Le banche possono fallire?

 

INTRODUZIONE

fallimento-bancheIl caso Monte dei Paschi di Siena ci ripresenta, ancora una volta, la questione dei salvataggi delle banche – e, più in generale, delle grandi imprese in crisi – e dell’uso dei soldi pubblici per salvare soggetti di diritto privato, che tuttavia hanno un enorme potere per influenzare nel loro interesse le scelte della politica. La domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: “Mi è utile che una parte delle tasse che pago sia destinata a salvare uno specifico soggetto privato?” Alcune precisazioni lessicali. Ho usato utile al posto di giusto perché intendo proprio escludere qualsiasi valutazione di ordine morale del tipo “è giusto che un poveraccio aiuti una banca” perché la risposta mi pare chiara e netta, ma viene appunto di solito negata come motivazioni di ordine utilitaristico. Inoltre, ho anteposto mi per rendere chiaro il soggetto dell’utilità, cioè il cittadino medio che non ha un conto presso la banca, né alcun altro interesse particolare economico o di adesione politica riguardo alla medesima. In questa situazione si trova chi scrive e la grande maggioranza degli italiani.

La Banca Monte dei Paschi di Siena è senza dubbio un soggetto privato, non tanto per la natura dei proprietari o per come ne sono nominati i vertici. Ciò che definisce la natura privata di quest’azienda è il fatto che la stessa non vende un bene/servizio pubblico. Infatti, non sussistono le due caratteristiche che insieme definiscono tale tipologia di beni/servizi:

– non c’è ‘assenza di rivalità nel consumo’: il consumo di un bene pubblico da parte di un individuo non implica l’impossibilità per un altro individuo di consumarlo

– non c’è ‘non escludibilità nel consumo’: una volta che il bene pubblico è prodotto, è difficile o impossibile impedirne la fruizione da parte di consumatori.

Le aziende che non producono beni pubblici in qualsiasi ottica non socialista o corporativistica devono essere private anche a livello di proprietà e in concorrenza tra loro, ma sappiamo che in Italia la politica è sempre interessata a creare nuove opportunità di gestire denaro e costruire clientele. Questo è ancora più vero nel settore bancario, dove al posto di vendere direttamente ai privati, si è preferito, grazie alla “riforma” Ciampi-Amato dirottare la privatizzazione e dare la maggioranza delle azioni di ciascuna banca a ottantanove fondazioni (definite mostro giuridico dallo stesso Amato) che fanno capo direttamente alla politica.

Sulle pagine di The Fielder abbiamo già fatto un resoconto preciso di come la banca è arrivata a questo punto. Riepiloghiamo in breve. Nella trimestrale di fine settembre 2012 l’azienda ha un capitale sociale pari a circa 7,5 miliardi di euro, un patrimonio netto di circa 10 miliardi di euro, perdite per 1,6 miliardi di euro e una capitalizzazione di borsa pari a 2,85 miliardi di euro. In seguito, è venuta alla luce l’emersione del falso in bilancio legato ai derivati e la procura indaga per una mazzetta da 2 miliardi di euro che lascia intendere le proporzioni dei buchi non contabilizzati. E’ molto plausibile che parte delle attività siano state cartolarizzate per ottenere liquidità. Inoltre, contabilizzati, esistono impieghi in sofferenza per 17 miliardi che difficilmente saranno recuperati, scarseggia la liquidità per garantire l’operatività minima e questo spiega il ricorso ai Monti Bond che, di fatto, sono un primo salvataggio. Nessun compratore privato è interessato perché la banca è un buco nero ad un passo dall’insolvenza. Di che dimensioni sia il buco non lo sapremo finché la magistratura e le autorità di vigilanza non risolveranno tutti gli aspetti della vicenda, e questo è un fatto da tenere bene a mente nel corso del ragionamento che andremo a spiegare.

Con questa realtà, qualunque siano state le cause, dobbiamo confrontarci per rispondere alla domanda iniziale. Dobbiamo interrogarci su quali possibilità abbiamo a disposizione, ed esplorarle per verificarne la fattibilità. In verità, non sono molte.

