Che cosa (non) è cambiato nel Sudafrica del dopo apartheid?

Dalla dittatura della minoranza bianca…

Qui s’apre il capitolo della politica. Dal 1994, il Sudafrica è retto da un partito — l’ANC, appunto — espressione della maggioranza nera e dominatore incontrastato delle ultime tornate elettorali (65,9% dei voti nel 2009). Un partito che fuori appare come un monòlito, ma che al suo interno è frammentato tra capi e gruppi etnico-clientelari al punto da sembrare talvolta sull’orlo dell’implosione, e che in ogni caso rischia di trasformarsi in «partito-Stato» per assenza d’alternative. Ciò non deve stupire, se pensiamo che, negli oltre cent’anni di storia del Sudafrica indipendente (affrancatosi dalla dominazione inglese nel 1910), esso è stato governato da tre partiti in tutto, le cui parabole descrivono altrettante fasi della biografia della nazione: il South African Party (dal 1910 al 1948, spesso in coalizione con lo Unionist Party); il Partito Nazionale, che faceva capo essenzialmente agli afrikaner e responsabile della radicalizzazione delle politiche di segregazione (dal 1948 al 1994); l’ANC. Pur essendo il Sudafrica uno Stato democratico, i partiti in questione hanno esercitato un’egemonia ben piú ampia rispetto a quanto accade nelle altre democrazie liberali.

La svolta che ha portato all’ascesa dell’ANC da movimento fuorilegge a partito di governo è partita dall’esterno. Se l’isolamento internazionale aveva indotto il Sudafrica a promuovere una politica di nazionalismo economico, il mutamento dello scenario globale a partire dagli anni Settanta e Ottanta stava rendendo questa soluzione non piú praticabile. Il cosiddetto Washington consensus, la cui ortodossia prevedeva la libera circolazione di merci e capitali, rappresentava una sfida per la minoranza bianca in capo a Pretoria. In questo contesto, le esigenze di crescita e la necessità d’attrarre investimenti esteri richiedevano un’apertura verso istituzioni e pratiche democratiche. Al contempo, l’andamento demografico stava spingendo la popolazione bianca sotto la soglia del 20% (che avrebbe toccato nel 2000), il che rappresentava un serio problema per la stabilità del regime. Fu cosí, secondo l’interpretazione corrente, che gli afrikaner, rassegnati all’impossibilità di salvare il regime, decisero di cedere il potere prima d’essere sconfitti.

L’accordo Mandela–de Klerk fu un atto grandioso. Ai suoi protagonisti, esso valse il Nobel per la pace; ai sudafricani, la speranza d’una nuova èra. Per la scelta di favorire una transizione democratica negoziata, Frederik de Klerk fu ribattezzato «il Gorbačëv sudafricano». In effetti, l’ultimo presidente bianco del Sudafrica e l’ultimo presidente sovietico qualcosa in comune ce l’hanno davvero, oltre all’esser nati a marzo e al non esser fuggiti dalle rispettive nazioni (avrebbero entrambi potuto, vista la consistenza dei loro conti segreti in Svizzera) coll’avvento della democrazia. Due anni fa, il New York Times dedicò loro un articolo dal significativo titolo «Come perdere un Paese con garbo», definendoli vincitori nelle rispettive sconfitte. Non sapremo mai quali fossero i rispettivi pensieri riposti, nell’atto d’ammainare il vessillo ciascuno del proprio regime. Almeno nel caso sudafricano, s’è supposto che al Partito Nazionale sarebbe bastata una dura repressione à la Tienanmen per mantenere il potere ancora per un decennio; ma probabilmente ciò avrebbe indotto de Klerk e il suo governo a sopravvivere in un perenne stato d’assedio. La scelta del presidente fu allora quella d’accettare la scommessa di Mandela, partecipando alla fondazione d’un Paese dove bianchi e neri potessero convivere da uomini liberi e non piú da schiavi e padroni — e la Storia (almeno nelle nostre lande) gliene ha reso merito.

…a quella della maggioranza nera

A vent’anni da quello storico compromesso, la storia del Sudafrica non può certo dirsi a lieto fine. Indubbiamente, l’ANC ha garantito stabilità politica al Paese, evitando quasi sempre l’uso di mezzi non democratici (Marikana a parte) per il raggiungimento dei propri obiettivi, compresa l’imposizione di programmi economici impopolari ma necessari. Ma il divario esistente tra ricchi (quasi tutti bianchi) e poveri (quasi tutti neri) testimonia che oggi — smaltita la sbornia post-apartheid la razza continua in buona misura a determinare la condizione sociale dei cittadini. Per non parlare della corruzione — cancro tipico di tutti i Paesi nel cui governo c’è scarsa o nessuna alternanza —, che continua a drenare risorse statali. Secondo Transparency International, ancora nel 2012 oltre il 47% dei sudafricani ha dovuto pagare tangenti per accedere a servizi essenziali. Una piaga, divenuta prassi, che l’ANC — secondo osservatori interni — ha coscientemente favorito.

La transizione democratica avrà sí consentito il passaggio di consegne alla maggioranza nera, ma il progetto d’una società matura ed egualitaria sembra aver fallito. Se l’azione di Mandela e de Klerk aveva cancellato la forma politica della segregazione razziale, le sue radici psicologiche e le determinanti sociali sono rimaste intatte, nascoste dalla svolta democratica del 1994 come una velenosa polvere spazzata sotto un tappeto che la cronaca provvede ciclicamente a rialzare. Pensiamo all’omicidio d’Eugène Terre’Blanche, sostenitore dell’apartheid e leader dell’estrema destra boera, avvenuto il 3 aprile 2010, a pochi mesi dai mondiali di calcio organizzati proprio in Sudafrica. Al netto dei dettami apertamente razzisti e inegualitari, Terre’Blanche era il portavoce d’una frustrazione da tempo serpeggiante nella galassia bianca, specie afrikaner, piú volte sul punto di sfociare nell’estremismo. Certo, l’ANC vanta anche un rilevante parco d’elettori bianchi; ma in pochi anni sono stati oltre un milione quelli che hanno abbandonato il Paese, destinazione America o Europa. Tra i restanti, molti si domandano se prima o poi non toccherà anche a loro fare le valigie.

La conclusione è che l’ANC non è stato all’altezza della sua missione. Di quest’avviso è la scrittrice Nadine Gordimer, premio Nobel per la letteratura nonché grande amica del defunto Madiba, secondo la quale gli eredi di Mandela non solo non sono stati all’altezza di colui che a tutti gli effetti è considerato il Padre della Patria, ma ne hanno addirittura tradito il sogno. Ed è questo — prosegue la scrittrice — il fallimento piú cocente. Forse il sogno di Mandela era troppo ambizioso. O forse, come pensa Gordimer, i suoi eredi sono troppo poco ambiziosi, o troppo poco onesti. O, piú probabilmente, è ancora presto per vedere i frutti della grande visione che Madiba ha inseguito per tutta la vita e che oggi fatica a sopravvivergli.

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