Fondazioni bancarie, quale futuro?

 

MONTE DEI PASCHI DI SIENA (MPS), IL PRINCIPALE AZIONISTA DEL MPS, LA FONDAZIONE MPS, SI DICE CONTRARIA ALLA POLITICA DEL DIVIDENDO ZERO ED E' PRONTA A SOSTENERE UN AGGIORNAMENTO DEL PIANO INDUSTRIALE. IN FOTO, UNA FILIALE DEL MPS.Per far un esempio della confusione che regna sovrana sul tema, basti pensare a Giuliano Amato: cofirmatario della legge che le istituí nel 1990, pochi anni dopo le definí «mostri giuridici», per poi – nel commentare la prima delle leggi che le hanno riformate (nel 2001 ci mise del suo anche Tremonti) – lanciarsi in un laconico «nel giorno in cui scompare, Frankenstein si ricongiunge col padre» (Corriere della Sera, 15 maggio 1999).

Le fondazioni bancarie hanno sempre fatto discutere. Prima, la discussione oscillava tra il non ledere lo status quo delle casse di risparmio e come adeguarsi alle prescrizioni dell’Unione Europea. Poi, tra chi le considerava solo strumento d’interferenza nella gestione delle banche – nonostante le (buone) intenzioni (mai realizzate) della legge istitutiva – e chi le considerava, invece, enti utili ai bisogni del territorio. Insomma, «galline dalle uova d’oro» o «mostri giuridici» che siano, oggi che si torna a parlare di privatizzazioni e dismissioni il loro ruolo – e la loro «cassa», soprattutto – torna a far discutere.

Nate dalla separazione tra «attività bancaria» e «detenzione della proprietà della banca», si configurano inizialmente come holding pubbliche per la gestione del pacchetto di controllo delle casse di risparmio. Si trasformano poi in enti privati autonomi non-profit che, pur mantenendo in genere quote minoritarie di partecipazioni nelle banche, intervengono in specifici settori – famiglia, formazione, sport, volontariato, beneficienza, assistenza agli anziani, assistenza e recupero sociale, salute pubblica e medicina, diritti civili e religiosi, ricerca scientifica; tutela dei consumatori, sicurezza alimentare e filiera agroalimentare, sviluppo dell’edilizia locale – individuandone cinque prioritari secondo un apposito piano triennale. Tali interventi sono effettuati principalmente in veste di grant-making (distribuendo risorse finanziarie a enti non-profit terzi, attivi nei settori scelti) e talvolta in veste di gestori diretti di talune delle suddette attività.

Quasi novanta enti, distribuiti in modo non omogeneo sul territorio italiano, che detengono un patrimonio stimato in circa 43 miliardi d’euro e ch’èrogano annualmente circa 1,4 miliardi d’euro. Numeri importanti, che attirano l’interesse di molti — e il sospetto d’altri. Certo, numeri che andrebbero «compresi», prima di trarre giudizi affrettati.

Da un lato, infatti, è indubbio che l’iniezione di liquidità nei settori non-profit e l’impatto sui territori siano al contempo rilevanti (soprattutto in periodo di crisi) e ispirati al principio costituzionale della sussidiarietà, sancito dall’ultimo comma dell’articolo 118 della Carta, come novellato nel 2001. «Utilità di sistema» locale, dunque.

Dall’altro, invece, è altrettanto indubbio che non sempre la gestione di quei patrimoni sia efficiente, e che non sempre le erogazioni a terzi o le allocazioni degl’investimenti siano trasparenti. Spesso la «cabina di comando» è tutt’altro che ispirata a princípi di turnazione e di rappresentanza meritocratica (fino a generare delle vere e proprie «oligarchie», dipendenti dalla politica o no). Per fare degli esempi, indipendentemente dal profilo di grande «esperienza» e dai meriti «storici» dei singoli soggetti in questione: Biasi (Fondazione Cariverona, detiene il 3,5% circa d’Unicredit e il 2% circa di Mediobanca) ha 74 anni, Guzzetti (Fondazione Cariplo, detiene il 5% circa d’Intesa) ha 78 anni e ne è presidente dal 1997, Chiamparino (Compagnia di San Paolo, detiene il 10% circa d’Intesa) è l’ex sindaco di Torino, Finotti (Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, detiene il 4,7% d’Intesa) ha 84 anni. La situazione della fondazione MPS è salita rovinosamente agli onori della cronaca per le evidenti interferenze politiche nelle nomine (oltre che per le questioni economico-giudiziarie legate alla gestione della banca stessa). E la situazione di parecchie fondazioni cosiddette «minori» non è piú rosea, né in termini d’anzianità di conduzione né in termini di separazione, in alcuni casi, dall’attività «gestoria» della banca partecipata.

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