Se anche il narcotraffico è colpa del neoliberismo

di R. Carcano Casali

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11257700_816599938389240_2089868811_nIl 26 settembre 2014, un gruppo di studenti dell’Escuela Normal Rural de Ayotzinapa, famosa per la sua militanza nella sinistra antagonista messicana e i suoi metodi di lotta violenta, si stava dirigendo a Città del Messico per una manifestazione. I normalisti fecero tappa nella città d’Iguala per sequestrare degli autobus e terminare il viaggio. Avvisato della loro presenza, l’aspirante candidato sindaco, che aveva legami col narcotraffico, sguinzagliò la polizia sulle loro tracce. Secondo le ricostruzioni, dopo l’arresto i malcapitati studenti furono consegnati nelle mani dei narco ammanicati col comune e con la polizia, condotti fuori città e giustiziati senza pietà. Erano quarantatré.

L’ormai famigerato massacro d’Iguala è solo uno dei tanti episodi che, specialmente in alcune zone del Messico, trasformano la vita dei residenti in un incubo quotidiano d’anarchia e violenza, dimostrando ancor una volta come il Paese sia lontano dall’estirpare i germi della malavita organizzata e della corruzione dilagante tra i politici locali.

La cura non l’aveva trovata il presidente Felipe Calderón, che nel 2006, dieci giorni dopo la sua installazione, col dispiegamento di 6.500 soldati federali nel solo Stato di Michoacán, dava inizio alla fase più cruenta della War on Drugs messicana, finanziata attivamente dagli Stati Uniti; e non l’ha ancora trovata il suo successore, Enrique Peña Nieto. La guerra continua, e a farne le spese sono soprattutto i cittadini messicani, che, nel clima militarizzato creatosi in alcuni Stati, non devono guardarsi solo dalla violenza dei cartelli, ma anche dalle violazioni dei diritti umani da parte delle spesso corrotte forze dell’ordine.

La mole di studi storici, economici e sociologici che tentano di spiegare come si sia arrivati a una situazione così insostenibile è imponente. Alcuni ripercorrono la storia dell’offerta e della domanda di stupefacenti a livello regionale; altri sottolineano il ruolo della corruzione; altri, delle carenze nel sistema giudiziario; &c. Ma per Carmen Boullosa e Mike Wallace, autori di un articolo uscito per Jacobin, importante rivista socialista statunitense, il vero colpevole della nascita del narcotraffico come lo conosciamo oggi in Messico è uno solo: il libero scambio. Sì, avete capito bene: ancor una volta, è colpa del neoliberismo.

Nell’articolo, Boullosa e Wallace fanno risalire la genesi dei cartelli alle politiche economiche imposte dall’amministrazione Reagan al Messico in seguito alla crisi del 1982, le quali vincolavano il credito offerto dal FMI e dalla Banca Mondiale all’implementazione di misure come la privatizzazione dei servizi pubblici e i tagli alla spesa. Queste politiche, sempre secondo gli autori, ebbero un effetto devastante sulla società messicana, favorendo le disuguaglianze. Ma la vera calamità doveva ancora abbattersi sul Paese, con l’arrivo del famigerato NAFTA, il trattato di libero scambio attivato nel 1994 tra USA, Canada e Messico.

Per gli autori, il NAFTA avrebbe avuto un impatto devastante soprattutto sul comparto agroalimentare, dove il sistema di terre comunali (ejido) fu smantellato a favore della divisione e conversione in appezzamenti privati; i sussidi ai produttori furono rimossi, insieme ai dazi sulle importazioni. In un mercato aperto, i contadini messicani si trovarono a non poter competere con le più avanzate tecniche di produzione agricola degli yankee, finendo per abbandonare in massa le loro terre e concentrarsi nelle città di confine a nord per trovare lavoro come operai, o varcare il limes settentrionale per emigrare negli USA.

Nella ricostruzione dei due autori, i contadini, rimasti in gran parte disoccupati, «offrivano ai cartelli una fonte inesauribile dalla quale reclutare soldati, e i poliziotti e militari, coi loro miserabili stipendi e la loro facilità a farsi corrompere, fornivano i muscoli con cui proteggere i propri interessi». Fu questo clima — in cui si mescolavano disgregazione sociale, povertà e inurbamento — che rappresentò «l’ambiente entro il quale potevano emergere forme più elaborate di criminalità». Senza contare che il NAFTA, con la sua apertura alla circolazione delle merci, facilitò il traffico di quelle illegali.

