La politica e la libertà secondo Kenneth Minogue

 

11up33330Kenneth Robert Minogue (11 settembre 1930 – 28 giugno 2013) è stato un teorico politico conservatore australiano, nonché professore emerito di Scienze Politiche e Honorary Fellow presso la London School of Economics. Minogue ha scritto saggi accademici e libri su una vasta gamma di problemi di teoria politica. Nel 1995 gli fu chiesto di scrivere una Breve introduzione alla politica (Politics: A Very Short Introduction) per la popolare collana Very Short Introductions dell’Oxford University Press. Vi proponiamo un’antologia di citazioni da quest’opera.

Capitolo 4: Il cristianesimo e l’affermazione dell’individuo

«[U]na caratteristica centrale nello sviluppo dell’Europa [è che] libertà e diritti furono inizialmente elaborati dalla nobiltà e dai più ricchi abitanti delle città, e quasi sempre a loro vantaggio; solo successivamente, al passare delle generazioni, si sono estesi ai livelli inferiori della società. L’elettore d’oggi, in altre parole, eredita i diritti propugnati in origine dai baroni del passato. Quali che siano i difetti di quest’esperienza storica, essa ha avuto come conseguenza che la cultura necessaria per sostenere la libertà è stata messa pienamente alla prova dalla tradizione e dalle istituzioni prima che il movimento democratico estendesse quei diritti a tutti. La democrazia emersa negli Stati europei è dunque il frutto d’uno sviluppo organico che la sostiene a un livello profondo.»

«Ma l’aspetto che fa dei Parlamenti un esempio quasi perfetto di creatività politica è che essi rispondevano alle esigenze del momento. Senz’alcuna pianificazione, dimostrarono d’essere gli strumenti essenziali della democrazia, ma fu solo molto tempo dopo che il Parlamento suscitò una riflessione su concetti astratti del suo funzionamento, come il problema della rappresentanza.»

Capitolo 7: Relazioni tra Stati: come bilanciare il potere

«La guerra, come diceva Clausewitz, è la continuazione della politica […] con altri mezzi. I governanti attaccano per acquisire un vantaggio, e si difendono per proteggere l’interesse nazionale. Come negli scacchi, una o l’altra parte deve vincere, e anche lo stallo non è altro che un equilibrio precario. Perdere questa partita internazionale potrebbe essere una tragedia, come scoprirono i polacchi quando la debolezza del loro governo li lasciò nelle mani spartitrici dei russi, dei prussiani e degli austriaci, e come scoprirono molti altri Stati quando furono occupati dalla Germania nazista dopo il 1939.»

«L’unità europea potrebbe quantomeno modificare una situazione in cui l’alleato di un’epoca rischia di diventare il nemico dell’epoca successiva: un fatto che documenta la freddezza e brutalità che caratterizzano in gran parte i rapporti politici. Leggiamo spesso le relazioni tra Stati con la metafora degli amici e dei nemici, ma è una lettura forviante. Una grande potenza, come hanno osservato molti statisti, non ha amici, ma solo interessi, e gli interessi cambiano. “Il sangue asciuga in fretta”, disse Charles de Gaulle, e in effetti i Paesi dimenticano rapidamente le inimicizie del passato. L’idea dell’amicizia nella politica internazionale è una mera copertura sentimentale dietro la quale si nascondono calcoli di convenienza basati sull’interesse nazionale. Ma che cos’è l’interesse nazionale? È tutto ciò che uno Stato giudica necessario per la propria sicurezza.»

«La fredda logica della politica impone di sacrificare uomini e ricchezze per proteggere l’interesse nazionale. Questa necessità è sempre esistita. Nell’èra moderna ha generato il concetto di “ragion di Stato”, che potrebbe comportare la violenza, l’inganno e la violazione delle promesse. Come spiegava Hobbes, in guerra, la forza e l’inganno sono le virtù cardinali; e considerava le relazioni internazionali una perenne fonte potenziale di conflitto. Cavour […] avrebbe detto: “Se noialtri facessimo per noi, cioè per il nostro personale interesse, quello che stiamo facendo per l’Italia, saremmo delle belle birbe, anzi i peggiori porcaccioni del mondo”.»

Capitolo 8: L’esperienza della politica. I: Come diventare attivisti

«Ma la funzione rappresentativa del politico inizia molto prima che si formino le decisioni politiche. Consiste nel costruire una posizione che incontrerà un ampio consenso perché può armonizzare desiderî in conflitto. Il critico superficiale dei politici può vedere la genericità e l’indeterminatezza che spesso sono certamente necessarie a questo scopo, ma in linea generale non apprezza la capacità di cogliere l’essenza d’una questione in modo da unire opinioni differenti. Un politico che sa il fatto suo ricorda molto un mago nella sua capacità d’evocare un determinato oggetto nella mente d’alcuni spettatori pur mantenendolo invisibile ad altri, che non di rado si trovano nella stessa sala. I razionalisti più ingenui stigmatizzano questa caratteristica dei politici, riducendola a una duplicità finalizzata alla conquista del consenso, e i giornalisti si sono abituati a “decodificarne” i discorsi e a identificare il “messaggio” che si nasconderebbe dietro le parole. In realtà, questa tecnica è una sorta d’accortezza che consente a persone molto diverse per opinioni e preferenze di vivere insieme in una stessa società; dove non viene esercitata — pensate per esempio all’incapacità dei politici canadesi di proporre l’immagine d’un Canada ugualmente soddisfacente per i francòfoni e per gli anglòfoni —, la società rischia la dissoluzione.»

