Benecomunismo, la nuova utopia statalista

 

acqua_pubblica_forum1A fronte dei numerosi e sempre piú frequenti scandali legati a cattive gestioni da parte della politica, negli ultimi anni si sono moltiplicati gli appelli e le proposte vòlti a una decisa espansione dell’àmbito dei beni pubblici, ritenuti l’avamposto irrinunciabile per il benessere dei cittadini. Riguardo ai «beni comuni» è stata impostata parte della campagna elettorale del Movimento 5 Stelle e sono nati comitati per iniziativa di famosi esponenti del mondo intellettuale, come Stefano Rodotà. Essi rappresentano un’ideologia cardine della sinistra radicale, ma non mancano apprezzamenti anche nel campo d’una certa destra estrema incline al dirigismo. Ancor piú in generale, in ogni schieramento politico, anche quelli che vantano d’esser moderati o liberali, non mancano apprezzamenti nei confronti del ruolo svolto dalle aziende pubbliche. In ogni caso, appare sorprendente che in un Paese che sta morendo di statalismo — fra tasse, burocrazia e folli regolamentazioni — si chieda, in pratica, piú Stato e maggiore discrezionalità al settore pubblico.

Gli assunti di fondo dei «benecomunisti» sono almeno due: che le persone non siano in grado di dar vita a forme comuni di gestione senza bisogno dell’intervento pubblico, e che il mercato e la ricerca del profitto siano dannosi in quest’àmbito. Tipico è lo slogan, sbandierato spesso e comunemente accettato, secondo cui l’operatore privato s’avvantaggerebbe a scapito del resto della cittadinanza. Quest’orientamento presenta, però, evidenti e notevoli fallacie, se non vere e proprie assurdità logiche, che, se accentuate e portate a compimento, potrebbero rivelarsi fortemente dannose per il benessere economico e lesive della libertà personale. Diventa quindi urgente e necessario sviscerarne gli errori.

> Il bluff dell’acqua pubblica

Nel suo breve ed efficace libro Burocrazia, Mises, a proposito dell’operato del settore pubblico, spiega come, una volta abbandonata la logica del profitto, l’unica alternativa possibile diventa la gestione burocratica; e gli scopi vengono fissati dalla politica, sulla base dell’interesse della maggioranza di turno. È terribilmente ingenuo, a meno che non si sia in cattiva fede, ritenere che sia possibile un’amministrazione statale immacolata, volta a un generico «servizio dei cittadini», poiché anche gli amministratori pubblici sono persone in carne e ossa, coi loro limiti e soprattutto coi propri interessi e gusti. In realtà, le gestioni pubbliche altro non sono che una micidiale concentrazione di potere nelle mani della politica. Il fatto che tutto ciò sia nascosto dietro ai suadenti slogan del «bene comune» può confondere le idee, ma non cambia la sostanza della questione.

Senza la bussola del profitto, inoltre, i manager «girano a vuoto»: come si può valutare se un servizio sia reso in quantità e modalità efficienti e gradite agli altri? Cosí, l’operato del settore pubblico finisce per essere inevitabilmente autoreferenziale e legato ad altri scopi, che non sono il soddisfacimento delle persone. Ecco perché le cattive gestioni pubbliche non sono una patologia odierna, che è possibile estirpare, bensí un fatto inevitabile ogniqualvolta venga abbandonato il sistema dei prezzi dei mercati e venga reso impossibile il calcolo economico come metro di valutazione.

> Quali speranze contro lo Stato onnipotente?

Una disamina piú articolata dei meccanismi del mercato può offrire l’opportunità d’apprezzare il ruolo svolto dal profitto. Esso è un indicatore di buon andamento e, legato indissolubilmente al suo contraltare, la perdita, premia coloro che si dimostrano in grado di soddisfare nel miglior modo possibile la domanda dei consumatori. In secondo luogo, il profitto non è meramente il residuo d’un’attività imprenditoriale; esso, stando a un’analisi dinamica e piú attinente alla realtà, «nasce» prima, nella mente dell’imprenditore che pensa di scorgere discrepanze nel mercato e di saper andare incontro ai gusti ancora insoddisfatti delle persone. Quest’imprescindibile ruolo svolto dalla funzione imprenditoriale, messo in luce dall’economista Israel Kirzner, è il motore delle innovazioni e del progresso. Ed è un ruolo che nessun manager pubblico può svolgere, non essendo tenuto a prestare attenzione ai desiderata delle singole persone.

Quest’annotazione ci permette di passare a trattare un’altra questione che una società organizzata dal settore pubblico ingiustificatamente trascura: la sovranità del consumatore. Mentre la teoria economica mainstream si concentra quasi esclusivamente sui produttori, la scuola austriaca (al riguardo è possibile segnalare lo stesso Mises e l’italiano Bruno Leoni) ha messo in luce come il decisore d’ultima istanza sia, in fin dei conti, il consumatore. È in base alle sue preferenze che gl’imprenditori cercano di competere e modellare la produzione. In piú, i gusti individuali non solo sono diversissimi tra persona e persona, ma sono mutevolissimi col trascorrere del tempo. Riaffiora, dunque, la necessità d’un mercato in grado d’adattarsi rapidamente a questi cambiamenti. L’impresa pubblica, che sceglie l’offerta di beni in modo prestabilito, senza tener conto delle mutazioni di domanda, si dimostra quindi tanto piú inefficace e lontana dal vero sentire delle persone.

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