I saccheggi dell’ISIS narrati da L. Nannipieri

 

IMG_5844Chiesa verde di Tikrit, simbolo del cristianesimo assiro del VIII secolo d.C.; moschea del profeta Giona a Mosul; minareto della Moschea degli Omayyadi ad Aleppo, risalente all’XI secolo, patrimonio UNESCO; sepolcreti di Gurgi e della Karamanli; biblioteca «al Saeh» nella città di Tripoli, seconda biblioteca più grande del Libano; Institut d’Égypte, fondato da Napoleone nel 1798, contenente circa 200.000 documenti fondamentali per la conoscenza dei geroglifici.

Potremmo proseguire, e l’elenco sarebbe ben più lungo di quanto possiamo immaginare. Ve le ricordate, queste meraviglie del Medio Oriente? Ricordate i monumenti, le opere, i mosaici, i musei e le biblioteche dell’Iraq, della Libia, della Siria, del Mali, del Libano, dell’Egitto, dell’Indonesia, del Niger e della Nigeria, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, dell’Afganistan e del Pakistan, dell’India e dello Yemen? Bene, ricordateli così come avete avuto modo di vederli fino a oggi, perché grazie all’ISIS, a Boko Haram, ai miliziani di Hamas, ai Fratelli musulmani d’Alba libica, agli integralisti d’Ansar Dine, ai salafiti egiziani e ai talebani pachistani e afgani, gran parte di queste opere d’arte, dall’incommensurabile valore storico-artistico, non potrete più vederla.

La distruzione e lo sfregio della memoria culturale dei suddetti Paesi del Medio Oriente sono, ormai, all’ordine del giorno, opera di gruppi estremisti di natura diversificata: quando non avviene la demolizione di questi veri e propri pezzi di Storia, c’è il saccheggio e poi lo smercio. Bastano un clic e un profilo Facebook per entrare in contatto coi contrabbandieri e, dunque, per finanziare i terroristi dell’ISIS. Perché è esattamente questo che sta avvenendo: la vendita online dell’arte depredata dall’ISIS.

Luca Nannipieri, saggista, firma culturale di Panorama e del Giornale nonché direttore del Centro studi umanistici dell’abbazia di San Savino (Pisa), ha dedicato un approfondito studio a tutto questo. Nannipieri è stato il primo in Italia a documentare, sulle pagine di Panorama, il traffico illegale d’opere d’arte saccheggiate dai siti archeologici mediorientali e rivendute, in Occidente, attraverso Internet e i social network. Ma considerazioni più approfondite, dati alla mano, sono presenti nel suo testo Arte e terrorismo. Sulla distruzione islamica del patrimonio storico artistico (Rubbettino, 2015).

La memoria di un luogo è ben oltre la nuda fisicità delle sue testimonianze fisiche, architettoniche o storico-artistiche.

Si parte da questa base, dalla certezza che il patrimonio artistico e storico di qualsiasi Paese sia una risorsa non solo puramente materiale, ma costituisca, in primis, una memoria, un passato che definisce e delinea, in modo preciso e puntuale, la nostra identità. Stiamo assistendo a una delle più feroci operazioni di demolizione della Memoria che la Storia ci abbia consegnato, resa ancor più grave dal fatto che, proprio come spiega Nannipieri nel suo pamphlet, tutto ciò avviene alla luce del sole della modernità, nel 2015. Il nostro passato d’uomini, cristiani, credenti non nasconde gesti di violenza a volte inspiegabile: anche noi siamo stati artefici di roghi, distruzioni, cancellazioni e metamorfosi più o meno violente, ma è anche vero che, a seguito di un certo processo evolutivo, abbiamo saputo recuperare, abbiamo imparato a prendere consapevolezza di ciò che l’uomo stesso aveva creato.

Eppure questo non basta, non è sufficiente – né idoneo e giusto – per far sì che la nostra superiorità (acquisita) punti il dito contro il nostro prossimo, così diverso e lontano da noi, un prossimo cui vorremmo imporre la tutela della propria arte, la salvezza, in fin dei conti, da sé stesso.

Qui risiede la forza del volume di Nannipieri: partendo dall’interno, dunque da un’analisi dettagliata di che cosa siamo stati, di che cosa vorremmo e di che cosa siamo in grado di realizzare, Nannipieri inizia a intessere la trama della sua riflessione partendo da radici più profonde. «Ama il prossimo tuo come te stesso»: le parole di Gesù di Nazareth, oggi, riecheggiano tra le perplessità di chi sa che il prossimo è colui che vuole distruggere il Colosseo o la Torre pendente di Pisa, colui che vorrebbe ucciderci, colui che vorrebbe fare dell’altro suo prossimo un servo del proprio potere.

