Giorno del ricordo: foibe e memoria storica

 

foibe-giorno-del-ricordoIl 30 marzo 2004, la Repubblica Italiana istituzionalizzò, tramite la legge № 92, il 10 febbraio come Giorno del ricordo per le vittime dell’esodo e dei massacri perpetuati dai partigiani comunisti di Tito in Istria e in Venezia Giulia durante e dopo il secondo conflitto mondiale. Il tema controverso delle foibe rimane tuttora poco conosciuto a causa dell’ostracismo che dovette subire per decenni da un clima politico-culturale che guardava con più o meno celata simpatia alle forze d’oltrecortina. Uno sguardo d’insieme su quest’argomento può dunque essere d’aiuto nello sviluppo della memoria storica inerente a quei sanguinosi fatti succedutisi ai confini orientali d’Italia e ancor oggi ignorati dai più.

Innanzitutto, è necessario considerare a grandi linee la storia recente di tali territori. Terre marciane dal X secolo d.C., l’Istria e la Dalmazia furono sottoposte alla dominazione austriaca in seguito al trattato di Campo Formio (1797). In esse la convivenza tra sloveni, croati e italiani sarà tutto sommato pacifica fino all’Ottocento, secolo in cui il risveglio dei nazionalismi divise le élite locali, sia slave sia italiane, essendo contrapposte le rivendicazioni di chi auspicava un’annessione al neonato Regno d’Italia e di chi invece preferiva quell’opzione che, dopo la Grande Guerra, diventerà iugoslava. Con la fine della prima guerra mondiale e il trattato di Versailles (1919), rimaneva aperta la questione della sistemazione dei confini adriatici. Da parte italiana venivano rivendicati quei territori pattuiti dal Patto di Londra (1915) più la città di Fiume (Rijeka) — il che non poteva non scontrarsi con la volontà iugoslava di mantenere quelle terre che anche Belgrado riteneva sue di diritto. A una temporanea soluzione si arriverà nel 1920 col trattato di Rapallo, che assegnava all’Italia l’Istria e la Venezia Giulia, e la Dalmazia (con l’eccezione di Zara e Lagosta) alla Jugoslavia, creando inoltre l’effimero Stato Libero di Fiume (comprendente l’omonima città e i territori circostanti), che nel 1924 sarà spartito tra Italia e Jugoslavia.

In seguito alla marcia su Roma del 1922 e alla nascita del regime fascista, furono presi provvedimenti atti all’italianizzazione forzata delle minoranze croate e slovene presenti in Istria e Venezia Giulia, la quale raggiunse picchi abietti e discriminatori, ma sostanzialmente fu fallimentare: nel referendum del 1936, gli slavi erano in percentuale gli stessi del 1921. A ogni modo, tali misure vanno contestualizzate nell’ottica di un periodo in cui raramente i diritti delle minoranze etniche venivano considerati inviolabili. Infatti, tra la minoranza italiana presente nelle città dalmate della Jugoslavia si accentuò un’emigrazione verso lo Stivale (la quale vide i suoi albori con la firma del trattato di Rapallo), a testimonianza di come la vita non doveva esser facile.

Con la decisione di Mussolini d’entrare in guerra a fianco della Germania nazista, la Jugoslavia divenne uno dei primi teatri di guerra. Sconfitta nel 1941 dalle forze dell’Asse, fu smembrata fra lo Stato Indipendente di Croazia (retto dai fascisti croati, gli ùstascia), la Serbia collaborazionista di Milan Nedić e le potenze che vinsero quella campagna (Italia, Germania, Bulgaria e Ungheria). Il confine orientale italiano vide, in seguito all’occupazione della Jugoslavia, una serie d’ampliamenti territoriali comprendenti la Provincia di Lubiana e buona parte della costa e delle isole dalmate. Fin dagli albori dell’occupazione iniziò a mobilitarsi la resistenza iugoslava, divisa principalmente fra i cetnici (i lealisti serbi comandati dal generale Draža Mihailović), che finiranno nel corso del conflitto per allearsi coi tedeschi, e i partigiani comunisti di Josip Broz, meglio noto come Tito.

Gli scontri tra gli occupanti, i collaborazionisti locali e la resistenza, unitamente con le violenze interetniche che coinvolsero e sconvolsero parte della popolazione iugoslava, fecero sì che questo fronte fosse uno dei più intrisi di sangue di tutta la seconda guerra mondiale.

