I pirati secondo Rampini

 

batteredpirateflag-996644Qualche giorno fa, il giornalista Federico Rampini è salito agli onori della ribalta grazie a un articolo in cui criticava duramente il Regno Unito. In estrema sintesi, Rampini accusava gli anglosassoni d’essere uno Stato pirata poiché, tassando le imprese in modo inferiore alla media, favoriscono numerosi investimenti nelle loro terre, sottraendo imprese e gettito fiscale all’Italia. La polemica non nasce dal nulla: è ormai da anni che va di moda individuare la (relativamente) bassa tassazione d’altri Paesi come una causa della crisi italiana. Esempi recenti vengono dalle severe parole che la deputata PD Alessandra Moretti ha rivolto all’Austria e dalle polemiche riguardanti Jean-Claude Juncker, ex primo ministro del Lussemburgo, Paese accusato di concorrenza sleale, viste le basse aliquote praticate. È interessante come l’opinione pubblica maggioritaria non si limiti piú a riproporre il classico cliché di scagliarsi contro i Paesi del Terzo Mondo, accusandoli, piuttosto a sproposito, di dumping sociale; ormai qualsiasi spostamento dall’Italia è visto come fumo negli occhi e tacciato d’egoismo e antipatriottismo. In realtà, il fatto che sempre piú imprese si trasferiscano non solo in Cina o nell’Est dell’Europa, ma anche in Paesi quali Svizzera, Austria e Regno Unito, dovrebbe suscitare reazioni forti e serie riflessioni. È un segno, infatti, che i nostri imprenditori fuggono sí da un fisco insopportabile, ma anche da un sistema-Italia nel suo complesso, fatto di burocrazia inefficiente, giustizia lenta e certezza del diritto assente. Insomma, si tratta d’un rifiuto tout court dello stesso sistema-Italia. Cosí latitano gl’investimenti esteri, facendo mancare posti di lavoro e know-how che, soprattutto in un momento delicato come quello attuale, rappresenterebbero linfa vitale per il bel Paese.

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È intellettualmente disonesto tacciare di concorrenza sleale chi lascia l’Italia per spostare la propria attività. Sarebbe piú corretto affibbiare queste etichette a quelle imprese che pretendono di vivere a spese dei contribuenti, tramite finanziamenti pubblici d’ogni genere. A parziale consolazione di ciò, bisogna riconoscere che Rampini non si nasconde dietro a formule ipocrite e cerchiobottiste: anziché recitare la parte di chi finge d’essere benevolo verso le imprese, salvo poi scaricare su di esse tasse e oneri d’ogni genere, egli vuole direttamente «spennarle», e ritiene che il massacro fiscale sia quasi un diritto inalienabile degli Stati.

Il ragionamento di Rampini è rappresentativo della contraddizione insolubile che affligge gli statalisti piú estremi, i quali prima s’ingegnano in tutti i modi per cercare giustificazioni — che siano economiche, culturali o di giustizia sociale — per un espansione dell’intervento pubblico, ma, nel momento d’analizzare la realtà di tutti i giorni, difendono lo Stato in sé, a prescindere da qualsiasi considerazione sul suo operato. Per questo non si rendono conto che, se proprio si vuol parlare di Stati pirati, quello italiano si merita le prime posizioni: la recentissima manovra di stabilità, che prevede un aumento retroattivo, per tutto il 2014, delle aliquote IRAP, non ne è che l’ennesima dimostrazione. Per riprendere la metafora di Rampini, pirata è chi s’ostina a distruggere la ricchezza creata del settore privato, non certo chi apre le porte e fa ponti d’oro a chi vuol investire e rischiare di tasca propria.

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Solo mettendo in competizione le entità pubbliche si permette alle persone di non essere schiacciate dalla «pervasività» statale. Il policentrismo competitivo, lungi dall’essere un termine da temere o demonizzare, è la risposta — probabilmente l’unica davvero efficace — agli sprechi, alle clientele e alla scarsa qualità dei servizi pubblici, poiché offre un incentivo ai politici a interferire il meno possibile nella vita dei cittadini. Da questo punto di vista, però, non sembrano sentirci né i politici italiani, né i burocrati europei: si vedano le critiche rivolte in sede comunitaria all’Irlanda per aver attirato numerose imprese grazie ad aliquote molto basse sulle imprese. Piú in generale, la stessa UE sta assumendo sempre di piú un volto dispotico, anche sotto questo punto di vista: parole come armonizzazione e condizioni di parità celano, nemmeno troppo velatamente, la volontà di creare un mega-Stato centrale a livello comunitario. Il fatto di voler creare una «gigantesca gabbia» con centinaia di milioni d’abitanti alla mercé dei desiderî di pochi burocrati, senza la possibilità di trovare scappatoie (come si dimostrano, fortunatamente, le fughe verso Paesi a minor tassazione), rappresenta un serio pericolo e l’esatto opposto di quanto può esser auspicato da chi vede nella competizione fiscale un antidoto allo statalismo. Questi orientamenti, inoltre, sono accompagnati quasi sempre da regolamentazioni e limitazioni alle libertà di movimento di persone, capitali e servizi — caratteristiche in comune coi peggiori regimi dittatoriali, che impedivano con la forza la fuoruscita dei cittadini.

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Chi straparla di concorrenza sleale, dunque, è portatore d’una visione statica e statolatra, caratterizzata dalla credenza che le imprese e i cittadini siano qualcosa che appartiene allo Stato, il quale può dunque tassarle a piacimento. Anche lessicalmente quest’impressione appare netta: si parla, infatti, non di rado di sconti fiscali, come se fossero regali a certe imprese e come se — questo è l’assunto di fondo — i soldi delle tasse fossero di default nelle disponibilità delle casse pubbliche e solo previo un eventuale permesso rimanessero nelle disponibilità dei contribuenti. Questo è il portato di teorie collettiviste che considerano le economie nazionali come una sorta di proprietà pubblica, subordinando a essa i legittimi titoli di proprietà (privata).

La posizione di Rampini, inoltre, appare criticabile anche sotto altri aspetti. Sembra, infatti, che la civiltà d’uno Stato sia messa in pericolo dal basso livello di tassazione, come se far mancare una parte di gettito statale potesse danneggiare irrimediabilmente la vita dei cittadini. Non solo questa specie d’equazione sottovaluta gl’interessi personali che muovono chi «intermedia» i soldi pubblici, spesso molto lontani dal «bene comune»; essa trascura pure i danni della tassazione (in particolare in questi anni, con Stati europei che arrivano a pretendere piú di metà del reddito dei cittadini) e la forza creativa e benefica che il settore privato, se non eccessivamente ostacolato, è in grado di sprigionare. D’altra parte, queste prese di posizione cosí ingenue non devono stupire piú di tanto. Rampini, che sotto quest’aspetto si trova in buona compagnia, appartiene a quella schiera d’intellettuali che hanno la fortuna di poter pontificare e immaginare mondi utopici — immaginando fantomatici nemici esterni — senza dover fare i conti con le difficoltà di tutti i giorni e col processo di produzione e di creazione di ricchezza.

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