«Verso coloro che oggi uccidono chi offende Maometto e abbattono tutto ciò che lo insulta, che cosa deve fare quella civiltà che ha, al fondo di sé stessa, quel magnete dell’amore per il prossimo?», si chiede l’autore. È da qui che si dipana un lungo e articolato pensiero sul significato del perdono, sul senso di libertà e soprattutto su che cosa possiamo fare noi come civiltà di fronte alle distruzioni islamiche. Se da un lato Nannipieri si è rivolto duramente nei confronti dell’indifferenza dell’Occidente – indifferenza che si riverbera nell’incapacità d’andare oltre la semplice indignazione da affidare ai giornali o nel banale e inefficace commento «Così è sempre stato» – dall’altro è pur vero che, denunciando (con un lungo elenco dei luoghi distrutti e delle opere sfregiate e saccheggiate nei vari Paesi del Medio Oriente, che troverete in Appendice) la follia integralista d’uomini come Al-Baghdadi, per i quali tutto ciò che è pre-islamico e dunque avvolto nella jahiliyyaignoranza della verità svelata da Maometto»), e tutto ciò che è idolatrico e per questo allontana il fedele dalla shari’a, dev’essere abbattuto, l’autore non manca d’affidare a queste pagine una soluzione, un’opzione possibile per salvaguardare l’Arte e la Storia dalla distruzione islamica.

Serve, innanzitutto, collaborazione e diplomazia: dobbiamo individuare il prossimo a noi più vicino, ossia chi, come noi, vuole lottare per la conservazione di questo patrimonio così a rischio, chi, come noi, dice no allo sgozzamento dei prigionieri, no al rogo di persone rinchiuse in gabbia, no all’impiccagione degli «infedeli». Occorre la presenza di un nucleo operativo, sostiene Nannipieri, che abbia il compito di documentare le distruzioni e i saccheggi, e che poi spedisca il materiale a un’istituzione competente che vagli il materiale e lo rielabori per capire che cosa è andato distrutto e che cosa è ancora possibile salvare.

A questo nucleo primario, continua il saggista, è bene che se ne aggiunga un altro che, sul campo degli scontri, «cinga i luoghi monumentali o a rischio e li preservi con la stessa attenzione “militare” che viene riservata alle ambasciate».

Suggerimenti, questi, che servirebbero quantomeno a rendersi conto di ciò che stiamo perdendo, di ciò che ci viene brutalmente sottratto con la forza dell’ignoranza, del fanatismo. In definitiva, ciò che Nannipieri auspica è una presa di posizione più netta da parte della cosiddetta civiltà, che non deve attendere, placida, che il corpo del nemico sfili, inerme, dinanzi a essa, quando già è tutto avvenuto, tutto distrutto, tutto perso, ma piuttosto è necessario il coinvolgimento dei nostri più coraggiosi specialisti nella conservazione del patrimonio culturale, affinché si possa porre un freno, col diplomatico aiuto delle popolazioni limitrofe consenzienti, alla barbarie cui stiamo andando incontro.

Se, affinché i servizi segreti possano iniziare delle indagini sul traffico illegale d’opere d’arte, occorre che si trovi un file rouge tra la vendita di queste opere e l’acquisto delle armi per rifornire i terroristi, certamente qualcosa è possibile – o, meglio, doveroso – fare nell’immediato, direttamente sul campo:

Se uno vuole distruggere la Sfinge o i templi di Abu Simbel, noi glielo proibiremo mettendo in atto tutte le nostre forze.

Un testo breve ma denso, un pamphlet sull’importanza che l’Arte – intesa come memoria, come identità individuale e collettiva – ha nella e per la nostra vita, per il nostro passato e, ovviamente, per il nostro futuro. Alla follia integralista cui assistiamo ogni giorno si oppone la consapevolezza che è tempo di reagire: quella di Luca Nannipieri, all’interno di queste pagine, è un’accorata ricerca di salvezza, disegnata, tuttavia, entro il confine della realtà possibile, attuabile, e per questo non rimane lettera muta, ma rivendica la sua importanza con audacia e con potenza, scuotendo la coscienza del lettore.

Molte sono le domande che l’autore pone e si pone in Arte e terrorismo, e a cui, socraticamente quasi, riesce a dare risposta concreta. Che cosa significa amare il mio prossimo? E soprattutto chi è il prossimo? Quant’è lontano da me? Quali sono i suoi programmi, le sue intenzioni? E chi, invece, è disposto a lottare contro chi ci vorrebbe dimentichi del nostro passato – passato che, inevitabilmente, è la chiave per conoscere e ideare il nostro futuro? E che cos’è il perdono, che cosa significa perdonare?

Ci vorrebbero senza memoria, una tabula rasa su cui scolpire le loro folli idee.

Arte e terrorismo non è solo una lezione sulla distruzione islamica del patrimonio artistico e storico, ma è soprattutto riflessione viva su chi siamo e su che cosa dobbiamo difendere. Una richiesta d’aiuto a noi stessi, in primis.

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