I sindacati non tocchino Michele

Quando a suicidarsi erano gli imprenditori vessati dal fisco, dai sindacati si levava a malapena un coro di solidarietà. L’anaffettività e il distacco con cui hanno accolto (e accolgono) le tragedie umane della categoria dei produttori di ricchezza sono un segnale ben preciso: ai sindacati non importa dei borghesi, di quella casta di miopi commercianti di provincia afflitti dall’ossessione per il profitto e i licenziamenti facili. «Un bel tacer non fu mai scritto», perché anche il silenzio è loquace, soprattutto il silenzio di chi è abituato a condurre le sue battaglie con slogan, megafoni e j’accuse fortissimi. Stavolta a suicidarsi è stato Michele, giovane di Udine che ha lasciato questo mondo con una lettera che le intellighenzie di sinistra stanno analizzando come fosse un trattato di economia. Michele scrive delle sue difficoltà a trovare lavoro, del mondo delle imprese refrattario e impermeabile, della vacuità di una vita priva di un’illusione di stabilità. Sono sentimenti comuni tra i ragazzi, e anche giustificati. Sarebbe pleonastico sciorinare i soliti dati Istat sulla disoccupazione giovanile intorno al 40% e su come si faccia fatica a entrare nel mondo del lavoro: la questione è che Michele ha ragione, ma i sindacati – e le sinistre stataliste – hanno trasformato la sua morte nell’ennesimo pretesto per chiedere più spesa pubblica, più Stato, più interventismo.

Gli ultimi decenni di storia saranno conosciuti in futuro per essere stati l’apice di quella grande «delusion» collettiva che lo Stato fosse la panacea di ogni male e che la spesa pubblica potesse produrre ricchezza e benessere per tutti. Il termine inglese «delusion» non è casuale, e non credo ne esista uno migliore per descrivere il fenomeno della statolatria. In psichiatria, «delusion» indica una credenza che permane nonostante il confronto con la realtà e la logica. Richard Dawkins lo usa a proposito della credenza in Dio nel suo famoso libro «The God Delusion»; in Italia si potrebbe parlare di «Statalism Delusion» o «Public Expenditure Delusion». Non si offendano i credenti, e mi perdoneranno certamente, se ho paragonato la fede in Dio a quella nello Stato, ma se nel primo caso l’atto di fede produce (quasi sempre) benessere per chi lo professa, nel caso dello Stato esso diventa un atto che provoca danni e genera mostri. Anzi, Leviatani. I sindacati sono oggi tra i ministri più infervorati della religione dello statalismo, e la morte di Michele è stata accolta alla stregua di quella di un martire nel Colosseo.

L’economia italiana è tra le più disastrate del mondo occidentale. Quando da ragazzini leggevamo dei Paesi del terzo mondo e dell’«agricoltura di sussistenza» nessuno ci aveva avvisati che presto avremmo scoperto empiricamente il significato di «sussistenza». L’Italia ha bisogno di una ricostruzione economica capillare. Gli ultimi decenni di recessione e le mafie della spesa pubblica hanno distrutto migliaia di imprese e allontanato dall’Italia imprenditori, capitali e idee. Nessun Paese, però, può essere economicamente ricostruito attraverso un incremento della spesa (e dunque del prelievo di ricchezza) e attraverso l’assunzione a carico della collettività di tutti quegli individui privi di reddito. In economia non esistono pasti gratis. Tutto ciò che viene dal governo, è prelevato coattivamente da qualcun altro, e “qualcun altro” non è Caprotti, non è Briatore, non è un super ricco al quale all’improvviso viene saccheggiato il caveau sulle note della Marsigliese per redistribuirne le immense ricchezze. “Qualcun altro”, nella maggior parte dei casi, siamo noi o il nostro vicino. Quantunque la spoliazione di ogni “ricco” fosse legittima, resta un dato di fatto che farà rammaricare ogni sostenitore della redistribuzione, e cioè che il Briatore di turno scapperà via appena sentirà puzza di tasse più alte. Quando gli agenti del fisco busseranno alle porte del “ricco”, non risponderà nessuno, mentre il vostro vicino dovrà rispondere. Ricordiamo tutti ciò che accadde in Francia quando il socialista Hollande dichiarò di voler imporre una tassa del 75% sui redditi oversize: l’attore Gerard Depardieu, noto ai più come Obelix o Cyrano de Bergerac, annunciò prima di volersi trasferire in Belgio e poi arrivò fino in Russia, dove strinse la mano a Putin e acquisì la cittadinanza. Dell’aliquota di Hollande non si fece più nulla, ma Depardieu non tornerà indietro, né gli altri ricchi che si voleva tassare, e con loro sono andati via anche tutti i consumi che avrebbero generato. Nel celebre romanzo di Enzo Striani, «Il resto di niente», un’ingenua repubblicana e socialista, Eleonora de Fonseca, tentava di convertire ai suoi ideali un falegname della Napoli di fine Settecento; in risposta, l’artigiano sostenne l’importanza dei consumi dei ricchi e che senza di essi «Ci sarebbero solo persone più o meno apparigliate: in basso, non in alto. E noi potremmo pure chiudere bottega». Senza scomodare sentimenti indipendentisti, storici o affini, si noterà come la disuguaglianza economica non è intrinsecamente negativa. Ad essere negativa è la distruzione coatta del lavoro altrui e delle ricchezze spacciata come tassazione necessaria a finanziare i «piani straordinari per l’occupazione» dei giovani. I sindacati italiani stanno strumentalizzando la morte di Michele per chiedere che lo Stato continui nella medesima opera che lo ha condotto al suicidio. Tentando di passare per paladini che chiedono giustizia, essi sono in realtà degli avvoltoi senza vergogna. Su di un solo punto hanno ragione: sulla necessità di ridare al «posto di lavoro» una connotazione meno elitaria, di ri-farne un qualcosa di accessibile e uno strumento di realizzazione personale. E questo obiettivo non si può che perseguire dando aria alle imprese e accogliendo i capitali esteri.

Il grido delle sinistre stataliste e dei sindacati non trova dunque giustificazione. Lo stato di cose denunciato da Michele e da milioni di altre voci, meno o più consapevoli della sua, è frutto di politiche di espansione della spesa pubblica. Non si comprende dunque per quale motivo si chieda «more of the same» se si è riscontrato che la cura sta uccidendo il paziente.

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