La grande illusione del bonus cultura

Risale al 30 dicembre 2016 la notizia di cronaca che ha visto il primo intoppo della manovra culturale attuata dal decaduto governo Renzi. La materia in esame è l’erogazione ai diciottenni del Bonus Cultura, che ammonta a 500 euro spendibili in prodotti e servizi culturali. La sconfitta subìta da questa iniziativa ha mostrato quella che negli studi economici è osservata come una congenita inefficienza del settore pubblico sul lungo periodo in una percentuale abbastanza cospicua dei suoi interventi. Le dinamiche della vicenda possono sintetizzarsi come segue: il Governo Renzi eroga un supporto economico rivolto a tutti i giovani, per garantire la possibilità di acquistare prodotti e pagare servizi di genere culturale. L’iniziativa ha diviso in due l’opinione pubblica a causa della somma cospicua emessa dallo Stato italiano che, forse ingenuamente, non aveva considerato la furbizia o la capacità imprenditoriale dei destinatari del servizio, poco interessati a usufruirne. Infatti, alcuni diciottenni non avvezzi alla lettura, allo sport, al cinema e alla musica, hanno deciso di rivendere i loro 500 euro ai coetanei più interessati. I 500 euro che, in modo semplicistico, possono essere paragonati a un regalo dello Stato italiano e delle tasche di tutti i contribuenti, hanno permesso a giovani disinteressati alla cultura ma non al profitto, di creare un giro d’affari con cui hanno potuto guadagnare 250 euro (la metà del bonus) per ogni tessera rivenduta. Il gioco è semplice: i ragazzi interessati al Bonus Cultura chiedono ai proprietari-rivenditori di comprare loro dei libri da internet o nei negozi specializzati. I rivenditori eseguono la transazione e chiedono agli acquirenti metà del prezzo del prodotto. In questo modo si ingenera un processo economico con cui il venditore guadagna la metà del valore del prodotto, e l’acquirente risparmia metà del prezzo.

In questa sede sembra insensato puntare il dito contro coloro che hanno ideato questo circolo di lucro, che è anzi stato un esempio di come esista un istinto imprenditoriale che, se ben indirizzato e coltivato, potrebbe portare al rifiorire dell’economia italiana. Molti giornalisti potrebbero demonizzarli in quanto accostano questi metodi alla frode allo Stato, ma il problema risiede a monte: nelle decisioni centrali. Secondo i dati Istat, aggiornati al 2017 e che interessano il 2016, le percentuali degli individui che partecipano ad iniziative culturali o che si dedicano alla lettura hanno subìto una contrazione. L’oscillazione rispetto alle percentuali del 2015 è minima, ma questo trend discendente dovrebbe far comprendere che un’operazione economica come il Bonus Cultura – che grava sulle finanze statali e, di conseguenza, sulla pressione fiscale sui cittadini – produce una spirale di aumento dei costi per le famiglie e dei prezzi commerciali, elementi che conducono alla stagnazione e alla contrazione dei consumi. Obiettivo dichiarato della campagna era la concessione anche ai meno abbienti dell’opportunità di fruire di servizi e prodotti culturali, ma esistono opportunità e servizi già presenti sul territorio che potrebbero essere valorizzati secondo un progetto razionale. La presenza di biblioteche a livello locale conta numerosi impiegati che vigilano diligentemente sulla conservazione dei volumi, che conservano le donazioni dei privati e che garantiscono un servizio alla collettività che ne richieda i servigi. Se ci si limitasse solo alla letteratura, sarebbe possibile a tutti chiedere in prestito volumi. Sebbene nelle biblioteche dei comuni più decentrati e di dimensioni ridotte la disponibilità immediata di libri sia spesso un’utopia, la possibilità di scambi interbibliotecari permetterebbe, se gestita in modo meno burocratico, una corretta e più rapida allocazione dei beni del patrimonio librario.

I problemi che dovrebbero preoccupare, anche alla luce delle statistiche riportate, trovano la loro possibile spiegazione in quella che è chiamata la Piramide di Maslow. Questa teoria psicologica ordina in uno schema piramidale i bisogni che vengono avvertiti dagli esseri umani, disponendoli in un ordine di tipo gerarchico, con i bisogni primari alla base della piramide. Tra questi ultimi si annoverano la necessità di ricercare il cibo, il mantenimento di un buono stato di salute, la sicurezza della propria vita. Solo ai livelli più alti della piramide si ritrova la necessità di avere un’identità culturale e lo sviluppo di una cultura personale. Da questa suddivisione si deduce che, nel caso di Paesi sconvolti dalla guerra e in cui la disponibilità economica è molto bassa, l’interesse peculiare degli individui sarà proiettato al soddisfacimento dei bisogni primari, tralasciando la cultura. Se consideriamo la particolarità italiana, nonostante la precaria stabilità economica – che è pur sempre una stabilità – l’impatto della crisi del 2008 e la cattiva gestione delle finanze pubbliche hanno accresciuto il tasso di disoccupazione e, nei casi più fortunati, si è riusciti solo a ridurre di pochi punti percentuali quella che è un’emergenza per l’impiego giovanile. In una condizione simile, appare chiaro come l’interesse principale dei giovani sia quello di profondere i propri sforzi nella ricerca di un lavoro, nell’ottimizzazione del proprio tempo per raggiungere tale obiettivo e nella selezione dei propri interessi ricreativi. La selezione di questi ultimi non depone a favore delle attività culturali, tra cui quella più a rischio è la lettura. La piramide di Maslow ha permesso di delineare quello che è, in generale, il trend culturale italiano. Per quanto sia interesse dello Stato (o sarebbe meglio dire «della società») avere nella sua popolazione individui che siano preparati e che abbiano una cultura vasta funzionale allo sviluppo di  know how, appare però una forzatura quella di erogare un tale servizio per cercare di ottenere l’effetto ambìto.

