Referendum NO: la terra dei cachi di Renzi

 

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La consultazione referendaria sulla riforma costituzionale, fortemente voluta dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, si è tenuta, e ha vinto il No. Il margine tra le due posizioni, quella che confermava il nuovo testo costituzionale e quella che lo bocciava, è stato assai ampio, ben superiore a quanto si pensasse anche solo il giorno prima. Oltre 18 punti percentuali dividono il No dal Sì, e la vittoria del primo è netta, ben oltre le ipotesi su possibili brogli derivanti da voto estero o da “matite cancellabili” come denunciato la domenica a urne aperte. Non è necessario, quindi, fare dietrologie sul voto o analizzare i flussi, sicuramente influenzati dalla personalizzazione che Renzi aveva fatto, rendendo il voto più riferito alla sua persona che al merito delle innovazioni che si sarebbero inserite in Costituzione. È più interessante immaginare lo scenario futuro, quello in cui si muoverà la politica e l’Italia in generale nei prossimi mesi e, perché no, anni.

 

Pensiamo innanzitutto alle percentuali uscite dalle urne. Renzi è stato bocciato? No, non si può dire questo, anche perché l’assenso al quesito referendario ha ricevuto più del 40% dei suffragi con un’affluenza record, per gli ultimi standard riferiti agli appuntamenti elettorali, del 65,5%. Valutando questo e la posizione contraria alla riforma di quasi tutte le forze politiche in campo, si può dire che il consenso politico non sia mancato, anche se non si può nascondere che anche tanti oppositori dell’attuale governo si erano schierati per il Sì, valutando i pro insiti nella modifica della Costituzione superiori ai contro.

 

Non è assurdo escludere, quindi, che di fronte alle dimissioni annunciate di Renzi il presidente della Repubblica Mattarella gli rinnovi l’incarico per un governo bis, magari finalizzato (Legge di Bilancio, Legge Elettorale, impegni europei) a traghettare il Paese verso la fine della legislatura, permettendo così di stabilizzare lo scenario politico sia dal lato del PD sia dal lato dell’opposizione, oggi sbilanciata verso il Movimento 5 Stelle e, in misura minore, la Lega Nord (anche se non è da escludere, su quest’ultimo fronte, un ribaltamento degli equilibri col congresso prossimo venturo).

 

I veri giochi si apriranno, quindi, con la futura tornata elettorale, quando l’attuale maggioranza andrà veramente alla ricerca di una riconferma elettorale, sfruttando l’attuale geografia politica che vede come unico vero rivale il M5S, mentre il vecchio centrodestra resta frantumato in tre filoni (Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega) che sembrano in affanno, non riuscendo a coalizzarsi nemmeno per proporre un’alternativa seria.

 

Ecco il vero punto che esce da questa tornata di votazioni: l’alternativa. Oggi non esiste una vera alternativa a Renzi. Non basta la forza populista del “rottamiamo tutto” del M5S, che non ha una vera proposta politica di governo, ma solo un coacervo di dichiarazioni e progetti che potrebbero definirsi meramente onirici, come il reddito di cittadinanza. Serve un vero e proprio progetto che parta da una seria riforma istituzionale e giunga alla strutturazione di una nuova governance per l’Italia.

 

Nessuno, se non ideologicamente, potrebbe pensare che la Costituzione odierna (che non è la carta voluta dai Padri Costituenti, nonostante i mille meme che hanno affollato i social network) possa tratteggiare un sistema istituzionale efficiente. La riforma molto pesante imposta nel 2001 ha reso la struttura del Paese difficilmente sostenibile, e servirebbe un’opera di fine tuning radicale ma che, come ha dimostrato questo referendum, non può essere unilaterale.

 

I punti cardine li conosciamo tutti, dal sistema di governance amministrativo decentrato, anche a livello fiscale, alla determinazione di competenze certe e non discutibili d’ogni organo decisionale. Non possono più esistere competenze concorrenti tra Stato e Regioni, ad esempio, così come in un’ottica di sostenibilità del mix energetico le Regioni non dovrebbero poter intervenire nelle decisioni d’approvvigionamento, generazione e trasporto, ad esempio, esattamente come sulle infrastrutture di rilevanza nazionale.

 

Per poter fare un intervento del genere, però, la procedura ex art. 138 risulta di difficile attuazione, come dimostra quel che è accaduto domenica, e occorrerebbe un intervento ben più radicale, come la convocazione di una nuova assemblea costituente eletta dai cittadini, che emanino il nuovo testo senza ricorso a un referendum confermativo, esattamente come avvenne nel 1948, poiché la legittimazione all’operato è stata conferita ex ante. Questa è una sfida che bisognerebbe accettare per donare un vero futuro all’Italia. Le forze politiche e, soprattutto, gli italiani ne avrebbero il coraggio?

 

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