Un anno dopo, la lezione di Cipro sui depositi bancari

 

cyprusbankqueue-dataUn anno dopo la crisi finanziaria, s’apre un nuovo capitolo della vicenda cipriota. Da alti funzionari statali è emersa, nei giorni scorsi, l’intenzione di procedere con azioni legali per far emergere eventuali responsabilità su quanto accaduto nel marzo 2013. Non è ancora chiaro se a Nicosía abbiano sospetti circostanziati su fatti e persone, o se si tratti d’un’azione puramente simbolica. Vicende giudiziarie a parte, a un anno di distanza si possono tirare le somme di quanto avvenuto a Cipro. In una primavera fitta d’avvenimenti, il governo cipriota si vide costretto a intervenire sul sistema bancario dell’isola per poter accedere al piano d’aiuti dell’Unione Europea. Una percentuale dei depositi fu, infatti, usata per risanare un sistema bancario di fatto fallito. Accanto a ciò, furono istituite alcune restrizioni ai movimenti di capitali per evitarne la fuga — che in parte è comunque avvenuta. Queste restrizioni dovrebbero, secondo quanto emerso da fonti governative, terminare entro l’anno.

Quel che resta di quegli avvenimenti è un sistema bancario ancora molto vulnerabile. Il nuovo amministratore delegato della Bank of CyprusJohn Hourican, sta incontrando diversi problemi nel tentativo di stabilizzare l’istituto. Eppure, il sistema bancario di Cipro non appariva cosí fragile, nei mesi precedenti al marzo 2013. Anzi, le banche cipriote erano incensate dagli analisti internazionali e considerate sicure. Con la crisi, però, i nodi sono giunti al pettine, e tutti sono stati costretti a fare i conti con la realtà.

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L’UE rispose a una situazione divenuta insostenibile. Tuttavia, quel tipo d’intervento divenne il bersaglio di critiche eterogenee. In modo particolare, fu tacciata di sconsideratezza la decisione di violare la sacralità dei depositi bancari all’interno del piano di salvataggio. In molti temevano pesanti ripercussioni soprattutto sull’Europa meridionale, con Spagna e Italia osservate speciali.

Sotto accusa finí anche l’euro. Secondo alcuni, Cipro avrebbe potuto evitare il peso d’un piano di salvataggio di quel tipo, se solo avesse avuto ancora la sovranità monetaria. Se solo il governo cipriota fosse stato in grado di «stampare moneta» a piacimento, esso avrebbe potuto ripagare i propri debiti con la svalutazione. Da questo punto di vista, l’operazione messa in atto dall’UE ha il merito evidente d’aver messo sotto i riflettori ciò che altrimenti sarebbe passato sottotraccia. Tramite la svalutazione della moneta, infatti, le scelte errate degl’istituti bancari sarebbero state ripagate con la perdita di potere d’acquisto da parte di tutti i cittadini, e non soltanto di chi, bene o male, era coinvolto in quel sistema. Un’operazione che sarebbe stata subdola, ma che non avrebbe destato troppo scalpore.

L’intervento dell’UE ha scioccato perché ha portato tutto sotto la luce del sole. Nel corso dei decenni, l’opinione pubblica era stata abituata a piani di salvataggio basati sull’aumento generalizzato delle imposte e sull’inflazione monetaria. Gli errori d’alcuni venivano cosí scaricati sulla collettività. I debiti — delle banche o della politica — erano ripagati con un impoverimento celato dei cittadini. A Cipro questo non è accaduto, e s’è chiesto a chi era stato partecipe di quel sistema fallimentare di farsene (almeno in parte) carico. Ha fatto scalpore la verità in un mondo di menzogne.

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Tra l’altro, le ragioni che hanno portato alla crisi cipriota non possono esser omesse all’interno delle valutazioni sulla bontà dell’intervento degli organi di Bruxelles. Un po’ come avvenne in Argentina dopo il 1991, il sistema bancario cipriota vide affluire al suo interno ingenti quantità di capitali stranieri, soprattutto russi. Quest’abbondante disponibilità di risorse fece sí che le banche dell’isola investissero in attività ad altissimo rischio — tra cui i titoli di debito greco. Queste attività permisero agl’istituti ciprioti di garantire ai propri depositanti rendimenti molto piú elevati della media europea. Quando la situazione degenerò, l’UE ritenne corretto chiedere di partecipare alle passività a chi aveva beneficiato di quella particolare situazione.

Fenomeni di questo tipo sono lo sbocco naturale della tutela incondizionata che gli Stati offrono ai depositi. Il trattamento di favore riservato dal potere pubblico al sistema bancario ha creato una sorta d’illusione di sicurezza assoluta. I cittadini hanno smesso di preoccuparsi della salute degl’istituti cui affidano la propria ricchezza, convinti che in caso di necessità la mano pubblica interverrà a tutelare la banca. Allo stesso modo, le banche non hanno alcun incentivo a valutare con attenzione i rischi, prediligendo operazioni azzardate ma estremamente profittevoli. In un sistema — come quello attuale — eccessivamente deresponsabilizzato, la banca cattiva finisce col prevalere su quella buona.

Solo all’interno di questo scenario può essere compresa la rilevanza di quanto accaduto a Cipro dodici mesi fa. L’UE ha incrinato quell’illusione di sicurezza assoluta, chiedendo alle banche e ai depositanti di farsi carico degli errori commessi. Dunque, non soltanto sono emersi i malinvestment, non soltanto è stato chiesto di porvi rimedio, ma s’è deciso di non scaricare sugli altri — che fossero i cittadini ciprioti o i Paesi membri dell’Unione — una parte importante del costo di quest’operazione.

Un anno dopo la crisi cipriota, la situazione finanziaria delle banche europee resta critica. Gli stress test di questi giorni servono — oltreché a far emergere eventuali distorsioni — a diffondere fiducia nel sistema bancario. Una sorta di controllo qualità s’un prodotto, utile a rassicurare il consumatore al momento dell’acquisto. Tuttavia, restano forti perplessità. Se la piccola isola di Cipro, con un PIL di soli 17 miliardi d’euro, è riuscita a spaventare l’intera Europa, che cos’accadrebbe se una crisi bancaria esplodesse nel cuore della zona euro?

Il piano di salvataggio di Cipro d’un anno fa ha scoperchiato il vaso di Pandora del sistema bancario a riserva frazionaria, all’interno del quale i depositi dei cittadini sono proprietà della banca. E poiché si tratta di proprietà delle banche, le quali si sono avventurate in operazioni ad alto rischio, è nello stato delle cose che quel denaro venga usato per far fronte alle conseguenze degli errori. Quand’avremo un sistema bancario a riserva intera, allora potremo scandalizzarci e inveire contro la lesione del diritto di proprietà dei depositanti. Prima d’allora, è giusto che chi ha sbagliato paghi. Almeno in parte.

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