«L’innocente» di Gabriele D’Annunzio

 

10811630_10205163343474229_1934628115_n«Andare davanti al giudice, dirgli: “Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l’avessi uccisa. Io Tullio Hermil, io stesso l’ho uccisa. Ho premeditato l’assassinio, nella mia casa. L’ho compiuto con una perfetta lucidità di coscienza, esattamente, nella massima sicurezza. Poi ho seguitato a vivere col mio segreto nella mia casa, un anno intero, fino a oggi. Oggi è l’anniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi”.»

L’innocente di Gabriele D’Annunzio non è semplicemente un romanzo: è il diario d’una confessione, la prova indelebile che destina il protagonista, Tullio, a essere relegato nella memoria degli assassini; è l’annientamento dei sensi di fronte al delitto d’un’innocente creatura, frutto d’un amore adulteríno e, ancor peggio, frutto d’un atto sessuale che schiaffeggia la spavalderia dell’intellettuale che può permettersi il lusso di tradire, ma non d’essere tradito. La trama, forse tra le piú convintamente «dannunziane» dopo quella del Piacere, ospita tutti gli elementi chiave per far sí che il romanzo fosse súbito «riconoscibile» all’attenzione del pubblico: un intellettuale traditore per indole, una donna tradita e tragicamente innamorata, un adulterio inaspettato e smascherato, un assassinio, e tutte quelle lacrime e quei sospiri d’abbandono che rendono D’Annunzio il romanziere piú letto di fine Ottocento.

«Perché l’uomo ha nella sua natura quest’orribile facoltà di godere con maggior acutezza quand’è consapevole di nuocere alla creatura da cui prende il godimento? Perché un germe della tanto esecrata perversione sadica è in ciascun uomo che ama e che desidera?»

Questo è ciò che si domanda Tullio, il superuomo anticonformista e dallo spiccato spirito raziocinante, il marito che, una volta persa la spinta sentimentale nei confronti di sua moglie Giuliana, incanala tutte le energie d’amante sopraffino nell’appagamento dei sensi di Teresa Raffo. Giuliana, divenuta ormai una sorella per Hermil, sembra continuare a recitare il perfetto ruolo di moglie sconfitta e tuttavia perennemente innamorata, còlta da feroci e insistenti spasmi d’amore nei confronti d’un marito assente, la cui pace interiore giace al di fuori delle mura familiari.

«Tutto il mio vizio, tutta la mia miseria e tutta la mia debolezza s’appoggiavano a quest’illusione. Io credevo che per me potesse tradursi in realtà il sogno di tutti gli uomini intellettuali: — essere costantemente infedele a una donna costantemente fedele.»

Eppure qualcosa turberà la pacifica convivenza dei due ex coniugi: un libro, una dedica in copertina, qualche frase pronunciata a metà, e la terribile scoperta dopo la passione ritrovata con sua moglie.

«E, come scoppia un fulmine in un cumulo di nubi, un pensiero guizzò in mezzo a quello scompiglio pauroso, m’illuminò e mi percosse: “Ella è impura”.»

Giuliana è incinta, ma non di Tullio, bensí del romanziere che le ha dedicato il libro sul quale il protagonista disilluso ha posato lo sguardo: Filippo Arborio. In un fremito di sensi, cocente di rabbia e d’orrore, Tullio è pronto a giurar vendetta, ma non contro Filippo, col quale non può battersi per via di problemi fisici, bensí contro la creatura adulterina che Giuliana porta in grembo. Il desiderio crescente non farà che aumentare nel giro di quei nove mesi d’attesa, durante i quali Giuliana tornerà a essere la desiderata e tanto amata preda di quel Tullio infedele, ormai redento e ferito nell’orgoglio. Il fremito d’un superuomo che, fiero nel suo ateismo di maniera, pazienta con un finto sorriso il momento in cui potrà esporre, appena nato, il piccolo Innocente alle fauci rabbiose del vento invernale. Giuliana, schiava delle emozioni che la legano a Tullio, accetterà la decisione del coniuge di porre crudelmente fine a quello che presto sarà solo un brutto ricordo: l’adulterio d’una moglie che, in fondo, ha sempre atteso il «ritorno» di suo marito.

«Ero convinto che la salvezza della madre stesse nella morte del figliuolo. Ero convinto che, scomparso l’intruso, ella sarebbe guarita.»

Uscito nel 1892, L’innocente ebbe un grande successo, prim’ancora che in Italia, in Francia e in tutta Europa. Attraverso l’inconfondibile tocco del maestro abruzzese, possiamo godere d’un romanzo intenso, appassionato, d’una grande lucidità letteraria e tuttavia permeato da quel gusto gotico che lo rende ancor piú accattivante. I protagonisti, le loro gioie e soprattutto le loro sofferenze vengono magistralmente ritratti coll’ausilio di descrizioni paesaggistiche che giovano alla fluidità del romanzo, senza tuttavia distrarre dalla vicenda, anzi arricchendola e illuminandola.

L’entusiasmo della critica, che in Italia tardò ad arrivare, trovò il punto piú alto nella decisione di Luchino Visconti di realizzare il film L’innocente, traendo libero spunto dall’omonimo romanzo. Uscito nel 1976, il film vede protagonisti Giancarlo Giannini e Laura Antonelli nei panni di Tullio e Giuliana. Pur nel sostanziale rispetto dei tratti principali del protagonista, tuttavia Visconti introdusse delle rilevanti differenze rispetto al testo dannunziano, non ultima la scelta di non far narrare a Tullio la vicenda in prima persona, a mo’ di diario-confessione, come accade invece nel libro. Soprattutto, cambiamenti rilevanti ci furono per quanto riguarda la figura femminile, quella di Giuliana: per nulla remissiva e succuba del marito, ella non rinuncia, aiutata dalla bellezza di Laura Antonelli, a costruirsi una vita alternativa a quella familiare, ormai distrutta. Rifiuta quindi d’abortire e infine lascia il marito, assassino non pentito d’un delitto cui la donna non ha tacitamente acconsentito, come avviene nel romanzo. Il film, l’ultimo di Visconti, fu altresí presentato al festival di Cannes del 1976, due mesi dopo la morte del compianto regista.

«La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun tribunale della terra saprebbe giudicarmi.»

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