Capitolo 9: L’esperienza della politica. II: Partiti e dottrine

«A volte la complessità dei partiti s’identifica con l’idea astratta di favorire o avversare il cambiamento. […] in generale i conservatori hanno una predisposizione ad avversarlo, mentre i liberal tendono ad approvarlo. Questa netta distinzione spesso ha basi biologiche: i giovani sono desiderosi di modificare l’esistente, ma diventano più conservatori col passar del tempo. Sicuramente è vero che i giovani in politica hanno caratteristiche specifiche, spinti come sono a impegnare il loro immenso entusiasmo in ideali di trasformazione sociale — come hanno fatto i Giovani Turchi, i Bolscevichi, i Fascisti, i Nazisti e i ragazzi degli anni Sessanta. Ma, a prima vista, questa non sembra una buona ragione per incoraggiare l’impegno politico dei giovani!
I partiti, altrimenti, possono esser identificati con taluni interessi, cosicché i ricchi sarebbero conservatori, mentre i poveri sarebbero liberal o socialisti. La versione moderna di questa classica visione della politica deriva dall’idea marxista che gli Stati moderni sono l’arena di una guerra nascosta tra la borghesia e il proletariato. Tale impostazione pecca di due grandi difetti. Il primo è che, in una guerra, una parte cerca la sconfitta totale dell’altra, mentre il dibattito politico, essendo una forma di sport, è un tipo di competizione in cui ogni parte ha bisogno dell’altra. Come non si può giocare a calcio senza una squadra avversaria, così non ci si può impegnare in politica senza competere con un altro partito. L’idea della lotta di classe è quindi un modo celato d’augurarsi la fine della politica e la sua sostituzione con leader che realizzeranno l’unica “vera comunità”. Il secondo difetto dell’idea che i partiti politici siano solo un riflesso d’interessi socioeconomici è che gran parte dei lavoratori vota per partiti conservatori, mentre tanti ricchi o appartenenti alla classe media appoggiano programmi radicali, che includono la ridistribuzione della ricchezza in nome dell’uguaglianza. […] La realtà è che la politica è fatta di persuasione, e nessuna caratteristica assoluta degli elettori ci dice in modo attendibile come penseranno o agiranno.»

Capitolo 10: L’esperienza della politica. III: Giustizia, libertà e democrazia

«È giusto […] che il diritto di voto sia limitato ai proprietari terrieri, o ai maschi adulti? È giusto che una nazione venga governata da un’altra nazione? È giusto che la religione di Stato venga imposta a tutti i cittadini? Queste domande sono state oggetto d’un acceso dibattito in termini di giustizia, e le diverse generazioni hanno dato risposte diverse. È evidente, perciò, che il contenuto della giustizia dipenderà, almeno in una certa misura, dall’opinione corrente. Si dà il caso che quasi tutti abbiano una risposta precisa a ciascuna delle domande esemplificative che ho appena citato, per cui essi penseranno che gli esseri umani tendano col tempo a sviluppare un’idea di giustizia sempre più ampia e difendibile. È una delle nostre illusioni più gratificanti. L’esperienza sembra dimostrare, in realtà, che ogni generazione ritiene d’avere finalmente sviluppato giudizi morali e politici ragionevolmente assoluti.»

Capitolo 11: Studiare la politica in modo scientifico

«Secondo un cliché filosofico che va per la maggiore, nessuno potrebbe sottrarsi al sistema deterministico costituito dalla razza, dal genere, dalla classe sociale, dalla storia o da altre astrazioni, e in un certo senso è indiscutibilmente vero. Ma sarebbe una verità interessante solo se il sistema costituito dalla razza, dal genere, dalla classe sociale e dalla storia potesse dirci esattamente come intendono agire le persone. Poiché non è in grado di dircelo, ci ritroviamo con un determinismo vacuo: non possiamo sottrarci a ciò cui non possiamo sottrarci!»

Capitolo 13: La politica può sopravvivere al XXI secolo?

«Così nel XX secolo lo Stato ha scoperto la dipendenza, che […] è un concetto particolarmente interessante, perché rivela la direzione del pensiero religioso. L’essenza del cristianesimo è che tutti siamo creature dipendenti da Dio. Gli atei del XIX secolo pensavano che Dio fosse meramente una fantasia consolatoria, ma erano altrettanto convinti che l’uomo fosse una creatura dipendente. Nel loro caso, tuttavia, la dipendenza non era da Dio, ma dalla società. In termini marxisti, per esempio, gli individualisti borghesi, in quanto vittime dell’illusione d’essersi creati da sé, sono come coloro che nella dottrina cristiana peccano d’orgoglio: hanno messo al centro dell’universo sé stessi, anziché Dio (o la società). Secondo questa nuova tendenza religiosa, l’interesse egoistico è un peccato perché proclama l’indipendenza del sé dalla società.»

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