Il premier eletto dal popolo non esiste, ma il mandato popolare sì

di Giuseppe Portonera

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ITALY-POLITICSNon mi tiro mai indietro quando si tratta di sbeffeggiare i sedicenti amanti della Costituzione “più-bella-del-mondo” che blaterano di “presidente del Consiglio non eletto dal popolo”. Gli articoli 92, 93 e 94 della Costituzione – che regolano la formazione e l’entrata in carica di un nuovo governo – sembrano infatti del tutto oscuri a molti parlamentari e leader di partito. Basti pensare all’onorevole cittadino pentastellato Carlo Sibilia, che nel 2013, neo-deputato ed evidentemente neo-costituzionalista, ci deliziò spiegandoci che ai sensi dell’art 94 COST «per governare non c’è bisogno della fiducia di nessuna delle due camere». Ma anche l’accoppiata lepenista Salvini-Meloni non scherza, e perfino Silvio Berlusconi non manca di paragonare la nascita del governo Monti – cui il suo partito votò la fiducia in Parlamento – a un “colpo di stato”.

 

Eppure, liquidare questi discorsi come “analfabetismo costituzionale” non serve. Perché se è vero che esiste una Costituzione “formale”, è innegabile che nella coscienza degli elettori si sia via via sedimentata una Costituzione cosiddetta “sostanziale”, per cui il mandato popolare – attraverso libere e democratiche elezioni – non investe solo il Parlamento, ma anche il governo, col suo presidente. Se un’eredità positiva della Seconda Repubblica esiste, è proprio questa: dobbiamo a Berlusconi e a Romano Prodi il tentativo di spostare il baricentro della formazione dei governi dal Quirinale alle urne, dalle oligarchie di partito agli elettori. Si è trattato di un tentativo in larga parte fallito, perché centrodestra e centrosinistra, com’è spesso capitato, hanno mancato di lungimiranza e non hanno, di comune accordo, allineato la Costituzione formale a quella sostanziale. E finché gli articoli 92-93-94 restano quelli che sono, le polemiche sui governi “non eletti dal popolo” saranno solo chiacchiere al vento: solo attraverso le consultazioni del presidente della Repubblica potrà essere costituito un nuovo esecutivo.

 

Quando Matteo Renzi licenziò Enrico Letta con un tweet, mi augurai che l’uomo che si era imposto sulla scena politica invocando a gran voce la rottamazione, avvertisse la necessità di una riforma costituzionale, affrontando anzitutto proprio il nodo del processo di genesi dei governi. Renzi si è senza dubbio posto il problema della riforma della Carta fondamentale; peccato che l’abbia fatto molto male (per quel che qui ci riguarda, provando a spostare la legittimazione diretta del premier dai meccanismi costituzionali a quelli della legge elettorale). È stata un’occasione sprecata, che chissà quando potrà ripresentarsi. Nell’attesa, almeno a giudicare dall’ultima serie di governi (Letta-Renzi-Gentiloni), siamo addirittura passati dai governi nati in Parlamento a quelli nati nelle direzioni di un partito.

 

Il problema dell’adeguamento delle regole, però, resta. Le liturgie di questi giorni sono affascinanti, ma non sono trasparenti, e vengono quindi percepite dall’elettorato come un’espropriazione del proprio potere politico. Il presidente del Consiglio eletto dal popolo non esiste, ma il mandato popolare sì. E gli esecutivi ne hanno bisogno. Altrimenti, mancheranno del sostegno necessario per realizzare le proprie agende. Col risultato che qualunque appuntamento elettorale si trasformerà in un’occasione per esprimere un giudizio sul governo in carica. Basti guardare i risultati del referendum costituzionale. La partecipazione alle urne e la polarizzazione del voto suggeriscono che il dibattito sui contenuti della riforma non è arrivato che sotto forma d’eco debolissima alle orecchie degli elettori, che invece hanno voluto bocciare sonoramente l’azione del governo Renzi.

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Parlare ora di riforma delle regole del gioco può sembrare inopportuno, ma rivestire il ruolo della vox clamantis in deserto non costa nulla. Per questo penso che il problema vada affrontato alla radice: e andrebbe risolto superando la forma di Repubblica parlamentare, per come l’abbiamo finora conosciuta. Le strade possono essere le più diverse. Volendo essere “radicali”, si potrebbe finalmente adottare un meccanismo di legittimazione diretta del depositario del potere esecutivo (facendolo scegliere davvero agli elettori, anziché ingannarli scrivendone il nome sulla scheda elettorale). Volendo essere più “moderati”, si potrebbe adottare il meccanismo della sfiducia costruttiva, che obbligherebbe le forze politiche a “parlamentarizzare” le crisi di governo e offrire subito un’alternativa chiara all’esecutivo in carica. O volendo essere ancor più “prudenti” e non toccare per nulla il testo della Costituzione, si potrebbe perlomeno rigettare la perniciosa idea di una legge elettorale proporzionale e adottarne una maggioritaria, che consenta a una forza politica di vincere e governare, rispettando così la volontà popolare (l’uninominale di collegio sarebbe sempre la soluzione migliore).

 

Una forma di governo diversa sarebbe un buon punto di partenza per risolvere i problemi del nostro Paese. Di questo avremmo quindi bisogno: di un sistema con cui si entri a Palazzo Chigi dopo aver conquistato il voto dei cittadini, per sottoporre poi, al termine della legislatura, il proprio operato al loro insindacabile giudizio. Di un sistema in cui i cambi di coalizione avvengano sull’onda del consenso popolare e non perché i vari peones decidono di muoversi da una parte all’altra dell’emiciclo. Questo anche perché sono convinto che la ridefinizione delle regole “istituzionali” porti con sé un miglioramento della qualità dell’offerta politica. Un governo che diventi, infatti, “conquistabile” con chiarezza, alla luce del sole, potrebbe avere come conseguenza anche un’evoluzione dei partiti e delle loro leadership, anch’esse finalmente più “contendibili”, “conquistabili” e quindi “rinnovabili”. Sempre avendo come punto di riferimento il rispetto della volontà popolare.

 
 
 

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