Responsabilità civile dei magistrati: verso l’azione diretta?

 

GiudiciLo scorso 11 giugno, il governo è stato battuto alla Camera, in un voto a scrutinio segreto, s’un emendamento della Lega Nord che mira a introdurre una forma di responsabilità civile diretta dei magistrati, modificando l’attuale legge vigente. La norma, sulla cui necessità e conformità ai princípi costituzionali s’è molto discusso, dovrà ancora passare il vaglio del Senato. L’emendamento si concreta nella possibilità per il danneggiato d’esperire l’azione risarcitoria direttamente nei confronti del magistrato, nella sostituzione dei requisiti del dolo e della colpa grave con quello della violazione manifesta del diritto e nell’assoggettamento a responsabilità dell’attività d’interpretazione delle norme di diritto.

Attualmente, è la legge 117/1988 («legge Vassalli») a regolare il tema della responsabilità civile dei magistrati, il cui principio fondamentale è che l’illecito civile del magistrato obbliga verso il danneggiato esclusivamente lo Stato che, se condannato, eserciterà poi la rivalsa nei confronti del magistrato stesso. Ovviamente, la legge pone una serie di limiti all’insorgere della responsabilità. Innanzitutto, si deve trattare d’un danno di natura patrimoniale. In secondo luogo, l’illecito dev’essere commesso con dolo o della colpa grave. Quanto a quest’ultima, se ne circoscrivono 4 ipotesi: la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile; l’affermazione, determinata da negligenza inescusabile, d’un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento; la negazione, determinata da negligenza inescusabile, d’un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento; l’emissione di provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione. Infine, è prevista una «clausola di salvaguardia» ch’esclude la responsabilità per l’attività d’interpretazione di norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove. Il danneggiato dovrà quindi agire nei confronti del presidente del Consiglio — quando il provvedimento causativo del danno è divenuto definitivo — entro 2 anni dacché l’azione è diventata esperibile. Proposta l’azione, il Tribunale competente dovrà preliminarmente valutare se l’azione è inammissibile rispetto ai termini e ai presupposti stabiliti dalla legge stessa, ovvero se è manifestamente infondata. Nel successivo procedimento, il magistrato che ha causato l’illecito non può esser assunto come teste, né può essere chiamato in causa, ma può intervenire. L’azione di rivalsa è promossa dal presidente del Consiglio, entro l’anno dalla definitività della condanna; la misura della rivalsa non può superare il terzo dello stipendio percepito dal magistrato nell’anno in cui è proposta l’azione di risarcimento, fatta eccezione l’ipotesi di dolo. Se l’illecito scaturisce da una decisione collegiale, non ne risponde il magistrato che abbia fatto constare a verbale il proprio dissenso succintamente motivato.

La deroga che prevede l’azione nei confronti dello Stato opera solo nell’àlveo della responsabilità civile; nel caso di reato commesso da un Magistrato, l’azione di responsabilità è esperibile direttamente nei confronti di quest’ultimo e anche in sede penale, mentre l’azione «di regresso» dello Stato, tenuto al risarcimento nella qualità di responsabile civile, è mantenuta in capo alla Corte dei conti.

Secondo la Corte costituzionale, la compatibilità costituzionale di tali previsioni non è in dubbio, rappresentando anzi tale legge il punto d’equilibrio tra le esigenze di tutela del danneggiato e i valori dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura.

Altrettanto non si può dire per quanto riguarda la compatibilità col diritto comunitario. Nella sentenza del 2006 «Traghetti del Mediterraneo S.p.A. contro Repubblica Italiana», la Corte ha affermato che non è compatibile col diritto comunitario una legislazione nazionale ch’escluda la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati da una violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale d’ultimo grado per il motivo che la violazione controversa risulta da un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale, nonché che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, nel caso in cui tale limitazione escluda la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente.

A séguito di tale sentenza, cui l’Italia non ha dato séguito, la Commissione ha aperto una procedura d’infrazione, conclusasi con una sentenza del 2011, nella quale la Corte ha censurato la circostanza per cui, nell’ordinamento italiano, l’attività d’interpretazione di norme di diritto e di valutazione di fatti e prove è esente da responsabilità anche nei casi di dolo o colpa grave, in contrasto col diritto europeo.

Periodicamente s’è parlato di riformare la legge Vassalli, ma non vi s’era mai dato séguito. Peraltro, già nel 2011 la Lega Nord aveva presentato il medesimo emendamento, che però era stato bocciato.

Secondo i detrattori di questa riforma, l’ipotesi d’una responsabilità diretta del giudice, estesa anche all’interpretazione del diritto, si porrebbe in contrasto non solo col principio d’indipendenza della magistratura, ma anche con lo stesso diritto comunitario.

Indubbiamente, un provvedimento di tale portata non ha pari in nessun altro ordinamento giuridico: nei Paesi di common law (Stati Uniti, Gran Bretagna) è prevista l’immunità assoluta; la Germania contempla limitazioni piú stringenti rispetto a quelle italiane; in Francia, Belgio e Portogallo alla responsabilità del solo Stato è accompagnata l’ipotesi di rivalsa in casi eccezionali. La Spagna è tuttora l’unico ordinamento che prevede l’azione diretta, ma i requisiti per l’ammissibilità della domanda sono particolarmente rigidi.

Ed è proprio a quest’ultimo esempio che dovremmo guardare nell’introduzione d’una norma — necessaria — che responsabilizzi maggiormente il settore giudiziario, il quale, come abbiamo visto, è difficile che «paghi» per i propri errori. Non si vede, invece, come una norma del genere possa danneggiare l’indipendenza della magistratura; anzi, l’essere direttamente responsabili delle proprie azioni — come accade in qualunque altro settore — dovrebbe spingere ogni singolo magistrato ad agire solo con maggiore consapevolezza.

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