Ma quale liberismo: in Italia domina il colbertismo selvaggio

 

È colpa del neoliberismo. Questa è la frase che come un mantra viene ripetuta dalla maggioranza dei nostri politici dopo un qualsiasi evento negativo. Che sia un terremoto in Giappone o un tifone nelle Filippine, il politico italiano ha già il capro espiatorio per ogni evenienza: il neoliberismo selvaggio. In Italia sono ormai in molti a credere alla favola del neoliberismo imperante; e si è, così, pronti a sostenere senz’alcun dubbio gli interventi più biecamente statalisti che il politicante di turno s’inventa per far pagare le proprie incompetenze e i propri errori all’ignaro cittadino. Per la fortuna di tutti i cittadini, il neoliberismo ha vinto la battaglia col modello comunista, e — a differenza di quel che avveniva nell’Unione Sovietica — abbiamo dati attendibili con cui possiamo leggere la realtà. Si possono osservare due semplici grafici che permettono di comprendere quanto l’Italia rappresenti il paradigma neoliberista.

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Il primo grafico mostra la dinamica della spesa pubblica nel nostro Paese dagli anni Sessanta. Si può osservare un aumento spropositato della spesa pubblica rispetto al PIL che la porta a raddoppiare nel giro di 50 anni. Per evitare le tipiche osservazioni anti-euro, si osservi che la linea azzurra rappresenta la spesa al netto degli interessi; non si può quindi imputare tale crescita ai patti di Maastricht. E soprattutto si può osservare la linea rossa, che rappresenta la quota interessi rispetto al PIL, che mostra una tendenza sostanziale alla riduzione degli interessi pagati. Il grafico non mostra l’evoluzione post-crisi 2011, ma dopo un elevato aumento della quota interessi da almeno due anni il valore di tale quota si attesta al minimo storico. Per evitare tipiche contestazioni alla Stefano Fassina su valore reale/nominale della spesa oppure su decrescita del PIL che aumenta inevitabilmente il valore sul PIL della spesa, si può osservare un ulteriore grafico che pone in evidenza la crescita della spesa in valore assoluto, cioè la spesa pubblica valutata in miliardi d’euro.

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Si può osservare ora un ultimo dato che rispecchia al meglio la vulgata secondo cui in Italia il neoliberismo avrebbe corrotto la società da almeno un ventennio. Il grafico mostra l’evoluzione della pressione fiscale sul PIL cui i cittadini italiani sono sottoposti dal 1965.

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La crescita maggiore della pressione inizia proprio negli anni Ottanta, che dovrebbero rappresentare l’inizio delle politiche «neoliberiste» in Italia. Se si osserva il grafico, si può anche notare come l’alfiere del liberismo selvaggio Silvio Berlusconi non abbia portato ad alcuna sostanziale riduzione delle tasse, come invece una certa destra italiana continua a sostenere.

Se questi dati non bastano a comprendere la realtà, si può aggiungere un ulteriore elemento a quest’analisi. Oltre alle imposte che le imprese devono versare, in Italia le imprese devono sostenere un ulteriore costo, rappresentato da quella tassa occulta che prende il nome di Burocrazia. La CGIA di Mestre ha stimato che l’onere di questa tassa occulta consiste in 31 miliardi d’euro l’anno, una cifra mostruosa che è sicuramente una delle zavorre per le imprese italiane, che da anni non riescono a tenere il passo con le altre imprese mondiali.

> La casta della burocrazia

Si sente sempre più spesso definire il neoliberismo come fenomeno di degrado sociale ed etico, responsabile del declino di questo Paese. Ma, se si osserva con occhio più attento, si scoprono alcuni fatti incontestabili. Scuole inefficienti e obsolete tenute aperte solo per garantire posti politici. Categorie di cittadini che si oppongono al cambiamento peggio dei luddisti dell’Inghilterra dell’Ottocento (caso Uber docet). Corporazioni inutili che vengono protette dallo Stato per l’unico motivo che garantiscono voti al miglior offerente. Una burocrazia asfissiante che tarpa le ali a qualunque giovane voglia realizzare un proprio sogno imprenditoriale. Uno Stato inefficiente e ancora convinto che la cosa più importante non sia la crescita economica, ma la lotta alla ricchezza attraverso più tasse sul risparmio e sul patrimonio. Tutto ciò consentito e anzi incoraggiato da una costituzione tra le più stataliste che il mondo occidentale abbia mai visto, tanto da fare concorrenza, in alcuni articoli, a quelle dei Paesi sovietici.

> Costituzione, Stato e crisi. Eresie di libertà per un Paese di sudditi

È inutile negarlo: in Italia in questi lunghi anni di crisi la disuguaglianza è aumentata, ed è normale che così sia andata. Come la storia ha dimostrato, la disuguaglianza s’è ridotta quando l’economia cresceva a un ritmo sostenuto. L’Italia non cresce da anni, e soprattutto la mobilità sociale sembra inesistente; la ricchezza rimane sempre nelle mani delle stesse persone che hanno il potere di proteggere i propri interessi attraverso la loro influenza sulle scelte politiche. Si sono fatti molti paragoni per descrivere la condizione italiana; forse il paragone più calzante è con la Francia della prima metà del Settecento, una nazione plasmata dal mercantilismo di Jean-Baptiste Colbert e dove la libertà economica individuale era ridotta al minimo da un sistema di caste e monopoli che erano sotto lo stretto governo del re.

> Quanti voti sono comprati con la spesa pubblica?

Quando in Italia verrà ridotta la pressione fiscale e consequenzialmente la spesa. Quando in Italia verrà introdotto il buono scuola alla Milton Friedman. Quando la burocrazia verrà ridotta al minimo indispensabile e lo Stato inizierà ad applicare seriamente il federalismo e un meccanismo di sussidiarietà. Insomma, quando le redini della nostra economia verranno prese in mano da un novello Turgot, allora si potrà parlare del pericolo del neoliberismo in Italia. Fino ad allora, però, stiamo ai fatti: il neoliberismo in Italia non s’è mai visto, e questa è molto probabilmente la principale causa del declino di questo nostro assurdo quanto straordinario Paese.

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