Cina, la bolla del credito che spaventa i mercati

 

cina-bolla-mercatiIl 2014 s’è aperto con una grossa contrazione degl’investimenti sui mercati emergenti. Quei Paesi, cioè, che (a ragione o torto) negli anni passati si sono visti come la nuova frontiera per gl’investimenti e una millantata miniera d’oro per chi vi avesse voluto impiegare i propri risparmi o delocalizzare determinate attività industriali. Nel giro di pochi giorni, s’è assistito al crollo della lira turca, col conseguente rialzo repentino dei tassi d’interesse da parte della banca centrale per sostenerne il cambio; allo spettro d’un nuovo default per l’Argentina; alla crisi sistemica in Venezuela, squassato dalla politica populistica di Chávez e del successore Maduro; alla crisi ucraina; e via di séguito. Quello che, però, sta iniziando a inquietare i mercati è il rallentamento cinese, e tra gli operatori si sta facendo avanti l’ipotesi di bolla di liquidità, che potrebbe destabilizzare l’intero sistema.

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Chi scrive non ha mai fatto mistero delle sue perplessità sul modello cinese. Sembrava incredibile che un Paese riuscisse a mantenere un ritmo di crescita cosí elevato non potendo contare né s’un mercato interno efficiente né sulla presenza di materie prime sul territorio, orientando tutto lo sforzo produttivo meramente sull’export. Gli anni sono passati, ma i tassi di crescita cinesi sono rimasti a livelli incredibili, ben superiori alla media d’ogn’altro Paese emergente. Il vecchio Impero del Dragone divenne in breve tempo mèta d’investitori di tutto il mondo, desiderosi di sfruttare la manodopera a basso costo e le facilitazioni che il governo concedeva per impiantare nuovi stabilimenti produttivi.

Poco importa che gli operai e i tecnici impiegati nelle prime grandi aziende di lí a poco si licenziassero per passare a industrie cinesi, non piú partecipate o possedute dagl’investitori stranieri, che producevano merci in diretta concorrenza o addirittura copie contraffatte di quelle prodotte sotto il precedente datore di lavoro: i vantaggi erano enormi, potendo contare s’un costo del lavoro, dell’energia e dei servizi ben piú basso di quello pagato dai concorrenti sui mercati occidentali di provenienza.

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Ciò nonostante, col tempo, la maggior parte degl’investitori rinunciò a impiantare direttamente le proprie aziende, preferendo investire solo finanziariamente nelle neonate aziende cinesi — alcune di grande potenziale — o cercare dei terzisti per la realizzazione dei semilavorati o dell’assemblaggio dei prodotti poi commercializzati sui mercati piú sviluppati. Nacquero cosí soggetti che, poi, s’evolsero in nuovi competitor a livello globale — Lenovo e Huawei in àmbito informatico, ad esempio — cosí come importanti impianti, come la Foxconn (che è di Taiwan, ma ha i principali stabilimenti nella Repubblica Popolare Cinese), che producono fisicamente i gioielli tecnologici che quotidianamente sono usati in tutto il mondo.

La grande domanda che resta è: come ha fatto un Paese senza risorse energetiche, senz’acqua (fuorché i due grandi fiumi interni), senz’alcuna fonte di materie prime, senza un vero mercato interno, a innescare questo processo di crescita continua? All’inizio si pensava a una qualche forma di «droga monetaria» per permettere a un Paese industrialmente devastato dalla Rivoluzione culturale di Mao Tse-tung, e che aveva ricominciato a costruire una vera economia interna solo con Deng Xiaoping, di finanziare la politica economica e industriale; ma la relativa stabilità dello yuan sui mercati e i tassi interni d’inflazione suggerivano diversamente.

Si potrebbe obiettare, a questo punto, che l’assenza d’un mercato interno e il fatto che la maggior parte della popolazione percepisca un reddito al limite della sussistenza — tantoché l’uso della moneta in periferia è ancora minoritario rispetto al baratto — possa fare da compensazione alla crescita monetaria incontrollata. Ma gli oltre trecento milioni di cinesi che vivono su standard occidentali, guadagnando, spendendo e consumando, in caso di politiche monetarie troppo espansive avrebbero dovuto innescare un trend inflazionistico almeno pari a quello vissuto dall’Italia nei primi anni Ottanta. Anche qui, nulla: l’inflazione s’attesta s’una media del 3,2% su base decennale, con punte a poco piú del 5% in concomitanza con gli shock sui prezzi delle commodity.

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Come spiegare, quindi, la liquidità del mercato cinese che ha potuto sorreggere la crescita economica impetuosa del sistema? Se non s’individua la causa nella politica monetaria, allora l’attenzione si deve rivolgere al sistema bancario del credito; e qui ecco spuntare delle sorprese. Dall’analisi degli attivi delle banche cinesi, s’evince che queste hanno inondato di liquidità il sistema con una continua apertura di credito verso le imprese e gl’investitori, generando una mole incredibile di prestiti verso questi ultimi.

I grafici qui riportati spiegano la situazione meglio di mille parole. Come si può vedere, le banche cinesi hanno immesso liquidità, a gennaio, in misura ben superiore alla somma delle operazioni di quantitative easing della Fed e della Banca del Giappone. Se poi si considera tutto il settore finanziario, la situazione è ancor piú sorprendente: la mole di liquidità immessa sui mercati raggiunge un rapporto pari al 285% circa della somma delle operazioni di politica monetaria delle banche centrali di Stati Uniti e Giappone. Un altro grafico mostra la progressione dell’immissione di liquidità nel sistema nel corso degli ultimi dodici anni: guarda caso, piú s’innalzava il tasso di crescita della Cina, piú liquidi venivano immessi tramite l’istituto del credito — cosa che è aumentata sensibilmente coll’aprirsi della crisi economica mondiale.

Il ritmo di progressione dell’economia cinese è stato spinto da un sistema di facile accesso al credito, dovuto — sicuramente, a questo punto — a una politica economica improntata non all’espansione monetaria, bensí al sostegno al settore creditizio, che ha permesso l’elargizione di liquidità a credito senza la dovuta «rischiatura» né sulla solvibilità dei crediti concessi né sulla sostenibilità degli attivi da parte di banche ed emittenti di debito.

È di questi giorni, tra l’altro, l’annuncio del primo default cinese, la prima azienda che non sarà in grado di pagare la cedola delle obbligazioni emesse: la Shanghai Chaori Solar Energy Science & Technology, che ha annunciato di non avere le risorse necessarie a rimborsare la cedola di 14,6 milioni di dollari ai sottoscrittori dell’obbligazione. Non sarà sicuramente questa a decretare uno hard landing del «sistema-Paese», ma è logico che, di fronte a questi dati, un dubbio sulla sostenibilità della crescita cinese possa sorgere — soprattutto se si considera l’indebitamento totale delle aziende rispetto al PIL, che fa temere per la solvibilità dell’intero sistema economico. Il Dragone è, quindi, in bolla di liquidità? Intanto, continua a crescere; ma forse la sostenibilità del sistema non è cosí sicura, anche per via della sempre piú difficile reperibilità d’energia e materie prime per alimentare l’industria.

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