Libia e petrolio: una guerra all’ultima goccia

 

o.314114Lo scorso ottobre la comunità internazionale ha rivolto nuovamente l’attenzione alla Libia, nella speranza che il piano di pace proposto dalle Nazioni Unite e la formazione di un governo d’unità nazionale potessero andare in porto e dare una possibilità di salvezza al Paese, afflitto da una guerra civile che si protrae da oltre quattro anni. Allo scoppio della proteste a inizio 2011, il pericolo, effettivamente concretizzatosi, di sospensioni della produzione e commercializzazione di gas e petrolio ebbe un’eco notevole. Le proteste messe in atto dalla pressoché totalità dei lavoratori degli impianti, in opposizione a un regime accusato di sfruttare le risorse dell’est del Paese a solo beneficio delle tasche dell’ovest, i sabotaggi, gli impianti contesi, fecero sì che la produzione passasse da 1,6 milioni di barili al giorno nel gennaio 2011 a zero a metà dell’anno.

La produzione ha seguito un andamento altalenante, di pari passo agli sviluppi politici nel Paese. Un miglioramento nella situazione generale ha riportato l’output pressoché ai livelli precedenti lo scoppio della guerra (1,4 milioni) nei primi mesi del 2012; a metà 2013, un nuovo crollo: appena 200.000 barili al giorno a gennaio 2014. Tra gennaio e novembre 2014 la produzione media giornaliera è stata di 450.000 barili (ben 500.000 barili in meno rispetto alla media del 2013 e 900.000 del 2010). Lo stesso pattern è riscontrabile nel settore gasiero: nel 2011 la produzione è calata del 50% rispetto all’anno precedente. Quali stravolgimenti hanno potuto provocare un tale terremoto nel settore trainante dell’economia, del motore della società, della fonte di reddito che ha garantito, grazie a una più o meno riuscita ridistribuzione delle rendite, oltre 50 anni di pace alla Libia? Per capirlo, è necessario riflettere sui risvolti della Primavera Araba, degenerata in guerra civile, e sulle dinamiche sociali e di potere che ne sono scaturite.

I “ribelli” che combatterono per la caduta di Gheddafi erano (e sono tuttora) un gruppo composito, ma l’esistenza di un Consiglio Nazionale di Transizione che ne rappresenta il volto politico, le votazioni effettivamente tenutesi nel luglio 2012, l’elezione di un Consiglio Generale Nazionale (GNC, il Parlamento), lasciarono presagire un esito positivo del violento cambio di regime. Così non è stato: il governo non è stato in grado di contenere le spinte disgregatrici, innestate su dinamiche tribali e di milizia, caratteristiche del Paese. La situazione precipita nella prima metà del 2014 fino ad arrivare, nell’estate, ad avere due governi effettivamente eletti, uno internazionalmente riconosciuto di stanza a Tobruk; l’altro, erede del passato GNC e a forte impronta islamista, a Tripoli. A loro sostegno, affiliate ad altri gruppi islamisti (IS incluso), o operanti in maniera indipendente, una miriade di milizie che nel caos operano senza apparente controllo.

Le risorse e le infrastrutture energetiche costituiscono un obiettivo d’estremo interesse, in una doppia ottica: danneggiare quelle in mano al nemico, appropriarsene per condurre i propri affari. In Libia queste dinamiche si verificano sia nell’ambito di gruppi autonomi sia a livello governativo, col governo di Tobruk e quello di Tripoli che fanno di tutto per bloccare la produzione e la commercializzazione dell’altra parte, rivendicando l’esercizio del diritto.

Lo scorso marzo, una milizia affiliata all’IS s’è impossessata dei siti petroliferi di Bahi e Mabruk, nel territorio del governo legittimo, minacciando anche quello di Dahra. Il controllo dei combustibili fossili, che prima della guerra garantivano il 25% del PIL e il 75% delle entrate statali, è d’importanza vitale per il futuro del Paese, sempreché ancora si possa parlare di un unico “Stato” libico. Il governo di Tobruk, riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale, perdendo il controllo su ciò che gli garantisce la base economica, si ritrova con le spalle al muro anche a livello politico: una diminuzione delle entrate corrisponderebbe a un aumento della disoccupazione, tagli ai servizi, a un clima di crescente delegittimazione, nel quale lo Stato viene percepito come inabile a difendere il patrimonio comune e l’incolumità stessa dei cittadini. Dall’altra parte, prendendo possesso delle preziose risorse fossili, le milizie avrebbero l’opportunità di rafforzare il proprio potere e di meglio radicarsi sul territorio, appropriandosi della quota di legittimazione persa dal rivale. Fonti locali riferiscono che i due siti di Bahi e Mabruk non siano stati conquistati con lo scopo di continuare la produzione e trarre guadagno, ma siano stati distrutti nella volontà di mandare un messaggio di sfida alle compagnie occidentali che li gestivano.