La situazione d’Istria e Venezia Giulia rimase grossomodo immutata fino all’armistizio italiano del 25 luglio 1943, in seguito al quale si verificò lo sbandamento dell’Esercito Italiano e un temporaneo vuoto di potere nelle terre qui prese in esame. Nel periodo immediatamente successivo all’8 settembre vi saranno i primi episodi di violenza contro la popolazione civile italiana dei confini orientali, in particolare nelle aree interne dell’Istria, dove fecero la loro comparsa i primi nuclei di partigiani titini, che dopo avere proclamato i «poteri popolari» diedero il via a una serie d’angherie a danno degli italiani lì residenti, inclusi coloro che non avevano avuto nulla a che fare con la precedente amministrazione fascista, a riprova di come non si trattò di vendette contro esponenti del Fascio locale, bensì di un’esplosione d’odio ideologico e nazionalista. Nella sola Istria fu circa 500 il numero delle vittime nel periodo dall’8 settembre fino all’arrivo delle truppe tedesche nell’area (ottobre 1943).

Nell’aprile 1945, le truppe di Tito diedero il via all’«operazione Trieste», volta all’occupazione dell’Istria e della Venezia Giulia, che si poté dire conclusa il 1º maggio con l’occupazione di Trieste. In seguito a ciò, gli occupanti proclamarono unilateralmente l’annessione alla Jugoslavia di quelle aree, dando poi il via a una serie di fucilazioni sommarie di militari italiani e tedeschi fatti prigionieri, mentre la polizia segreta (OZNA) iniziò la deportazione di migliaia di civili in luoghi di detenzione quali Bùccari, Sisak, Marésego e Stara Gradiška. Molti di essi furono poi assassinati e gettati in quelle cavità naturali tipiche dell’area carsica e tristemente note col nome di «foibe».

Tra queste vittime figurano esponenti dell’amministrazione italiana, ma anche i loro familiari, amici, parenti, chi non aveva simpatie per le volontà annessionistiche palesate dagli iugoslavi, oltreché alcuni esponenti del clero cattolico (in questo caso sia italiani sia croati). Le ultime stime parlano di circa 10.000 morti tra vittime delle foibe e coloro che perirono in seguito all’internamento nei campi di concentramento iugoslavi.

Il destino d’Istria, Venezia Giulia e Dalmazia fu decretato dalla firma del trattato di Parigi (1947), che assegnava alla Jugoslavia la maggior parte della Venezia Giulia, la Dalmazia e l’Istria, con però l’eccezione del Territorio libero di Trieste, suddiviso in una Zona A d’occupazione angloamericana e una Zona B d’occupazione iugoslava, venendo spartito tra Italia (che ottenne la Zona A) e Jugoslavia (che ebbe la Zona B) nel 1954 col Memorandum di Londra.

Il passaggio sotto la sovranità di Belgrado segnò l’inizio di un ulteriore dramma per gli italiani che vivevano in quelle terre. Il clima di sospetto nei loro confronti, le imposizioni sul piano religioso, economico e culturale del regime comunista, l’imposizione dello sloveno e del croato obbligatori furono alcune delle cause che provocarono un autentico esodo della popolazione italiana, la quale nel corso di una quindicina d’anni abbandonò in massima parte Istria, Fiume e Venezia Giulia. Il numero dei profughi giuliani, istriani e dalmati è oggi stimato attorno alle 250.000 unità.

Oltre a una scarsa conoscenza di questi fatti, va purtroppo citato un altro abietto fenomeno che ha addirittura preceduto l’istituzionalizzazione del 10 febbraio come Giorno del ricordo: il negazionismo delle foibe. Esso si basa o sul considerare tali massacri come una reazione ai crimini di guerra perpetuati dagli italiani in Jugoslavia e alle politiche d’italianizzazione condotte durante il Ventennio, o sull’affermare che coloro che furono uccisi nell’ottobre 1943 e nella primavera 1945 in Istria e Venezia Giulia fossero perlopiù personalità locali pesantemente coinvolte col fascismo e le sue politiche discriminatorie.

Riguardo alla prima tesi, si rimanda a quest’articolo vòlto alla dimostrazione di come i crimini italiani in Jugoslavia, se furono commessi, si configurano come eccessi di reazione ad atrocità compiute dai partigiani iugoslavi. Alla seconda tesi è possibile rispondere citando lo storico Raoul Pupo, docente di Storia contemporanea all’Università di Trieste: «Del tutto prive di senso si sono così dimostrate le ipotesi negazioniste — già dominanti nella storiografia iugoslava — che avevano ripreso, trasformandolo in ‘verità di Stato’, il giudizio espresso fin dal 1945 dal governo di Tito, secondo il quale “da parte del governo jugoslavo non furono effettuati né confische di beni, né deportazioni, né arresti, salvo che […] di persone note come esponenti fascisti di primo piano o criminali di guerra”».

 

Bibliografia

Guido Rumici, Istria, Fiume e Dalmazia. Profilo storico, Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati.

Federica Saini Fasanotti, La gioia violata. Crimini contro gli italiani 1940–1946, Edizioni Ares.

 

Arrigo Petacco, A Mosca, solo andata

Pulizia di classe. Il massacro di Katyń

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