Che cosa (non) è cambiato nel Sudafrica del dopo apartheid?

 

Nelson Mandela è scomparso il 5 dicembre, e ora il cordoglio lascia spazio alla riflessione. Com’è cambiato il Sudafrica del dopo apartheid? La transizione democratica può dirsi riuscita? E quale eredità ha lasciato Madiba, al di là della leggenda? Una risposta a queste domande l’abbiamo avuta diciassette mesi fa, quando l’eccidio dei minatori di Marikana ha aperto gli occhi al mondo sulle precarie condizioni in cui permangono i neri del Sudafrica a vent’anni dalla nascita della democrazia. Ed è solo la punta dell’iceberg d’un malcontento piú diffuso.

Partiamo da un fatto. Le elezioni sudafricane del 1994, le prime aperte e multirazziali nella storia del Paese, e di cui nel marzo prossimo si celebrerà il ventennale, sono tuttora considerate uno dei momenti salienti dell’ondata di democratizzazione che ha caratterizzato l’ultimo scorcio del secolo scorso. A partire da quell’evento, il Sudafrica è potuto uscire dall’isolamento politico in cui era stato confinato dai consessi internazionali a causa della politica di segregazione razziale. Oggi, il Paese che Mandela ha contribuito a costruire è dotato d’una Costituzione (nata nel 1996), d’un collaudato sistema parlamentare, di servizi di base, di scuola e sanità. Nel 2005, è entrato come membro non permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, e nel 2010, per volontà della Cina, ha fatto ingresso nel convivio dei BRICS, certificando cosí il proprio status di potenza mondiale in ascesa.

È, infatti, sul piano economico che il Sudafrica testimonia la propria vitalità rispetto al resto d’un continente nero (mai troppo) emergente. Il Sudafrica è il Paese piú sviluppato del continente africano: esso produce il 33% del PIL dell’Africa subsahariana, i tre quarti del PIL dell’area SADC, ed è attualmente il 26º Paese per PIL al mondo. La sua economia è caratterizzata dall’elevato sviluppo d’industria e terziario, può contare su notevoli risorse minerarie, e vi trovano spazio anche le PMI. La borsa di Johannesburg è diciassettesima al mondo per capitalizzazione (per far un confronto, Milano è ventitreesima).

Non è tutto oro quel che luccica

Tuttavia, i dati macroeconomici nascondono una realtà interna molto meno rosea, che fa del Sudafrica una sorta di miracolo mancato. Nel primo decennio di democrazia, il PIL è cresciuto in media del 2,9% annuo. Può sembrare tanto a noi europei, poiché la crisi ci ha abituato a percentuali da prefisso; ma si tratta d’un risultato modesto. Se pensiamo che, nello stesso periodo, l’incremento demografico è quasi stato pari a quello dell’economia (+2% all’anno), ne consegue che il reddito pro capite è pressoché rimasto immutato. In secondo luogo, la crescita non è bastata a garantire un lavoro a gran parte della popolazione. Il tasso di disoccupazione sfiora oggi il 25%, livello che raddoppia (51,5%) se ci si concentra sui giovani (15–24 anni). Per avere un raffronto, nell’Africa subsahariana la disoccupazione giovanile è al 12%; nel Maghreb travolto dalla primavera araba, al 24%. E la maggior parte dei disoccupati ha, ovviamente, la pelle scura. Secondo la banca centrale sudafricana, per assorbire tutta la forza lavoro disponibile, l’economia dovrebbe crescere al ritmo del 7% annuo. Invece, le previsioni parlano d’un incremento d’appena il 2% — a fronte del 2,7% previsto solo un anno fa — per il 2013, del 2,8% nel 2014 e del 3,2% nel 2015. Inoltre, se mettiamo a confronto il PIL coll’Indice di sviluppo umano, dove il Sudafrica si piazza al 121° posto in una classifica di 187 Paesi, appare evidente che il Sudafrica è il secondo Paese piú ineguale al mondo, dopo la vicina Namibia.

> Sudafrica e il potenziale latente

La povertà è diminuita dal 52,5% della popolazione nel 1995 al 47% dieci anni dopo, e la fetta di popolazione sudafricana che vive con meno di due dollari al giorno è calata di sette punti percentuali, dal 12% al 5%. Peraltro, il coefficiente di Gini, che misura la distribuzione del reddito all’interno d’un Paese, è salito dallo 0,57 del 1995 allo 0,63 del 2009: la disuguaglianza è aumentata. Oggi, il 10% piú ricco della popolazione detiene il 51% della ricchezza nazionale, mentre il 10% piú povero solo lo 0,2%. Il rapporto medio tra i redditi dei rispettivi gruppi è abissale: 255 a 1. In altri termini, in Sudafrica primo e terzo mondo convivono l’uno a fianco all’altro.

La presa d’atto che, a vent’anni dalla fine dell’apartheid, la maggioranza nera è ancora sostanzialmente esclusa dalla vita economica del Paese ha indotto il governo a lanciare il Black Economic Empowerment (BEE), affinché la composizione etnica della forza lavoro in tutte le istituzioni, private e pubbliche, rifletta l’assetto demografico della popolazione sudafricana, aumentando cosí la partecipazione della popolazione nera all’economia. Ma, se nel settore pubblico (con la guida del Paese saldamente nelle mani dell’African National Congress [ANC], il partito in cui militò Mandela) la composizione della forza lavoro s’avvia pian piano a rispecchiare quella della società sudafricana, nel settore privato i bianchi predominano ancora sulle minoranze e sulle donne. E non sono mancate critiche secondo le quali, a beneficiare del programma, è stata soprattutto l’élite (bianca e nera) vicina al partito di governo — definendo il BEE addirittura una «corruzione legalizzata».

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