Come si è visto dall’esempio della vendita dei Bonus Cultura, si potrebbe dedurre che i numeri di coloro che sono interessati e di coloro che non lo sono rimane pressoché stabile. Si ingenera soltanto un aumento della spesa pubblica che, secondo le teorie dell’aumento della spesa pubblica di Adolph Wagner (non certo un economista liberista) interseca il cammino della mera politica e avalla le teorie che dichiarano l’esistenza di un rapporto sinallagmatico (reciproco) tra spesa pubblica e pressione tributaria. Inizialmente, quando il pubblico interviene nell’economia, si pensa ad un intervento positivo. Eppure, questi interventi hanno degli effetti sullo sviluppo e sull’azione dei privati in quanto si toglie loro uno spazio d’azione e crescita e, successivamente, si infierisce ulteriormente su di essi con una maggiore pressione fiscale affinché il pubblico recuperi ciò che ha erogato tanto lautamente. Appare logico come questi interventi portino una ventata di positività solo in un primo momento dal punto di vista della convenienza economica e culturale ma, sul lungo periodo, aumenta il già citato rincaro dei prezzi e la contrazione dei consumi, che vanifica di fatto l’intervento e rischia di peggiorare ulteriormente lo status economico di compratori e operatori nel settore culturale.

Il Bonus Cultura ricade pienamente nell’ambito delle teorie summenzionate e il sostegno alla cultura sarebbe raggiungibile con mezzi forse meno rapidi, ma anche meno dispendiosi e nocivi per l’economia italiana. Un obiettivo fondamentale del settore pubblico nell’ottica della sensibilizzazione alla cultura potrebbe essere quello di implementare nuovi modelli di insegnamento nelle scuole, con un coinvolgimento molto più attivo dei giovani nel percorso della loro istruzione. In molti istituti d’Italia, per esempio, sono stati spesso sovvenzionati dall’Unione Europea progetti mirati a sviluppare determinate capacità, utili sia a una formazione personale dei discenti sia a sviluppare competenze utili per l’ingresso nel mondo del lavoro. Rientra in questo ambito l’intervento, il coinvolgimento più attivo nelle politiche locali, di enti come biblioteche, mediateche e fondazioni nella creazione di eventi che inducano alla curiosità, al sostegno alla cultura, evitando di scadere in meri eventi patrocinati solo per racimolare sterile consenso politico a scopo elettorale e organizzati senza motivazione e afflato sufficiente ad ispirare l’interesse genuino della cittadinanza. Inoltre gli attuali enti preposti alla divulgazione della cultura (cinema, teatri, biblioteche, musei) dovrebbero introdurre nelle loro azioni un modello manageriale di gestione, improntato a una maggiore attrazione di capitali, che corrisponderebbe all’abbassamento delle loro tariffe, a una fruizione maggiore da parte del pubblico, all’innovazione nell’offerta dei loro servizi. Nel caso delle piccole realtà, potrebbe essere conveniente organizzare dei consorzi di attività diverse tra loro, ma che si sostengano per mezzo di una rete che possa offrire servizi a 360 gradi che pubblicizzi eventi di ampio respiro per attrarre e incuriosire.

Per quanto la liquidità monetaria promessa dal Bonus Cultura sia importante e necessaria, l’obiettivo che ci si dovrebbe proporre per sensibilizzare alla cultura dovrebbe essere lo sviluppo di valide iniziative per ottenere una maggiore attrazione, una più conveniente fruibilità della cultura per i cittadini, e non solo a parole o con deboli iniziative poco sentite dalle amministrazioni. Un esempio che si potrebbe mutuare dalla finanza, nello specifico dal microcredito, è che da attività low cost ci si potrebbe aspettare un piccolo successo, ma che permetterebbe una crescita sana e continua di progetti volti a favorire l’avvicinamento alla cultura, la curiosità, l’innovazione sostenibile.

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