Roma brucia, preparate i portafogli

 

virginia-raggi-12171Come ampiamente prevedibile, il comune di Roma sta conoscendo l’ennesima crisi politica. La realtà, purtroppo o per fortuna, rimane l’unico e il più inflessibile giudice d’ultima istanza della valanga di demagogia che domina ogni campagna elettorale romana. Dopo l’alternanza delle disastrose amministrazioni di destra e di sinistra, è stato il turno dei ragazzi meravigliosi del Movimento 5 Stelle prendere in mano la fantomatica bacchetta magica per guarire decenni di cancrena cresciuta e foraggiatasi all’ombra del Campidoglio. Un’eventualità che chiunque abbia un minimo di discernimento colloca nella dimensione dell’utopia, per due semplici motivi: non esiste alcuna bacchetta magica, e non esiste, al momento, alcuna classe dirigente sufficientemente seria e preparata in grado di trasformare Roma in un comune economicamente virtuoso. Anche qualora si palesasse un’amministrazione dotata di tali caratteristiche, permarrebbe l’assenza di un elemento imprescindibile per eliminare la mala pianta di parassitismo, inefficienze e malaffare che da decenni ha messo radici nella capitale: un ordinamento costituzionale che faccia proprie le parole d’ordine che da sempre contraddistinguono le esperienze virtuose di un vero federalismo: trasparenza, responsabilità politica, autonomia fiscale concreta e integrale – di spesa e d’entrata – degli enti locali. In Italia, al contrario, per anni è stata cullata e attuata una fallace idea di finto federalismo priva di una componente fiscale. Invero, il vero federalismo o è fiscale o non è.

Negli Stati Uniti, dove il federalismo è reale e non immaginario, una situazione simile a quella romana è stata gestita in maniera molto diversa. Nell’estate del 2013 Detroit, nota per essere stata indiscussa leader dell’industria automobilistica mondiale, è stata la prima città nella storia americana a dichiarare bancarotta. Nel periodo del boom economico, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, si registrò un’impennata nelle assunzioni nel pubblico impiego, provocando un’inevitabile espansione dei costi della burocrazia. Col calo della popolazione, e in particolare con l’abbandono della città da parte di molti cittadini di reddito elevato, la base imponibile si ridusse notevolmente, rendendo insostenibile lo status quo: Detroit ha iniziato a indebitarsi tramite beni municipali fino al crac, dopo l’ennesimo tentativo andato a vuoto di rinegoziazione del debito che aveva raggiunto i 18 miliardi di dollari. Il commissario straordinario Kevyn Orr (nominato dal governatore del Michigan), davanti alle fortissime resistenze da parte del sindacato del settore pubblico a qualsiasi ridimensionamento dell’organico palesemente in eccesso, alzò bandiera bianca e portò i libri in tribunale, seguendo la procedura prevista dal Chapter 9, dispositivo giuridico della legge fallimentare americana. Orr ha lasciato il suo incarico nel dicembre del 2014, contestualmente all’inizio del ripagamento del debito da parte dell’amministrazione e all’attuazione di severe misure di risanamento, tra le quali un taglio del 4,5% della pensione per i dipendenti pubblici. Dopo l’iniziale e comprensibile periodo di difficile riassestamento, la città sta lentamente rinascendo grazie a un’accorta e moderna riconversione urbana ed economica. Queste vicende non rappresentano nulla di straordinario negli Stati Uniti, dove a un federalismo che dota le amministrazioni locali degli strumenti per essere autosufficienti dinanzi a gravi criticità, si accompagna una cultura del fallimento che non prevede melodrammi ma lo considera un’opportunità di cambiamento e di miglioramento.

Tutto ciò è attualmente impensabile nel nostro Paese: l’ordinamento della Repubblica una e indivisibile non prevede un’autonomia impositiva integrale che consenta agli enti locali d’essere responsabili del proprio destino finanziario. L’intervento statale a dare ossigeno alle casse disastrate di Roma è da sempre la norma, non un’eccezione, e non potrebbe essere altrimenti in un sistema che non ha mai avuto nulla di federale. Vale la pena di puntualizzare, per i più distratti, che l’espressione “intervento statale” è da leggersi come “intervento foraggiato coi soldi dei contribuenti”, i quali devono preparasi ad aprire il portafoglio per la capitale ancora per molti anni. Infatti, come riporta Wikispesa, secondo uno studio di Ernst&Young, la capitale registra un disavanzo strutturale annuo pari a 1,2 miliardi d’euro, causato prevalentemente dai conti in rosso delle partecipate, mentre dal 2010 al 2014 la pressione fiscale sui contribuenti romani è aumentata di 1,6 miliardi d’euro. L’agenzia di rating Fitch ha calcolato che dal 2008 il comune di Roma continuato a indebitarsi, secondo questa progressione: 137 milioni nel 2009, 122 nel 2010, 313 nel 2011, 255 nel 2012, 250 nel 2013. I fantomatici decreti “salva-Roma” sono serviti a poco. Secondo una stima effettuata sulla base della situazione al 2015, gli aumenti delle tasse e delle addizionali dureranno fino al 2048. A ben poco servirebbe anche dichiarare lo stato di dissesto secondo quanto previsto dal titolo VIII del Testo Unico degli Enti Locali, poiché porterebbe solo a un temporaneo miglioramento della situazione finanziaria del comune, lasciando tuttavia insolute le criticità di fondo.

In un ordinamento compiutamente federale, al contrario, ogni livello di governo delinea le proprie politiche di bilancio, è tenuto a finanziarsi con imposte proprie, può agire sulle leve fiscali e reperire fonti di finanziamento per i servizi che intende erogare ai cittadini. Ciò genera un meccanismo virtuoso che ha diversi effetti positivi. In primo luogo, responsabilizza le classi dirigenti, che sono incentivate a seguire una rigorosa disciplina di bilancio e ad allocare in modo efficiente le risorse, senza poter contare sul puntuale ripianamento d’eventuali debiti da parte del governo federale. In secondo luogo, gli elettori hanno un maggior controllo sui propri rappresentanti e su come viene speso il denaro pubblico. In terzo luogo, la potestà tributaria innesca un regime di concorrenza tra le diverse entità territoriali, a tutto vantaggio dei cittadini. La riforma costituzionale, anziché seguire questi fondamentali principi, ha scelto d’andare nella direzione opposta: il legislatore, infatti, nel tentativo di correggere le storture del finto federalismo, ha deciso di gettare il bambino con l’acqua sporca. Il Titolo V necessitava senz’altro di una mirata manutenzione, ma proprio tale manutenzione poteva costituire l’occasione per un rilancio e una ridefinizione del sistema delle autonomie, in termini sia d’efficienza economica sia di una migliore riallocazione delle competenze legislative. La risposta della riforma, che di fatto blinda lo status quo, è una sola e assai banale: codificare in costituzione il riaccentramento delle competenze legislative – già avvenuto in larga misura con la “riscrittura” centralista operata dalle relative sentenze della Corte costituzionale nell’ultimo decennio – e il riaccentramento del sistema tributario – anche questo già avvenuto col governo Monti e la sua “legislazione della crisi”. Insomma, tutto nella migliore tradizione italiana del cambiare tutto per non cambiare nulla.

Prepariamoci, dunque, a staccare nuovi assegni per mantenere AMA e ATAC, in attesa che la classe dirigente capisca che solo un vero federalismo può salvare il portafoglio degli italiani e Roma da sé stessa. Arrivederci al prossimo decreto “salva-Roma”, e alle prossime – inutili – elezioni comunali.

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