Welfare state, copertura morale per una tassazione spietata

di Francesco Improta

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hzs6njbt-1455120378L’esistenza dello “Stato sociale” è considerata da molti onesti cittadini un’esigenza fondamentale. Essi sono genuinamente portati a credere nella necessità di quell’esteso cordone di protezione teso nell’ipotetica difesa del benessere della persona, senza la quale l’individuo risulterebbe abbandonato alla mercé della sorte. Il dibattito attorno a questo concetto è del tutto insterilito poiché è raro che venga messo in discussione e nell’accezione comune è considerato un vero e proprio dogma, al punto che nemmeno i movimenti politici considerati “di destra” nominalmente eredi della tradizione liberale sono portati a metterlo in discussione, proponendone in certi casi addirittura una versione più invasiva. D’altro canto appare fondamentale ridiscutere ogni aspetto del welfare state a partire dal concetto stesso, poiché sta portando alla distruzione economica e morale della società. Sotto l’etichetta del welfare ricadono diversi istituti – ad esempio il reddito minimo, l’assistenza pensionistica, sanità e istruzione pubblica – legati all’azione positiva dello Stato nelle dinamiche economiche. Tale azione, come affermato poc’anzi, dovrebbe in linea teorica proteggere l’individuo; in questo caso, oltre a fallire miseramente nello scopo, incide pesantemente sulle libertà fondamentali del cittadino.

Molti vedono nell’interventismo statale una facile via d’uscita dalla stagnazione economica. Infatti, è pensiero comune che attraverso maggiori investimenti pubblici, sussidi e incentivi si possa garantire maggior benessere ai cittadini, e conseguentemente maggiori capacità di spesa. Inoltre, nell’azione statale si vede quella ridistribuzione della ricchezza considerata da molti necessaria, nella ricerca della fantomatica “uguaglianza sociale”. Ora, presa per vera quest’analisi, ci sarebbe da chiedersi come sia possibile che l’Italia, la Grecia, ma in generale molti Paesi che hanno per anni seguito tale corso d’azione siano entrati in crisi e non ne siano ancora usciti. Prendendo ad esempio il nostro Paese: possiamo osservare che ha goduto e gode tuttora di un sistema di sostegno al reddito indiretto probabilmente tra i più estesi a livello mondiale, fatto di spesa pubblica massiccia, enormi assunzioni nel settore pubblico, e società partecipate. Si può onestamente dire che molti settori saldamente in mano allo Stato, e su tutti quello scolastico, siano stati usati come immensi ammortizzatori sociali. Moltissime risorse in questo modo garantiscono un reddito e una sensibile capacità di spesa a moltissime persone. Eppure possiamo osservare un forte aumento della povertà, delle disuguaglianze, una fuga di capitali, anche umani. Com’è possibile?

Quando si parla del welfare, o in generale di qualsivoglia azione positiva dello Stato, l’ultima domanda posta in essere è sul costo di tali azioni; sembra che il denaro pubblico non abbia provenienza, sia illimitato e caschi letteralmente dal cielo. Il privato cittadino, nel prestare il proprio lavoro, nell’investire, nel rischiare in generale, genera ricchezza; questa in linea di principio può essere conservata o investita. Invece lo Stato è per sua natura incapace di questa genesi, poiché le risorse di cui dispone derivano dalla sottrazione – in molteplici forme quante sono le forme della tassazione – della ricchezza generata dal settore privato. Usare queste risorse per sostenere l’interventismo dello Stato crea una prosperità solo apparente in quanto non frutto d’azioni produttive, capaci di generare guadagno, ma parassitarie. Accade che un numero sempre maggiore di “bisognosi” debba essere sostenuto da un numero sempre maggiore d’elargizioni da parte dello Stato sociale, le quali sono finanziate da un numero sempre minore d’agenti produttivi che dovranno sopportare un prelievo fiscale sempre maggiore. A lungo termine porta a quella spirale di tassazione spietata che giunge infine a causare la distruzione della capacità di produrre ricchezza. Dopotutto non c’è stimolo a investire e a impegnarsi, se il frutto del proprio lavoro è destinato a essere predato in favore di chi non ha avuto parte nella creazione di tali frutti; risulta più vantaggioso vivere o aspirare a vivere sulle spalle altrui.

Dal punto di vista politico la giustificazione dello Stato sociale nasce dal sentito bisogno di “ridistribuire la ricchezza”, in attuazione del principio d’uguaglianza, interpretato in modo estensivo da molti orientamenti giuridici, e che risulta giustificazione di un sempre maggior intervento attivo della macchina statale nell’ambito economico. Che differenza c’è tra un ladro che svaligia una casa e un sistema fiscale che in molti casi sottrae più di metà del reddito ai cittadini? Nessuna: entrambi compiono ladrocinio finalizzato a trarre vantaggio per sé a spese altrui. Infatti, il cittadino non ha alcun reale controllo su ciò che formalmente viene usato per garantire un numero indefinito o indefinibile di “servizi fondamentali”. Il denaro sottratto dallo Stato viene usato più realisticamente per procurarsi clientele o garantirsi l’appoggio di gruppi d’influenza di qualunque genere. La libertà del cittadino in questo caso diventa solo apparente e formale, poiché non solo non dispone di ciò che liberamente ha prodotto, ma non ha la possibilità di scegliere di quali, e in quale misura, servizi usufruire, i quali non hanno incentivo a migliorarsi poiché sono finanziati dall’azione coercitiva dello Stato piuttosto che dalle preferenze del comune cittadino, obbligato a pagare due volte nel caso abbia la possibilità d’accedere a servizi privati più efficienti o ad accontentarsi di un servizio scadente nel caso tale possibilità sia preclusa. Il furto e l’estorsione sono tali non per la qualifica dell’autore del fatto, ma per la qualità dell’azione compiuta.

L’intervento dello Stato nell’economia ha portato nel corso degli anni a quella situazione di perenne conflitto sociale che il ruolo dell’autorità statale dovrebbe in linea teorica evitare. Invece, resa nulla la capacità d’accordarsi con gli altri, di fare affari, di migliorare autonomamente la propria condizione, la società è divenuta un’immensa corte, ove i cittadini divenuti cortigiani lottano gli uni contro gli altri per ottenere il favore del sovrano-Stato e progrediscono non in virtù delle proprie capacità, ma grazie ai favori del potente di turno. Ciò rende nulla la grande battaglia fatta dall’uomo per emanciparsi, dai re, dai nobili e dal potere, poiché l’unica cosa che è stata ottenuta è di cambiar padrone.

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