La prima ipotesi, che per comodità d’ora in poi chiameremo soluzione 1, è liquidare MPS e valorizzarla a pezzi per cercare di coprire almeno parzialmente i debiti. La soluzione 2 è creare una nuova società (newco) – nella quale i privati mettono i capitali – che rileva in blocco il business della precedente, e lasciare i debiti in una bad company da liquidare. La ultima, soluzione 3, è mantenere in vita la stessa società ricapitalizzandola (con denaro pubblico e quindi dei contribuenti, come poi vedremo), con prospettive simili di breve periodo, e diverse di medio periodo, che analizzeremo.

DUE POSSIBILI SOLUZIONI

Per il Testo Unico Bancario (TUB) gli istituti di credito non sono ammessi all’istituto del fallimento. La procedura concorsuale alternativa è la liquidazione coatta, che inizia come un atto unilaterale della Banca d’Italia, a prescindere che si abbia di fronte lo stato d’insolvenza. Si opera in questo modo quando la crisi ha assunto caratteri d’irreversibilità – come per esempio era accaduto al Banco Ambrosiano – con l’esito che in breve tempo la società originale cessa di esistere. La finalità della liquidazione coatta amministrativa è evitare che la liquidazione dell’impresa possa influire sul settore/sistema dove questa agisce.

Quel che è certo, in questo scenario, è che già nei numeri del buco a oggi gli azionisti perdono tutto il valore del pacchetto azionario MPS da loro posseduto. Inoltre, secondo l’importo del buco, potrebbero subire perdite anche totalitarie gli obbligazionisti MPS, i creditori chirografari – tra cui le altre banche che hanno erogato credito alla medesima – e per ultimi i creditori prededucibili. Può, cioè, subire perdite solo chi esplicitamente ha scelto di prendersi dei rischi interagendo con la banca a vario titolo.

I 6 milioni di correntisti, in ogni caso, non hanno nulla da temere da questi esiti. Infatti, il saldo del conto corrente e dei conti deposito, fino a 100.000 euro, è garantito dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) che copre i crediti vantati dai clienti delle banche in liquidazione. Per la parte, sempre fino a 100.000 euro, che il FITD non riuscisse a coprire esiste poi una seconda garanzia, quella dello Stato, introdotta da Tremonti nel 2011. Ci sono le nostre tasse future a proteggerli. Solo in ultima istanza, se dovesse scattare la garanzia statale, pagheranno quindi anche i contribuenti. Anche i titoli in dossier sono salvi perché non sono di proprietà della banca, ma sono “beni di terzi in deposito” e sono iscritti al di fuori del bilancio dell’istituto. Rimangono fuori dalla copertura i pronti contro termine e le obbligazioni della banca stessa.

La differenza tra la soluzione 1 e la 2 per i clienti è che nella prima ci sarebbe un impatto avvertibile nella routine quotidiano, assente nel secondo caso. Nell’ipotesi 1 la banca cessa di funzionare e i cittadini si trovano nella condizione di dover aprire un nuovo conto corrente se già non ne possiedono uno presso un’altra banca, segnalarlo al FITD e ricevere sull’altro conto il saldo del loro vecchio conto MPS limitato al massimo di 100 mila euro. Tale operazione deve essere completata in un massimo di legge di venti giorni, periodo che può essere considerevolmente ridotto con un’adeguata pianificazione e attraverso un prestito ponte dello stesso Tesoro. Nella soluzione 2, invece, il vecchio conto sarebbe trasferito in automatico presso la nuova banca senza interruzioni operative, con il congelamento degli importi che dovessero sforare la quota di 100.000 euro garantita in attesa della liquidazione della bad company. La soluzione 1 è fastidiosa per i correntisti, ma ricorda loro la verità incisa nell’articolo 1834 del codice civile: depositare denaro su un conto corrente, fruibile come “moneta elettronica”, è prestare denaro alla banca. Il proprio denaro diventa di proprietà della banca.

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