Fisco vorace e innocenza perduta

 

fisco voraceTra le tante iniquità del nostro fisco, non ultima è quella relativa al tema delle sanzioni. Schizofrenico, nella sua impostazione, almeno quanto il riflesso condizionato di alcuni politici e dei media quando parlano di contrasto all’evasione. Si invocano – inutili – sanzioni draconiane, a scapito di una possibile, a volte, correzione normativa che ridurrebbe i contenziosi; si invoca l’estensione al penale, senza ricordare che esiste già per talune fattispecie; si commette l’errore di considerare il contribuente (qualunque esso sia) quale evasore salvo prova contraria, dimenticando (troppo spesso) che la nostra Costituzione fissa il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva passata in giudicato. Ed il sistema fiscale è impregnato di tali contraddizioni: il ricorso all’inversione dell’onere della prova è sempre più abusato, il ricorso a metodi forfettari sempre più utilizzato, le deroghe alla privacy ed al segreto bancario ormai elevate da eccezioni a regime normale, le sanzioni comminate sono a volte incoerenti con lo stato soggettivo del contribuente e, in taluni casi, addirittura eccessive per adempimenti solo formali. Salvo poi, in passato, ricorrere a condoni più o meno estesi; o, più recentemente con l’istituzione di forme deflattive del contenzioso tributario, a proporre riduzioni percentuali delle sanzioni se in assenza di ricorso e con pagamento immediato. Pochi, maledetti e subito: questo sembra dire il nostro fisco.

Senza peccare di modernismo, basterebbe ricordare alcune cose scritte verso la metà del Settecento da Beccaria, nel famoso trattato Dei delitti e delle pene, in cui, sull’utilità delle sanzioni, in particolare afferma: “perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi“. Dunque: pubblica, cioè conosciuta o conoscibile. Pronta, cioè immediata o il più prossima possibile all’evento o alla condotta sanzionata; necessaria, cioè che colpisca qualcosa che sia effettivamente necessario contrastare. Minima, poiché non è l’entità in sé, ma l’estensione della sua applicazione e la certezza del diritto cui far riferimento, che determina l’effetto deterrente. Proporzionata, poiché occorre tener conto sia della graduazione della gravità dell’evento o del comportamento sanzionato e sia della condizione soggettiva (dolosa, colposa, interpretativa) del contribuente accertato. Infine, dettata dalle leggi, cioè inserita in un corpo normativo specifico. Senza allargare eccessivamente il ragionamento a fini disquisizioni tecniche, appare di tutta evidenza come il sistema delle tasse e delle sanzioni comminate spesso non rispetti molte di quelle condizioni citate.

Vero, le previsioni normative esistono (per così dire, l’ignoranza della Legge non è scusante) e, in caso di dubbia interpretazione di una norma, il giudice tributario può (sic!) disapplicare le sanzioni; vero, altresì, che esistono dei principi di graduazione (spesso tra un minimo e un massimo precostituito), pur se non oggettivamente declinati. Ma la proporzionalità alla situazione soggettiva del contribuente, la prontezza nel comminare la sanzione, il livello (tutt’altro che minimo, spesso) previsto dalla norma e la necessarietà (spesso le sanzioni vengono originate da questioni puramente formali e secondarie), lasciano ampiamente a desiderare. Ma, nonostante ciò, queste sanzioni contribuiscono a formare il (presunto) volume dei risultati della lotta all’evasione, e ad aggiungersi ai crediti (esigibili o meno) di Equitalia. Sempre il Beccaria già ammoniva sull’utilizzo delle sanzioni al solo scopo di fare cassa.

Le polemiche recenti sulle multe automobilistiche in certi comuni (telecamere ai semafori, appostamenti e controlli concentrati in talune zone specifiche) e le non felici parole del ministro dei trasporti Lupi sul presunto scopo educativo delle multe, introducendo uno sconto del 30% in caso  di immediato pagamento, ne evidenziano la portata. La funzione delle sanzioni non dovrebbe essere né morale e né vessatoria, ma semplicemente dissuasiva di quelle condotte ritenute effettivamente da contrastare.

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