Che cosa sono gli hedge fund? Miti, vizi e virtù

 

«speculazióne s. f. (dal lat. tardo speculatio -onis “esplorazione; indagine filosofica”; il sign. 2 ricalca il fr. spéculation) — 1. letter. L’atto dello speculare, il ricercare e indagare in quanto attività teoretica. a. In filosofia, termine usato da Aristotele per indicare, in contrapp. all’attività pratica e a quella produttiva, l’attività teoretica propria della matematica, della fisica e della filosofia prima, in quanto osservazione di oggetti che hanno in sé stessi il principio della propria realtà e necessità. 2. a. Operazione commerciale o finanziaria consistente nell’acquistare per rivendere, o nel vendere per ricomprare, col fine di conseguire un profitto dalla differenza di prezzo in diversi momenti. […] c. Per estens., attività intesa a conseguire un profitto economico personale, o un vantaggio a fini politici, condotta senza scrupoli e senza rispetto degli interessi altrui.» —Vocabolario Treccani

 

hedge-fundFare il punto, su temi come la speculazione (finanziaria) e l’attività degli hedge fund, in un momento come questo, dove più che la sete d’approfondire pare valga una più agevole sindrome del dàgli all’untore, è impresa ardua e non priva di complessità. Evocare semplicemente i (presunti) «cattivi hedge fund» (speculativi, appunto) comporta, alternativamente, l’attirarsi un nugolo di critiche, ardimentose quanto velleitarie (di cui la più blanda parrebbe essere quella d’«essere al soldo di» chicchessia), o l’attorniarsi di stormi di seguaci estasiati dal coraggio (sic) di combatterli (a parole, beninteso), quasi fossero veri e propri «strumenti del diavolo» colpevoli d’ogni male. Ed è, appunto, con tale periglioso cimento che state per confrontarvi, leggendo queste righe.

> Independent asset manager: attenzione ai costi

Già, perché (falsi) miti, vizi (privati) e (pubbliche) virtù accompagnano l’alone di mistero di questi fondi che, alimentato spesso da cattiva informazione, fa sembrare che a volte vaghino per i mercati finanziari come fossero i cavalieri dell’apocalisse, turbando i sonni dei risparmiatori e della stabilità dei debiti pubblici. Proviamo dunque a mettere un po’ d’ordine.

Intanto, hedge (o hedging) significa «difesa», «copertura (dai rischi)». Difatti, il primo fondo della storia di questa «categoria» (fondato da A. W. Jones) adottava una strategia d’investimento che oggi definiremmo «long/short equity», cercando cioè d’effettuare investimenti finanziari anticiclici fra loro, per ottenere un rendimento costante nel tempo, anche operando allo scoperto. Di fatto, questi fondi adottano strategie d’investimento «alternative» che sottendono una filosofia di fondo, data dall’obiettivo d’ottenere un rendimento atteso indipendentemente dal ciclo dei mercati e slegato dai benchmark finanziari classici. E, certo, questa filosofia è «speculativa» — nell’accezione da dizionario prima riportata, però, non in quella «deteriore» attribuita dai loro detrattori —, poiché nella loro attività ricorrono a strumenti finanziari derivati, a operazioni «a leva», rincorrono differenziali di valore tra titoli, azioni e valute nel tempo, operano allo scoperto e, a volte, si espongono a un elevato livello di rischio nel mix degli investimenti che li rende strumenti non certo «per tutti». Le regole giuridiche dei mercati finanziari, infatti, limitano il novero di chi può investire in tali prodotti proprio per questa loro «rischiosità» (a volte più teorica che altro), ed è di recente emanazione la direttiva AIMFD dedicata ai «fondi alternativi».

> Speculazione e tutela del risparmio

Ma, concretamente, che tipo d’attività «speculativa» fanno questi fondi? Tornando al significato di speculazione, proviamo a fare un breve riassunto sistematico. Prima di tutto, ci sono strategie rialziste e ribassiste. I primi effettuano acquisti «a pronti» (oggi), nell’aspettativa di un rialzo (domani) del prezzo del bene acquistato. I secondi operano ritardando l’acquisto, in attesa di un minor prezzo del bene, ovvero vendendo (ai prezzi di oggi) un bene che non hanno (allo scoperto) o che hanno ottenuto in prestito (stock lending), prevedendo d’acquistare successivamente (domani) quel bene sul mercato, a un prezzo inferiore. È evidente come il fattore «tempo» (il timing in cui s’intende operare) e le previsioni sull’andamento del prezzo di quel bene siano fondamentali per la buona riuscita della scelta d’investimento. E, anche, come i rialzisti adottino un «cap in» (sanno quanto investono, non quanto incasseranno) e i ribassisti un «cap out» (sanno a quanto vendono, ma non a quanto acquisteranno). In fondo, non è molto diverso da ciò che fanno un commerciante, di materie prime o di generi alimentari, o un’industria per i propri approvvigionamenti di magazzino. Solo, qui avviene con titoli, azioni e valute (e metalli preziosi e materie prime) e a volte anche «intraday»; a volte con opzioni put & call (rispettivamente, impegni a vendere e a comprare) su titoli, azioni e valute, &c., a loro volta acquistabili e vendibili «separatamente» dal sottostante; o con contratti future a termine») sui medesimi oggetti; ovvero ancora con derivati sintetici su valute o sui prezzi (swap, cap, collar, strangle, &c.) di quei beni o su panieri di beni (basket) o ancora su indici di borsa (index) o di singoli segmenti di mercato (Dow Jones, FTSE MIB, FTSE 100, DAX, Nikkei, Euro Stoxx, &c.). E, a volte, comprando titoli che a loro volta incorporano alcuni di questi derivati (obbligazioni index cliquet) o cartolarizzazioni di crediti (securitization o credit derivatives) ovvero ancora fondi a loro volta specializzati in questo o quel segmento finanziario. Quindi si avranno sottocategorie di hedge fund azionari, obbligazionari, di private equity o immobiliari; fondi «avvoltoio» come i non-performing loan fund (che però — acquistando, a prezzo di saldo, crediti inesigibili dalle banche — contribuiscono a «migliorare» i bilanci dei venditori) o come i distressed fund, che investono su imprese in crisi puntando a risanarle e rivenderle; e infine — come Quantum di George Soros — specializzati nel comparto valutario. Di tutto e di più, insomma; ma, nei fatti, rientra nell’accezione di hedge fund qualsiasi fondo che non sia un fondo «convenzionale», cioè che investa con strategie e strumenti «alternativi». Complicato, in effetti (anche se invero è il «mondo della finanza» a esserlo, e non poi tanto di più del «fare impresa» bene), ma nulla di «misterioso».

