Flat tax: perché no?

 

cut-taxSembra inutile tornare ancora sul punto, ma la questione fiscale resta un nodo cardine nel progetto di rilancio e di riforma del Paese. Recentemente, un’idea di riforma che porterebbe a uno shock fiscale salutare ha iniziato a riapparire: quella della flat tax. Quest’ultima non è che una regola impositiva sui redditi che prevede un’unica aliquota per tutti, privati e imprese, di solito piuttosto bassa, anche se calcolata per mantenere i conti in equilibrio, la quale, oltre a semplificare moltissimo il calcolo di quanto dovuto al fisco, permetterebbe un maggior controllo sulle cifre riscosse, e diminuirebbe i tempi e i costi accessori legati alla riscossione delle imposte sui redditi.

La proposta riguardante la «tassa piatta» è tornata alla ribalta per opera del leader della Lega Nord Matteo Salvini, che ha voluto riaprire la discussione su quest’impianto fiscale, già applicato proficuamente in altri Stati. A onor del vero, sono anni che si discute della possibile introduzione della flat tax in Italia. In origine ne parlò la neonata Forza Italia, su spinta d’Antonio Martino, quando predispose il programma del Polo delle Libertà nel 1994. Ma da allora l’idea fu accantonata, sia dalla compagine di centrodestra, che tentò di muoversi all’interno della struttura progressiva già esistente, sia dai successivi governi di centrosinistra, che invece inventarono nuovi sistemi di prelievo e nuove imposte, spingendo l’asticella del prelievo fiscale sempre piú in alto.

Anche il governo Renzi sembrerebbe sordo a questa tesi, anzi pare si voglia dirigere verso una forma ancor piú complicata di prelievo fiscale, fatto d’imposte sul reddito progressive, imposte fisse, imposte patrimoniali, &c, senza toccare il punto saliente: la riduzione del fisco e della spesa pubblica.

L’unico che ha voluto cogliere la sfida è stato Renato Brunetta, che in un articolo sul Giornale ha trattato ampiamente il problema, ipotizzando il ricorso a una forma di flat tax per tutti, persone fisiche e imprese, e arrivando a calcolarne l’aliquota d’equilibrio — il 22,5% — e un sistema di deduzioni, fino a 5.000 € secondo il reddito annuo, per permettere la progressività dell’imposta e restare, quindi, nel solco del dettato costituzionale vigente, che la imporrebbe all’articolo 53.

Dico «la imporrebbe» giacché il dettato costituzionale è stato piú volte ignorato, senza che nessuno alzasse la benché minima obiezione, con imposte che non seguono la «capacità contributiva» del cittadino, ma che, come imposte fisse o legate a valori patrimoniali arbitrari (vedi imposte di bollo, canone RAI, IMU, &c), si configurano come imposte regressive (cioè che incidono maggiormente sui redditi piú bassi) e, quindi, si pongono in palese contrasto con la norma costituzionale.

In ogni caso, la questione flat tax può lasciare qualche perplessità, soprattutto se si confronta il regime attuale coll’aliquota calcolata da Brunetta. Com’è possibile che tale imposta abbia un’aliquota inferiore a quella minima oggi esistente, il 23%? La risposta non è cosí difficile. Con un prelievo complessivo pari al 44% del PIL, le imposte sul reddito — IRPEF e IRES — corrispondono solamente al ~15% del PIL, quindi rappresentano solo il ~34% del gettito fiscale. S’aggiunga che la progressività dell’imposta s’applica sui redditi da lavoro, quindi, calcolando il reddito medio italiano (19.750 € annui), con la prima aliquota che s’applica fino a 15.000 € e la seconda (27%) fino a 28.000 €, l’aliquota media applicata ai redditi è del ~24%, cui vanno tolte deduzioni e detrazioni. Applicare, a spesa inalterata e regime fiscale identico, l’aliquota d’equilibrio del 22,5%, con una deducibilità massima di 5.000 € senz’ulteriori agevolazioni, potrebbe portare addirittura a un innalzamento del prelievo, soprattutto sui redditi piú bassi.

Un altro gioco delle tre carte come gli 80 euro di Renzi, quindi? Se non si rivoluzionasse tutto il sistema, sí, senza dubbio. Per avere un vero shock fiscale benefico, occorrerebbe che la riduzione del prelievo fosse strutturale e soprattutto reale — cosa impossibile se prima non si tocca la spesa pubblica. Non è questione d’intavolare una manovra recessiva, come dicono tanti difensori dello Stato «spendi e preda»: solo coll’applicazione dei «costi standard» nel comparto sanitario (già applicati in alcune Regioni), sarebbe possibile risparmiare quasi 30 miliardi d’€, ben piú del gettito dell’IMU versione Monti; cosí come, dall’abolizione degli enti inutili (le comunità montane e marittime, il bacino imbrifero montano, le Prefetture, &c), si risparmierebbero altre decine di miliardi, che potrebbero arrivare a un 10% del gettito fiscale complessivo — senza incidere né sui servizi né sull’occupazione, se non in minima parte (che potrebbe esser compensata dal blocco del turnover finché i pensionamenti non coprano il riassorbimento degl’impiegati, ben pochi a dir la verità, di queste sovrastrutture dello Stato).

Impostato ciò, sarebbe agevole iniziare a ristrutturare il sistema fiscale, riducendo — prim’ancora delle imposte sul reddito — tutti i balzelli accessori, dalle imposte sull’energia a quelle sui carburanti, dai bolli vari al capital gain (che, a parer mio, andrebbe portato ad aliquota zero, eliminando però il gioco tra plusvalenze e minusvalenze), dall’IVA all’IRAP. Questa sarebbe una vera rivoluzione che potrebbe spingere nuovi investimenti in Italia e permettere la ripresa dell’economia e, di conseguenza, dell’occupazione, permettendo d’ampliare la base dei contribuenti e rilanciando anche la domanda interna.

Solo a questo punto potrebbe esser indispensabile la riforma completa del prelievo sui redditi, anche se prima sarebbe opportuno inserire un limite in Costituzione al prelievo fiscale generale, diciamo al 35%, permettendo l’eventuale recupero come credito fiscale nell’esercizio seguente. Una flat tax, quindi, diventerebbe estremamente attraente e funzionale alla nuova struttura del fisco, soprattutto se si trasformassero i centri di spesa anche in centri di prelievo, razionalizzandoli e riducendoli, e portando a compimento il progetto federale dell’Italia, tra autonomie locali autofinanziate e Stato, col conseguente approdo al sistema dei «moltiplicatori» già ipotizzato su queste pagine, il quale sarebbe la composizione di tre aliquote flat che finanzierebbero il Comune (senza piú bisogno d’altre imposte, come le esose imposte fondiarie), la Regione e lo Stato centrale. Una rivoluzione, quindi, sarebbe possibile — lontano da annunci a effetto e da facilonerie populistiche. Ma la via, forse, si sta tracciando…

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