un risultato da incorniciare, quindi.

Quella che si delinea è una riforma, quindi, di facciata, che non risolve alcun problema strutturale dello Stato né in tema di disintermediazione della P.A. né in tema di risparmio di costi pubblici (quella fantomatica spending review sulla bocca di tutti da mesi e mesi ma mai nemmeno iniziata): nonostante i reboanti proclami da campagna elettorale permanente, non è stato abolito alcun ente intermedio, le Province restano (anche se in un’altra forma), cosí come Prefetture, BIM, comunità montane, comunità marittime, &c.

Una vera riforma, che prendesse lo spirito della modifica in ottica federale del titolo V della Costituzione, avrebbe modificato l’articolo 144, abolendo ogni struttura intermedia tra Regione e Comune, una volta delegati alla Regione tutti quei compiti che sono tipici d’un ente primario in una struttura federale sul modello del Land tedesco, e al Comune, una volta obbligata l’aggregazione di tutti quei minuscoli enti con meno di 10.000 abitanti, o ai liberi consorzi tra enti comunali, in casi territoriali particolari come le valli alpine, la gestione del territorio in ogni sua sfaccettatura.

Una soluzione second-best sarebbe stata mantenere l’assetto costituzionale vigente incorporando nella Provincia tutti gli enti intermedi non elettivi, permettendo la disintermediazione della P.A., che già rappresenterebbe un gran vantaggio nella gestione dei conti pubblici e nell’economia generale dello Stato.

Queste soluzioni, però, non devono essere di facile elaborazione una volta arrivati nelle «stanze del potere», giacché centri studi, università e semplici cittadini le propongono da anni e anni; ma sembra che una vera trasformazione di questo Paese sia impossibile da parte di chi con esso ha sempre vissuto.

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