Tutto in linea con la critica al libero mercato che le sinistre radicali non smettono di ripetere: accumulazione del profitto vs. spesa sociale, competizione vs. cooperazione, esaltazione della proprietà privata vs. senso della comunità. L’argomento centrale, insomma, è che l’applicazione delle dottrine economiche pro mercato avrebbe messo in ginocchio le fasce meno abbienti, favorendo l’emergere del narcotraffico.

Quel che gli autori non dicono, e che è stato riportato in una piccata risposta da Manuel Suárez, professore della School of International Service a Washington nonché negoziatore del NAFTA, è che la bancarotta messicana del 1982 non è da imputare al babau neoliberista, ma alle insostenibili politiche populiste praticate dal presidente Luis Echeverría e dal suo successore José López Portillo. È alla luce di queste sconsiderate gestioni che va situata la década perdida, coi suoi squilibri macroeconomici, l’alta inflazione, continue svalutazioni e una bilancia dei pagamenti in negativo.

È difficile vedere come, con un disavanzo pubblico del 20% del PIL, generato da un settore pubblico corrotto e improduttivo, si potesse evitare un taglio della spesa pubblica. Come sottolinea Suárez, i costi di questo «snellimento» non ricaddero sulla spesa per i servizi sociali, che anzi aumentò grazie alle maggiori risorse a disposizione in seguito ai tagli. Il Messico pagava una gestione sconclusionata e miope, e la normalizzazione ha richiesto dei sacrifici.

Sacrifici che hanno comportato un prezzo tuttavia ben inferiore a quello pagato da chi, al contrario, s’è impuntato sul rifiuto di ripagare il debito. Suárez cita a questo proposito il Perù, che, in seguito ai dissesti macroeconomici comuni a tante economie latinoamericane negli anni Ottanta, assunse politiche «eterodosse», i cui scarsi risultati portarono a una nuova, drammatica recessione nel 1988.

Per quanto riguarda il dissesto nel settore dell’occupazione, i fantomatici 800.000 posti di lavoro andati persi di cui trattano Boullosa e Wallace sono inventati di sana pianta. Anzi, a partire dall’implementazione dell’accordo, l’indice degli occupati è salito. È vero che il settore agrario ha subìto pesantemente la concorrenza dei prodotti statunitensi, ma questo ha permesso l’afflusso di merci a basso costo, giovando ai consumatori messicani. È una triste abitudine, quella di guardare all’impatto di misure economiche solo sulla base degli effetti su quel settore che, esposto alle leggi del mercato, rivela tutta la sua inadeguatezza, anziché sul loro beneficio complessivo.

Detto ciò, è chiaro che gli anni Novanta cambiarono notevolmente la società messicana. L’industrializzazione e lo slittamento della forza lavoro dal comparto agricolo a quello industriale sono stati processi dolorosi. Si può aprire un dibattito sulla validità delle riforme compiute dalle amministrazioni «neoliberiste» in Messico, ma è forviante creare una relazione diretta tra libera circolazione delle merci e crescita del narcotraffico.

Le vere cause del narcotraffico non sono le politiche d’«austerity» imposte negli anni Ottanta e Novanta, né tantomeno il NAFTA, bensì la condotta miope di chi ha ritenuto che un mercato con un’enorme domanda in America settentrionale come quello delle droghe potesse subire il controllo dei governi. È la natura illegale del fenomeno il vero problema. Il crimine può trarre beneficio dal contesto creato dal NAFTA e dalla situazione sociale delle fasce più povere, ma la sua stessa esistenza si basa sul proibizionismo, che permette, a chi è disposto a correre il rischio del carcere, d’accumulare alti profitti.

Se la War on Drugs ha insegnato qualcosa, è che le politiche repressive attuate dagli Stati hanno fallito nel contenere il fenomeno, causando più danni che beneficî. Per questo si fa sempre più forte il richiamo a misure come la legalizzazione, la depenalizzazione e, più in generale, la risposta sul fronte della domanda (cura dei consumatori) anziché dell’offerta (repressione dei produttori) per affrontare il problema. Più libertà, dunque; non meno. Lasciando in pace il libero mercato.

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