“Porcellum”, sentenza poco tecnica e molto politica

 

corte-costituzionale-porcellumChi scrive è sempre stato un critico severo dell’attuale sistema di voto, il cosiddetto porcellum. La legge elettorale scritta da Calderoli presenta una serie d’elementi disfunzionali che la indeboliscono sia sul piano della rappresentatività sia su quello della governabilità. Un problema è che il premio di maggioranza può risultare abbastanza distorsivo, com’è avvenuto nelle elezioni per la Camera di quest’anno, dove uno scarto dello 0,3% dei voti ha innescato uno spostamento di 220 seggi. Al tempo stesso, la disomogeneità tra il sistema di Camera e Senato rende difficile il conseguimento della maggioranza. Il PdL riuscí a ottenere una maggioranza confortevolmente nel 2008, ma solo perché per un pelo riuscí a prevalere in tutta una serie di «swing region». Avesse ottenuto un successo ampio ma anche solo leggermente inferiore, la maggioranza sarebbe stata molto a rischio. Poi, c’è la questione di liste bloccate molto lunghe, anche d’oltre 20 nomi, che fanno sí che troppi candidati siano di fatto totalmente al riparo dal rischio elettorale. Infine, rispetto ai sistemi maggioritari di tipo uninominale, il porcellum prevede troppi premi di consolazione. C’è chi corre per vincere, chi per essere ago della bilancia, chi solo per superare lo sbarramento del 4% — e questo rende la competizione elettorale abbastanza spuria.

Se le falle del porcellum sono evidenti, molto meno convincente è che si tratti addirittura d’una legge «incostituzionale». La prima questione che salta all’occhio, infatti, è che con la presente normativa s’è già votato regolarmente tre volte — ovviamente a parità di Costituzione. Questo sistema elettorale è stato alla base dell’elezione del 2006, del 2008 e del 2013, e inevitabilmente ha condizionato gli assetti politici degli ultimi sette anni. Che un pronunciamento della Consulta arrivi cosí tardi lascia abbastanza perplessi, poiché «sancisce» che le dinamiche politiche ed elettorali a partire dal 2006 si sono sviluppate a partire da premesse illegittime.

Un altro aspetto molto dubbio è che i dispositivi previsti dal porcellum e giudicati incostituzionali dalla Corte non sono affatto innovativi. Anzi, la legge Calderoli ha combinato ingredienti che sono consolidati nei modelli elettorali italiani della Seconda Repubblica. Il premio di maggioranza è un istituto che ha accomunato la maggior parte dei sistemi elettorali, fin dalla legge sui sindaci in vigore dal 1993. Con modalità diverse, è presente nelle elezioni comunali, sia sotto sia sopra i 15mila abitanti, nelle elezioni provinciali e nelle elezioni regionali. Le liste bloccate, poi, sono presenti nel voto per la Camera dei Deputati dal 1994, essendo state introdotte dal Mattarellum per l’assegnazione della quota proporzionale. Sono presenti in quasi tutte le leggi elettorali regionali per quanto riguarda il listino associato al governatore, e su di esse si basa l’intera legge elettorale toscana, varata nel 2004 e usata sia nel 2005 sia nel 2010.

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Quindi la Corte Costituzionale non ha bocciato meccanismi strambi o insoliti, bensí meccanismi ormai provati e consueti, la cui eventuale modifica doveva esser lasciata al Parlamento. In pratica, è come se in America si fosse scoperto all’improvviso ch’è incostituzionale il meccanismo d’assegnazione dei delegati per la presidenza, o se la Corte Costituzionale francese scoprisse all’improvviso ch’è incostituzionale il doppio turno. Purtroppo, con la sua sentenza la Consulta contribuisce a creare una situazione d’incertezza del diritto, quando un Paese come il nostro, che vive di soluzioni ad hoc e gestioni emergenziali, avrebbe bisogno anzitutto di certezze e consuetudini.

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La sensazione è che la Corte, piú ch’esprimere un giudizio tecnico-giuridico, si sia sentita in diritto d’entrare a gamba tesa nel dibattito sulla legge elettorale. Nel mondo politico, peraltro, sono stati in molti a lodare la decisione della Consulta, ritenendo piú efficiente porsi dalla parte di quelli che «L’avevo sempre detto, io», piuttosto che perdersi in analisi piú sofisticate sulle implicazioni della sentenza sui rapporti tra gli organi dello Stato.

Alcuni ritengono, in buonafede, che la sentenza dia la possibilità di sbloccare un dibattito politico sul modello di voto che appariva arenato (benché tutti i partiti si dicessero nominalmente a favore del superamento dell’attuale modello). Tuttavia, è un errore confondere il piano del giudizio di merito sulla legge Calderoli col piano del giudizio di metodo sulla sua modifica. Si può non amare il porcellum ma ritenere che il suo superamento debba avvenire attraverso un rigoroso processo parlamentare e non attraverso un sostanziale «colpo di mano». Anche perché è fuori luogo che a un organo di controllo quale la Consulta sia conferito de facto un ruolo attivo nel processo legislativo — in un certo senso, una funzione «maieutica» nei confronti del Parlamento.

Tra l’altro, il rischio è che alla pronuncia della Corte — con la scusa delle condizioni d’eccezionalità e urgenza — segua qualche blitz parlamentare d’una maggioranza ad hoc per approvare una legge elettorale che sia funzionale a far vincere qualcuno e a far perdere qualcun altro. C’è solo una cosa peggiore d’una brutta legge elettorale: la modifica strumentale d’una legge elettorale per determinare un risultato specifico.

Nelle condizioni date, l’unica cosa che si può sperare è che il nuovo sistema di voto sia il prodotto d’un accordo ampio e ispirato a considerazioni sistemiche piuttosto che alla lettura degli ultimi sondaggi.

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