Le Olimpiadi di Sochi e la fragilità della Russia

 

RUSSIA-BELARUS-POLITICS-ECONOMY27 dicembre 2013. Un’autobomba esplode nella città meridionale russa di Pjatigorsk, uccidendo tre persone e inaugurando giorni di terrore a ridosso delle Olimpiadi invernali di Soči — grande vetrina internazionale per la Russia di Vladimir Putin. L’esplosione, che ha colpito una città non lontana dalla sede dei giochi e in passato già teatro di brutali attacchi terroristici di matrice islamico-separatista, è avvenuta in un luogo dove ormai da tempo non si registravano piú simili attacchi.

Passano soltanto quarantott’ore, e un’altra esplosione — stavolta in una stazione ferroviaria di Volgograd, nella Russia meridionale — provoca la morte di 18 persone. L’attentato, compiuto da una donna kamikaze, semina morte e terrore nell’ex Stalingrado, una delle città piú importanti della Russia, proprio all’interno d’un edificio pubblico.

Le autorità moscovite non fanno in tempo a concludere la conta dei morti che un ulteriore attentato — sempre a Volgograd, il terzo in successione, a meno di ventiquattrore dal precedente — causa la morte di 16 persone. Cambia ancora il modus operandi: nessun’autobomba e nessun edificio pubblico; stavolta la memoria torna ai tragici attentati in terra d’Israele con un’esplosione a bordo d’un filobus nell’orario in cui i lavoratori usano i mezzi pubblici per recarsi ai posti di lavoro.

Questa sequenza d’attacchi terroristici, per il ministro degli Esteri russo, è conseguenza della chiamata alle armi del leader del separatismo ceceno islamista Doku Umarov, che in un video aveva sollecitato le proprie milizie a impedire con ogni mezzo le Olimpiadi invernali di Soči. La «campagna di Soči» potrebbe essere cosí solo all’inizio, ed è possibile che i gruppi terroristici attivi nel Caucaso abbiano progettato altri «spettacolari» attentati.

Si temono, quindi, altri attacchi terroristici — non solo kamikaze, ma anche assalti a luoghi e edifici pubblici, con ostaggi e ricatti verso le autorità, cosí da calamitare, durante l’evento olimpico, tutte le attenzioni verso l’incapacità moscovita di tenere a bada l’estremismo islamico e garantire la sicurezza nel Paese. Del resto, i separatisti ceceni l’hanno fatto in passato con la scuola di Beslan, il teatro di Dubrovka e l’ospedale di Budënnovsk. E non è detto che la militarizzazione di Soči disinneschi il pericolo, soprattutto perché non si può escludere che i terroristi attàcchino altrove con manovre diversive finalizzate a dare quel senso d’assedio, insicurezza e impotenza tipico delle azioni di guerra non convenzionale.

Alcuni osservatori hanno spiegato gli eventi terroristici come una sorta di vendetta dell’islamismo sunnita per il sostegno militare e finanziario dato da Mosca a Damasco. Senza il supporto di Putin, sarebbe stato molto difficile per Assad evitare un intervento armato, seppure lampo e circoscritto, da parte d’una coalizione internazionale per «punire» l’uso d’armi chimiche e, implicitamente, aiutare i ribelli a rovesciare il governo. Col proseguire del conflitto, l’islamismo radicale ha soppiantato l’opposizione laica e democratica, trasformando la guerra civile in uno scontro confessionale tra sunniti (gruppi terroristici legati ad al-Qaeda e finanziati dalle «petromonarchie») e sciiti (il governo «alavita» d’Assad sostenuto dall’asse sciita Hezbollah–Iran). Questo fronte sunnita estremista, in cui combattono volontari jihadisti da tutto il Medio Oriente e l’Europa, compreso il Caucaso, starebbe ora facendo pagare cogl’interessi a Putin la sua politica di sostegno ad Assad, tentando — tramite la via terroristica — di boicottare le Olimpiadi invernali.

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