> Banche: la rivoluzione «popolare»

La patologia (se di questa si può parlare) non sta dunque negli strumenti (tutti singolarmente nati per rispondere a esigenze di hedging o d’investimento del tutto «normali»), ma nei comportamenti dei singoli operatori (vedasi l’illecita manipolazione dei tassi LIBOR/Euribor o situazioni di moral hazard eccessivi), cui porre rimedio con una maggior attenzione alle regole e ai controlli, e semmai nei numeri della finanza derivata. Il totale degli asset finanziari a livello globale ammonta (a fine 2013) a circa 993.000 miliardi di dollari, circa 13 volte il PIL mondiale (75.000 miliardi). Per dire, negli ultimi dieci anni il PIL mondiale è raddoppiato, mentre il controvalore della finanza è triplicato per totali. Di quest’enorme somma, 283.000 miliardi di dollari sono attribuibili a finanza primaria (titoli, azioni, attivi bancari), e 710.000 miliardi (10 volte il PIL) a finanza derivata, di cui però «solo» 19.000 miliardi (meno del 3% del totale) hanno una valutazione di «rischio massimo». In quest’oceano nuotano gli hedge fund, che — come accennato — sono fondi con strategie d’investimento «alternative» che hanno intrinsecamente un grado di rischio maggiore. Ciò è dovuto al fatto che tali strategie, per essere vincenti, puntano a un’«extra performance» (chiamata comunemente Alpha); per effetto della correlazione rischio–investimento, a un rendimento atteso maggiore è normalmente associato un rischio accettato maggiore, anche dato dal ricorso più spinto alla «leva finanziaria» (2–3 volte, massimo 5–7 del totale investito) per amplificare i guadagni (e gli «effetti» sui mercati stessi).

Ma i vizi (privati), dunque? Certo, nell’uso di certa finanza «facile» c’è (sovente?) un eccesso di moral hazard che però, in sé, non costituisce illecito giuridico. Peraltro, non sono solo grandi banche o singoli fondi (celebre negli anni Novanta fu il caso LCTM) a farsi male maneggiando maldestramente strumenti finanziari. Anche un’organizzazione come Greenpeace, dipendente infedele e/o carenze nei controlli che sia, è recentemente salita agli onori della cronaca con perdite per circa 3,8 milioni d’euro a causa di una speculazione finanziaria al ribasso sul cambio euro/dollaro malriuscita. Più gravi sono invece comportamenti singoli tesi a infrangere le regole di compliance o il grado di rischio massimo accettato, ovvero ancora a costruire operazioni borderline rispetto alle normali regole del mercato, finanche quasi a condizionare, in taluni casi, alcuni mercati o singoli governi, agendo sui prezzi di materie prime o sui corsi delle valute. In tali situazioni, ruolo importante svolgono le legislazioni e gli organi di vigilanza di volta in volta competenti, che dovrebbero assumere atteggiamenti neutri (rispetto al mercato) ma rigidi (sul rispetto delle regole). Invece, in passato, si è a volte assistito a regole (e regolatori) che incidevano «sul» mercato e che al contrario sono stati neutri rispetto a comportamenti irregolari (o presunti tali) di singoli operatori.

> Svizzera, finisce l’era del cambio «floor» EUR/CHF

E le (pubbliche) virtù? Sì, speculazione e hedge fund hanno anche alcune virtù. Di fatto, sono al contempo effetto e strumento della libertà di circolazione dei capitali, che ha consentito lo sviluppo dell’industria finanziaria del risparmio e una dose (mai abbastanza) di concorrenza nel settore, di cui fruiscono risparmiatori (nella gestione dei loro averi) e imprese (nella raccolta dei capitali per i loro investimenti). A patto, ovviamente, che i regolatori rispettino (sempre) quella neutralità e quella vigilanza prima richiamate.

Designed by Daniele Bertoli. Developed by Pixelperfect