Non solo azioni da parte d’affiliati alle Bandiere Nere: i siti di Ras Lanuf e Sidra, due dei tre maggiori impianti petroliferi libici, capaci di produrre 550.000 barili al giorno, dopo mesi d’attacchi ripetuti da parte della brigata Libya Fajr, una milizia islamista fedele al governo di Tripoli meglio nota col nome “Libya Dawn”, sono stati messi fuori gioco.

Un ulteriore piano del conflitto vede i due governi fronteggiarsi a livello giuridico e contrattuale. All’inizio di novembre, il terminal petrolifero di Zuwetina, uno dei tre rimasti operativi in Libia, è stato chiuso. L’ente che si occupa della gestione delle infrastrutture petrolifere del governo di Tobruk (Petroleum Facilities Guard’s central Libyan division) ha ordinato agli operatori del sito di sospendere le esportazioni, riportando motivazioni legate alla sicurezza. La compagnia nazionale libica, di stanza a Tripoli, ha reagito imponendo la chiusura di Zuwetina per “cause di forza maggiore” fino a nuovo ordine. Il governo centrale sostiene, da un anno a questa parte, che la compagnia petrolifera nazionale (NOC, National Oil Company) non si possa considerare neutrale, poiché detiene la propria sede fisica a Tripoli, nel territorio del governo “illegittimo”. Prima dei fatti di Zuwetina, tutte le vendite sono state portate a termine dalla NOC e dalla banca centrale libica, anch’essa di stanza a Tripoli.

Nell’ottica di rivendicare un controllo più forte sulle risorse petrolifere, Tobruk ha deciso di porre il veto alle esportazioni di greggio dal porto di Zuwetina regolate da contratti condotti dalla compagnia nazionale, di dare vita a una compagnia nazionale parallela (con sede a Bayda) e di una banca centrale, con l’apertura di relativi conti bancari negli Emirati Arabi Uniti e la ricerca di sostegno internazionale. Il direttore della NOC facente riferimento a governo di Tobruk, Nagi Elmagrabi, ha annunciato che alcuni accordi con le compagnie sono stati condotti e che a breve prenderà il via l’esportazione di greggio da terminal sotto il controllo della neonata compagnia.

La svolta lascia spazio ad alcune riflessioni. La creazione di una compagnia petrolifera nazionale e di una banca centrale da parte del governo di Tobruk lascia pensare che non ci siano più speranze di rivedere una Libia unita. Quantomeno, la scelta è indicativa della scarsa volontà delle parti di collaborare positivamente e di trovare soluzioni condivise per la ricucitura del conflitto.

In secondo luogo, la linea assunta a Zuwetina potrebbe essere replicata negli altri due terminal principali, Hariga e Brega: una mossa poco probabile. Richard Mallison, analista d’Energy Aspects Ltd, ha affermato che, se il governo libico applicasse restrizioni simili a quelle di Zuwetina agli altri due porti, le esportazioni totali del Paese crollerebbero a 100.000 barili al giorno, un ammontare insufficiente ad assicurare entrate capaci di far fronte alle spese dello Stato. Per farsi un’idea della drammatica situazione finanziaria del Paese, pochi giorni dopo la presa di Bahi e Mabruk il ministro del petrolio del governo di Tripoli ha dichiarato che, allo stato dei fatti, la Libia è destinata alla bancarotta nel giro di 18 mesi; le rendite petrolifere sono passate da 60 a 15 miliardi di dollari in tre anni.

Ripetere quanto fatto a Zuwetina sarebbe quindi controproducente. Si metterebbe sì in difficoltà l’avversario, ma col rischio di un’escalation dell’uso della forza, senza dimenticare che è la NOC rivale, al momento, la titolare della stragrande maggioranza dei contratti che regolano le esportazioni in partenza dai siti in questione. In un Paese caratterizzato da spinte disgregatrici e indipendentiste, la presenza di cospicue risorse naturali non può che acuire il conflitto e renderne più complessa la risoluzione. A pagare le spese di questa guerra all’ultima goccia, una popolazione la cui sussistenza ne dipende e che, senza più speranze, non di rado rimpiange la vita precedente all’ormai lontano 2011.

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