Sciopero fiscale, un’opzione possibile?

 

sciopero fiscaleDoverosa premessa: il tema è di quelli spinosi. Affrontarlo significa metter in conto critiche da piú parti nonché il rischio d’incomprensioni. Soprattutto per chi scrive, è spinoso: sia per il ruolo (nel suo piccolo), sia per l’impegno per la legalità che ha sempre ispirato le sue posizioni. Ma non affrontarlo, e far finta di nulla, sarebbe da codardi — e significherebbe accettare passivamente la deriva «legificatrice» e «tassaiola», oppure lasciar campo a chi, impugnandolo come arma, vi nasconde una protesta non garantistica, bensí aprioristicamente giustificatrice dell’evasione.

Parlare di sciopero fiscale, in un Paese con un’evasione patologica, può sembrare eccessivo. Ma la pressione tributaria monstre, l’eccesso di burocrazia e di regolamentazione amministrativa, l’impietoso spettacolo della legge di stabilità (in tema d’imposte sulla casa e, ancor peggio, sugli acconti) costringono a parlarne. Cosí da rendere utilizzabile un lecito strumento di pressione. In tempi rapidi. Nella morsa tra evasione e pressione tributaria, chi sempre piú ne viene stritolato e ne paga — ineludibilmente — le conseguenze è il contribuente corretto. E questa morsa dev’esser interrotta, pena il collasso del sistema.

> Mille nomi per una tassa

Occorre sfidare l’immaginario collettivo, per parlare di contribuente corretto e di legalità, entrambe fattispecie esistenti; cosí come per smascherare l’alibi della lotta all’evasione come male assoluto, e sfatare il mito del «pagare tutti per pagare meno», inesistente nei numeri. Come ampiamente dimostrano le statistiche degli ultimi anni: pur con incrementi nel recupero dell’evasione, pressione fiscale e spesa pubblica sono continuate ad aumentare.

> Pagare tutti per pagare meno: un’illusione

La crisi ha prima messo sotto pressione i conti pubblici, con un tracollo del PIL e l’innalzamento a livelli critici dello spread, e poi ha messo a nudo i limiti del sistema economico italiano, con un crescendo costante della disoccupazione e una caduta generalizzata dei redditi e della possibilità d’accesso al credito. Né il «governo delle tasse» di Monti, che aveva iniziato percorrendo la via obbligata del rigore e che ha perso per strada la promessa «fase 2» dello sviluppo, né l’attuale governo di larghe intese, coi suoi balletti di nomi (dell’imposta sugl’immobili) e di cifre (sulle incerte coperture e sugli invece certissimi acconti d’imposta richiesti), hanno ottenuto qualche risultato sul tema. La pressione tributaria sale di bollo in bollo, potremmo dire, mentre la spesa pubblica, promesse di spending review a parte, ancora non viene intaccata. Il ritornello della lotta all’evasione imperversa — con scarsi risultati, se non quello di generare piú l’effetto d’una guerra alla ricchezza che d’una battaglia d’equità. Nel frattempo, non solo non diminuiscono seriamente le imposte, ma addirittura si complicano ancor di piú i balzelli, le scadenze e l’insieme degli adempimenti amministrativi che gravano sulle imprese, sui contribuenti e sui commercialisti che devono farli applicare.

> Malati di patrimoniale

Che la misura sia ormai colma, lo dicono anche gli eventi recenti. Prima, un’improvvida levata di scudi della maggioranza di governo contro le idee del Tea Party americano (notoriamente antitasse), suonata come un avvertimento a quello nostrano. Piú recentemente, la serrata nazionale organizzata dall’associazione Imprese Che Resistono. Poi, l’idea dello sciopero fiscale viene sdoganata da una petizione su Firmiamo.it; quindi, portata (piú o meno consapevolmente) in alcune trasmissioni televisive; infine, definitivamente rimessa al centro dell’attenzione dalle associazioni dei commercialisti.

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