La crisi infinita di MPS

 

monte-dei-paschiC’era una volta una banca, un istituto antico e dal nome prestigioso che rappresentava l’orgoglio d’una città, forse d’una nazione intera, ma che ora scricchiola ogni giorno di piú. Del Monte dei Paschi di Siena ci siamo occupati a piú riprese su queste pagine, ma — come tutti i media italiani — l’abbiamo un po’ perso di vista per via delle vicissitudini nella vita politica del Paese e dell’assurda situazione in cui versano i conti pubblici. Forse è ora di provare a disegnare un’immagine chiara della prima vera crisi d’un istituto primario italiano.

Sappiamo, oggi, che gli attivi della banca sono particolarmente critici, la qualità degl’impieghi è bassa, e la gestione finanziaria soffre ancora dei problemi generati dalle operazioni conosciute come «Alexandria» e «Santorini», che servirono a coprire l’acquisto di Banca Antonveneta ma divennero, poi, l’origine dei guai dell’azienda. Venerdí 6 dicembre l’azione ha chiuso a 0,163 euro, il che significa che la banca capitalizza poco piú d’1,9 miliardi d’euro, meno della metà del prestito ponte concesso dallo Stato per evitare il default dell’istituto toscano, il cosiddetto «Monti bond», e pari a circa i due terzi dell’aumento di capitale che la banca s’accinge a varare.

Moody’s, qualche settimana fa, nel suo periodico Credit Outlook parlò della situazione del credito italiano, e indicò cinque banche che per la scarsa qualità degli attivi oppure per la mancanza di capitalizzazione sarebbero state a rischio aiuto di Stato o bail-in. MPS, insieme a Carige, capeggia la lista degl’istituti a rischio. Resta logico, anche all’osservatore meno attento, che se un’azienda valesse due miliardi, e si volesse mettere sul mercato un aumento di capitale pari a tre miliardi, difficilmente andrebbe in porto. La caduta del valore del titolo, inoltre, sta spingendo l’azione verso il limite di 0,12 euro, valore con cui scatterebbe l’escussione della quota azionaria che la fondazione MPS — che oggi controlla il 33,5% del capitale — ha messo a pegno per garantire il debito pregresso, poiché, qualora il debito superi il 70% del valore di mercato del pacchetto MPS posseduto dalla fondazione, in base agli accordi sottoscritti le banche creditrici potranno appropriarsi delle azioni in garanzia, diventando dunque nuovi soci del Monte.

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Ora, la Direzione di MPS sta lavorando per far partire il prima possibile l’operazione d’aumento di capitale, per rimborsare il prestito di Stato. Già è stato creato un consorzio di garanzia, formato da un pool di banche con Mediobanca unica rappresentante italiana, per sottoscrivere l’inoptato, ma vista l’opposizione della fondazione, che chiede d’allungare i tempi per recuperare i fondi per sottoscrivere l’aumento di capitale, sembra che la strada sia ampiamente in salita. La situazione attuale della banca mostra l’estrema difficoltà che il mercato possa assorbire l’aumento di capitale previsto; la copertura da parte del consorzio di garanzia prevedrebbe un compenso agl’istituti che lo compongono; i capitali apportati sarebbero quindi minori — e quale potrebbe essere, a questo punto, il futuro?

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La situazione sarebbe lo scenario perfetto per l’ingresso in scena di takeover e d’operazioni cosiddette di spezzatino per remunerare gl’investitori. Qualcuno ricorda l’affare ABN AMRO, che indirettamente fu alla base dello sconquasso MPS? Una delle principali banche al mondo acquistata da un pool d’altri istituti e smembrata; ma allora l’operazione fu fatta in un momento d’espansione dei mercati, con le borse gonfie, mentre oggi un’eventuale scalata di MPS sarebbe particolarmente agevole e poco onerosa. Una volta acquisita la banca, applicare lo stesso modello che RBS, Fortis e Banco Santander riservarono alla banca olandese sarebbe facile e redditizio. Contrariamente ad ABN AMRO, il Monte dei Paschi di Siena possiede immobili e opere d’arte che possono esser alienati o messi a reddito, anche conferendoli a fondi d’investimento ad hoc; gli attivi deteriorati potrebbero esser attribuiti a una bad bank, come Banca Toscana, per liberare dalla zavorra la rete territoriale e rilanciarne l’azione; il settore di private banking potrebbe essere rafforzato, anche con la gestione dei fondi immobiliari creati coi beni di MPS; e questa potrebbe esser la via per il risanamento della banca — se ad acquistarla fosse un investitore straniero disposto ad affrontare seriamente il business bancario.

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Fosse, invece, uno «squalo» à la Gordon Gekko, la valorizzazione dei punti forti di MPS sarebbe piú o meno la stessa, ma per cedere gli asset sul mercato al migliore offerente, riservando all’istituto senese lo stesso destino d’ABN AMRO.

Ricapitolando, quindi, che cosa sta succedendo a Siena? Probabilmente, la crisi di MPS sta giungendo al climax, che allo stato attuale, forse, condurrà alla nazionalizzazione dell’istituto, sempreché il previsto aumento di capitale non porti a un takeover dell’azienda. Tutto ciò non è che l’inizio della crisi sistemica che sta per travolgere il tessuto bancario italiano, che — come già descritto su queste pagine — è ipertrofico, sottocapitalizzato e gestito con un pressappochismo provinciale ch’è alla base del nanismo della maggior parte degl’istituti. Presto una riforma sarà necessaria, sulla via della par condicio tra tutti gl’istituti quotati — con la caduta del voto capitario nelle banche popolari e la loro trasformazione obbligata in SpA —, del cambiamento delle norme sulla partecipazione delle fondazioni nel capitale aziendale, e spingendo a una concentrazione attraverso fusioni e federazioni.

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